venerdì 28 novembre 2008

Jean-Louis Bruguès: Passa ancora per Aquino il dialogo con la modernità (Osservatore Romano)


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San Tommaso e la teologia morale in un convegno all'Angelicum

Passa ancora per Aquino il dialogo con la modernità

Il 28 novembre l'università Angelicum a Roma ospita un convegno organizzato in occasione del trentesimo anniversario della fondazione della Società Internazionale Tommaso d'Aquino. Pubblichiamo l'intervento dell'arcivescovo segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica.

di Jean-Louis Bruguès

Al termine del noviziato, il maestro aveva l'abitudine di chiamare ciascuno dei novizi e di tracciare con lui un bilancio di questa prima esperienza di vita domenicana, cercando di orientarlo e indirizzarlo.
Di quella esperienza conservo vivo il ricordo e risuonano ancora nella mia mente le parole che egli mi rivolse: "Per l'avvenire, vi potrà essere chiesto di assumere delle responsabilità di governo e allo stesso tempo l'insegnamento". Ciò non era un giudizio sbagliato. Di fatti, nell'anno che seguì la mia ordinazione sacerdotale, fui nominato socius del provinciale e, contemporaneamente, docente alla facoltà di teologia dell'Institut catholique di Tolosa.
All'inizio, provavo una certa difficoltà per questa duplice attività: era impossibile dedicarmi come avrei voluto alle letture, alla ricerca, alla riflessione, tutte cose necessarie per chi è chiamato a insegnare. Successivamente, ho cominciato a considerare che le due vene si nutrono vicendevolmente. La conoscenza dei meandri del cuore umano, la scoperta di sensibilità, di modi di essere e di comportarsi dell'uomo, costituisce una base essenziale della teologia morale, che il Signore mi ha fatto la grazia di acquistare, non primariamente sui libri, ancora meno nei manuali, ma nella consuetudine giornaliera con gli altri frati impegnati, come me, nell'esperienza unica della sequela Christi. Da questo punto di vista posso affermare che la direzione di un convento vale ben più di una biblioteca.
In questo duplice apprendimento, ho avuto la grande fortuna di essere accompagnato da un fratello anziano, un maestro di teologia morale: il padre Marie-Michel Labourdette, assegnato come me al convento di Tolosa. Vivevo, nel rapporto che avevo con lui, l'esperienza tangibile dell'originalità della vita domenicana: era il mio maestro nell'insegnamento, mentre io ero il suo superiore in comunità.

Egli aveva una capacità singolare, che ho ritrovato qualche anno dopo in un certo cardinale Joseph Ratzinger, di esporre con la più grande semplicità le problematiche più spinose e difficili, e di far nascere, se posso dirlo, in ciascuno l'impressione di scoprire da solo la soluzione cercata. Egli chiariva ciò che sembrava oscuro di primo acchito.

