lunedì 4 maggio 2009

Il Pontefice a Gerusalemme «perno del mondo». Nella terra di Gesù nel segno dell'unico Dio (Il Tempo)


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Il Pontefice a Gerusalemme «perno del mondo»

Nella terra di Gesù nel segno dell'unico Dio

Pellegrinaggio Benedetto XVI sulle orme di Wojtyla andrà alla spianata delle moschee

Io finora ho viaggiato attraverso il mondo, ma alla fine si deve arrivare alla terra di Gesù», ha detto una volta Papa Giovanni Paolo II.
E nel marzo del 2000 iniziò il viaggio più desiderato e difficile, la «madre di tutti i pellegrinaggi». Conservo di quel viaggio ricordi indimenticabili. Uno su tutti: il 26 marzo, con un gesto solo e fulminante, Papa Wojtyla, già claudicante che si appoggiava ad un bastone, tentava l'impossibile: arrivare al cuore delle tre religioni monoteiste. Ecco la Spianata delle moschee con la «Cupola della Roccia» a Gerusalemme, il Muro del Pianto ed il Santo Sepolcro. Ero in diretta con Lilly Gruber e di tutti i viaggi di quel Papa straordinario, questa tappa è quella che mi ha commosso. Quasi sino alle lacrime. Verso mezzogiorno, il vecchio pontefice si chinò ed entrò nell'edicola che racchiude il luogo più sacro per quasi due miliardi di cristiani (cattolici, ortodossi, protestanti) e si abbatté, quasi vinto da una spossatezza infinita. Pregò a lungo, Karol Wojtyla, sul banco di roccia sul quale era stata adagiata la salma di Gesù. La pietra ribaltata del sepolcro di Cristo, il sepolcro vuoto, segno eloquente della resurrezione del fondatore del cristianesimo. Erano quel gesto e quel Papa in ginocchio, il culmine di un intero pontificato, era la Chiesa che stava entrando nel Terzo Millennio con il segno vittorioso della vita sulla morte. Un particolare che pochi conoscono: Giovanni Paolo II non riuscì a salire sul Golgota, inglobato nella complessa basilica del Santo Sepolcro. Non si diede pace. Doveva partire e già lo attendevano all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Gli era rimasta in testa quella scala sulla quale non era salito, quella preghiera che non aveva potuto recitare. E così, rompendo ogni piano di sicurezza, volle tornare in quel luogo santissimo. I pochi testimoni di quel «fuori programma» sono ancora oggi sconvolti nel riandare a quell'episodio. Il Papa che senza aiuto arranca sui 22 gradini ripidi e si prostra a terra a baciare lo sperone roccioso, chiamato in aramaico Golgota, cioè «cranio». Immobile, completamente assorto, impenetrabile. Il Papa della sofferenza non poteva non andare là, là dove il Figlio di Dio ha assunto su di sé, secondo la dottrina cattolica, tutti i mali e le sofferenze del mondo. Ce lo ritrovammo in aereo, stanchissimo ma visibilmente soddisfatto. Il suo era uno sguardo diverso, era il riflesso di una luce, di uno squarcio di cielo. Sulle orme di Giovanni Paolo II, da venerdì 8 maggio a venerdì 15 maggio, andrà anche Papa Benedetto XVI. Un pellegrinaggio rapinoso che inizierà in Giordania per toccare i luoghi più evocativi della Terra Santa. Un programma da mozzare il fiato. Amman e la visita alla moschea, la messa allo stadio, sul monte Nebo dove il patriarca Mosé poté vedere, senza raggiungerla, la Terra Promessa. E poi l'arrivo a Gerusalemme, la città «sotto il peso di Dio». «Che la mia destra si secchi se ti dimentico Gerusalemme!» (Salmo 137). Gerusalemme la città che è, per una millenaria tradizione, il «perno del mondo». Santa per i cristiani, gli ebrei, i musulmani (Al Qods). È qui, per i fedeli del Corano, che Maometto, cavalcando la giumenta alata fece l'esperienza mistica e l'ascensione notturna. È Gerusalemme, il rifugio degli ultimi credenti che saranno convocati alla fine dei tempi. C'è un non so che di cosmico e di terribile. Si capisce perché tutti reclamino Gerusalemme, ma nessuno può rivendicarla escludendo gli altri. Gerusalemme