"Perché non ci sono arrivato prima?" mi chiedevo ogni volta. La verità era che quando mi trovavo solo facevo ancora molta fatica a ricostruire le problematiche e a trovare vie di soluzione.
Mi sembra così utile questa mattina riportare due lezioni di vita da lui ricevute. In quel tempo la teologia morale, almeno in Francia, era caduta in un profondo stato di abbandono. Per due anni, i seminaristi di Tolosa non ricevettero alcun insegnamento in questa materia, reputata tanto ingrata e noiosa da non trovare nessuno disposto a insegnarla. Come si faceva a interessarsi ancora di morale, dopo il maggio del 1968? Siccome io ero il più giovane, la sorte toccò a me: mi fu chiesto di occupare una cattedra trascurata da tempo.
Il padre Labourdette cercava di incoraggiarmi: "Lei si occupa di una materia oggi disprezzata, ma abbia pazienza: verrà il giorno in cui sarà invidiata dalle altre". Quel momento arriverà all'inizio degli anni Ottanta. Dopo gli eccessi del "tutto è politica" del maggio 1968, ci si rese conto che le questioni all'ordine del giorno presentavano una dimensione etica sempre più marcata. Basti ricordare il grande interesse per l'ecologia e l'amore per la natura, o anche gli interrogativi posti dallo straordinario sviluppo delle tecniche mediche applicate alla vita umana - quindi la bioetica. Ed ecco che, dall'oggi al domani, gli "eticisti" - neologismo barbaro coniato per non dire "moralisti", in quanto la parola "morale" faceva ancora paura - erano richiesti da tutte le parti. L'etica "faceva tendenza": tutti la volevano, ovunque si faceva etica, nel disordine più completo - a cominciare da quello terminologico. In breve, il mio vecchio professore aveva visto giusto: la teologia morale stava diventando la materia più apprezzata, l'unica branca della teologia a essere davvero richiesta in una società secolarizzata.
La seconda lezione che riporterò del padre Labourdette ci introduce in maniera ancora più diretta nella riflessione di queste due giornate. Negli anni Settanta, gli studenti appartenenti al clero erano caratterizzati da una mentalità fondamentalmente critica: l'idea stessa di fare riferimento a maestri della Tradizione suscitava in loro reazioni allergiche. Era impossibile anche solo pronunciare il nome di Tommaso d'Aquino: si rischiava di veder tappare di colpo tutte le orecchie. Avevo voluto sottrarmi al discorso sistematico-critico e al "decostruttivismo" che regnava allora in maniera assoluta sulle cattedre parigine, per beneficiare, grazie a una dispensa personale, di ciò che era rimasto della teologia a Saint-Maximin, poi nella città dove riposa il corpo di san Tommaso. Confidando queste difficoltà al padre Labourdette, mi sentii dare un consiglio, sul tomismo: "Lo insegni sempre, ma senza mai pronunciarne il nome". Pertanto, ho praticato per anni un tomismo per così dire anfibio. Finalmente, un giorno, mi sono sentito chiedere delle lezioni imperniate proprio sulla teologia morale di san Tommaso: il tempo del tomismo "clandestino" era terminato.
Molte ragioni possono essere portate per spiegare tale mutamento. Innanzitutto il cambio generazionale. La generazione del maggio 1968, che si definiva critica, si era rifiutata di trasmettere la cultura e la tradizione cristiane; così la generazione successiva si era trovata pressoché priva di ogni forma di cultura cristiana: sapeva di non sapere. Ciò portò a non condividere i pregiudizi dei predecessori e si poté ricominciare daccapo e ripartire dai grandi maestri. Il Catechismo della Chiesa cattolica è il testo che meglio di altri riflette tale cambiamento.
Promulgato nel 1992, il Catechismo è stato preceduto da molte versioni preparatorie. La seconda bozza provvisoria era stata inviata ai vescovi del mondo intero tra il 1988 e il 1989. I rilievi critici più consistenti manifestati dai vescovi si riferivano alla terza parte, quella morale; circa 9.000 rilievi ed emendamenti - su un totale di 24.000! Gli esperti della commissione, tra cui il sottoscritto, si rimisero al lavoro, rivedendo il progetto da cima a fondo. Si introdussero così due correzioni fondamentali, che permettono di affermare che la morale del Catechismo si ispira a san Tommaso, come mai era accaduto in precedenza in un testo magisteriale di tale importanza. La prima correzione verteva sulla morale particolare: come esporla? A partire dai comandamenti, come avrebbero suggerito quanti si riferivano a una morale della legge, o a partire dalle virtù come fa la Summa? Il cardinale Ratzinger dispose che fosse esposta a partire dai comandamenti, così da restare fedeli all'uso tradizionale, ma ogni comandamento, dopo la sua enunciazione, doveva essere spiegato in maniera dinamica: dalle virtù morali e teologali, che nella tradizione cristiana si rifanno a quel determinato comandamento. Il primo comandamento, per esempio, è immediatamente seguito dal richiamo alle tre virtù teologali; il quarto è articolato intorno alle virtù che si riferiscono alla vita familiare e politica; il sesto è centrato sulle virtù legate alla castità, ecc.
La seconda correzione riguardava la morale generale. Gli esperti seguirono più da vicino lo schema della Gaudium et spes, inserendovi molta dottrina di san Tommaso. L'esposizione della morale cristiana, come nella Summa, comincia con la creazione dell'uomo a immagine di Dio. Il trattato tomista della beatitudine non figurava in quanto tale nel testo conciliare; esso appariva dopo la creazione a immagine di Dio; le virtù, poi, si trovavano appena evocate nel testo conciliare: con le passioni, diventano le articolazioni dello sviluppo della persona umana.
Il Catechismo si basa su una convinzione che è opportuno approfondire: le grandi intuizioni della morale di san Tommaso costituiscono lo strumento migliore di dialogo critico con la modernità. I concetti di persona umana, di dignità e di libertà, che sono divenuti emblemi della modernità, non trovano in essa le fondamenta più solide? Nell'introduzione al Catechismo Giovanni Paolo ii scriveva: "Il catechismo, dunque, conterrà dell'antico e del nuovo". Ma è precisamente l'antico che offre le migliori chiavi interpretative del nuovo. In maniera logica, dunque, l'enciclica Fides et ratio ci ricorda che san Tommaso è stato sempre proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero a cui riferirsi costantemente (n. 43). Le sue intuizioni riguardanti il ruolo dello Spirito Santo per far maturare e crescere la conoscenza umana (n. 44) ci autorizzano a presentare la morale cristiana non come un sistema, né come una filosofia particolare, piuttosto come un'arte del vivere, l'arte di incarnare l'infinito nel finito, il senso dell'eternità nelle scelte concrete dell'atto libero.
Per concludere, vorrei indicare due direzioni della ricerca morale nelle quali il pensiero di san Tommaso offre dei solidi punti di riferimento per un dialogo costruttivo tra la teologia morale e la modernità. Prima direzione: san Tommaso fonda la sua morale sul concetto di natura umana, partendo dalla creazione a immagine e somiglianza di Dio. Ebbene, le grandi questioni etiche dell'oggi gravitano tutte attorno alla questione della natura - che cos'è una natura propriamente umana? quali sono i limiti dell'intervento della tecnica sulla natura? Le pressioni delle opinioni dominanti possono permettere alla coscienza personale di accedere alla conoscenza corretta della legge naturale?
Seconda direzione: con le virtù morali e teologali, san Tommaso sviluppa un modello che Michel Foucault avrebbe definito "modello della costruzione di sé". Ora, il "modello del codice", che esercitava la sua supremazia sulla teologia cattolica fin dal XVI secolo, si sta disfacendo sotto i nostri occhi. Possiamo quindi scommettere che la teoria delle virtù stimolerà un rinnovamento della teologia morale. Del resto, lo constatiamo già negli Stati Uniti, con l'importanza che ha assunto la corrente neo-aristotelica detta "contestualismo". In breve, l'insegnamento della teo- logia morale a partire dalle grandi intuizioni del tomismo ha ancora un luminoso futuro davanti a sé.

(©L'Osservatore Romano - 29 novembre 2008)

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