non è un luogo che si possiede, bensì un luogo che ci possiede. Qui non si è più cittadini di questo o di quel paese, si è rivestiti della sola cittadinanza che conta, quella di Dio. Con uno scatto di fantasia, rispetto alla visita di Giovanni Paolo II, Papa Ratzinger entrerà nella «Moschea della Roccia» che custodisce la grande pietra del mancato sacrificio di Isacco da parte di Abramo e addirittura una reliquia del profeta Maometto. Dalla Moschea al Muro Occidentale, più conosciuto come «Muro del Pianto», luogo di massima identificazione fra il popolo di Israele e Jahvé. La messa nella valle di Giosafat (è là che nel giorno dell'Apocalisse si troveranno i giusti del Signore), e poi Betlemme e i campi profughi palestinesi; sul Monte del Precipizio a Nazaret, la Grotta dell'Annunciazione, il Cenacolo per approdare al Santo Sepolcro. Un viaggio da seguire con la Bibbia in mano, disseminato di spunti religiosi, di suggestioni spirituali, in una delle regioni più infuocate e travagliate della terra. Ne è un doloroso emblema il muro, lungo settecento chilometri, che separa lo Stato d'Israele dai territori palestinesi. Si insinua fra le case,spezza legami familiari, separa innalzando cortine d'odio e rancore. La guerra, i bombardamenti, il rinascere dei fondamentalismi, il dramma della «Striscia di Gaza», una pace tanto annunciata quanto irragiungibile. «Gerusalemme, ogni popolo ha qui la sua patria». Già. Intanto chi ci vive si batte per il possesso. La città è diventata una collezione di oggetti divini da strapparsi all'asta della storia, un alibi per le proprie ambizioni politiche. «Città unica e indivisibile, capitale eterna» per gli ebrei. «Città eterna» per i musulmani. Come uscirne? Un concentrato di pietre che tutti reclamano, che esigono più vita degli stessi esseri umani viventi. Per questa città, di nascosto e da sempre, si affilano le armi e si cammina sul ciglio dell'abisso di un conflitto bellico di proporzioni devastanti. La regia straordinaria del pellegrinaggio di Benedetto XVI prevede una sosta al Memoriale di Yad Vashem che custodisce la memoria di sei milioni di ebrei ammazzati dalla follia nazista. È la Shoah, l'olocausto, il monumento all'orrore. È nel museo che tutti possono leggere la targa dedicata ai presunti «silenzi» di Pio XII, al suo silenzio colpevole. Per gli ebrei, naturalmente. Cosa dirà Papa Benedetto? Affronterà questo tema così spinoso, parlerà di pace,guerra, giustizia ,riconciliazione, della creazione di uno Stato palestinese? Questioni politico-religiose affilate come una spada. «Qualunque cosa dirà - commenta sconfortato Peter Gumpel, storico della Chiesa e membro della commissione che ha avviato la pratica di beatificazione di Papa Pacelli - potrà essere letta e interpretata in modi diversi. È bene, che il Papa si tenga sulle generali, perché il suo è,essenzialmente, un viaggio pastorale e teologico. È l'incontro con la piccola comunità cristiana, oggi ridotta in Terra Santa al due per cento della popolazione». Viaggio complicato, pieno di tagliole comunicative, avaro di abbracci con le moltitudini per evidenti ragioni di sicurezza. «Che uomo dolce è questo Papa, mi sembra quasi un ebreo». Così scolpì un giornalista al termine del viaggio del 2000 di Papa Wojtyla. Benedetto XVI è figlio del popolo tedesco. E un Papa tedesco in Terra Santa nessuno l'avrebbe mai immaginato. Sarà la prova più ardua per questo Papa, gentile e timido, sereno e sensibile. Un viaggio per scoprire il «Volto di Dio» in Gesù Cristo. Lo scriveva bene lo scrittore «laico» Alfredo Oriani (1852-1909): «Credenti o increduli, nessuno sa sottrarsi all'incanto di quella figura, nessun dolore ha rinunciato sinceramente al fascino della sua promessa».

© Copyright Il Tempo, 4 maggio 2009 consultabile online anche qui.

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