giovedì 24 settembre 2009

Caritas in Veritate, don Bux e don Vitiello: La svolta antropologica: il primato del “ricevere” sul “fare” (Fides)


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La svolta antropologica: il primato del “ricevere” sul “fare”

Città del Vaticano (Agenzia Fides)

La “Caritas in Veritate”, l’ultima Lettera Enciclica di Papa Benedetto XVI, ha occupato per giorni le pagine dei giornali, con attenzione soprattutto alle possibili indicazioni economiche e sociali che, da essa, si sarebbero potute trarre.
Tuttavia, il testo afferma esplicitamente che “la Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire”; compito che, per altro, esulerebbe sia dal mandato missionario affidato agli Apostoli ed ai loro successori, sia dallo statuto epistemologico della stessa Dottrina sociale della Chiesa, la quale, come ha chiaramente indicato il Servo di Dio Giovanni Paolo II nell’Enciclica Centesimus Annus, è una disciplina teologica che afferisce alla teologia morale.
Se non vi si trovano soluzioni tecniche, invano cercate, quale contributo può offrire l’Enciclica papale? All’interno di varie riflessioni sui differenti ambiti della Dottrina sociale della Chiesa e tra le considerazioni offerte, una pare essere di particolare rilievo perché, al di là dell’emergenza economica contingente, delinea quella che dovrebbe essere una vera e propria “svolta antropologica”: una concezione dell’uomo capace di recuperare il rapporto con la realtà, sia a livello noetico (delle capacità di conoscenza) sia, per conseguenza, a livello etico (per l’operare).
La “svolta antropologica” proposta dal Santo Padre consiste nel “primato del riceversi sul fare”. Afferma l’Enciclica: “La carità nella verità pone l'uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell'esistenza. L'essere umano è fatto per il dono, che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza.
Talvolta l'uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. […] Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l'eccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti. La verità, che al pari della carità è dono, è più grande di noi, come insegna sant'Agostino. Anche la verità di noi stessi, della nostra coscienza personale, ci è prima di tutto “data”. In ogni processo conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l'amore, non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all'essere umano” (CV n. 34).
Il contemporaneo clima culturale, soprattutto in Occidente, pare aver completamente dimenticato la logica del dono, della totale gratuità, al punto che l’uomo non riesce più nemmeno a percepirsi come “dono”, avvolto com’è dalla pretesa di essere “misura” di tutte le cose. Tale condizione, oltre a rivelarsi irrealistica dal punto di vista filosofico (perché è un’evidenza prima il fatto che non sia l’uomo a produrre la verità, ma al massimo, con la ragione, questa possa essere riconosciuta, poiché si dona), è anche esistenzialmente triste, poiché contribuisce a ridurre lo “spazio della speranza”, alimentando quella cultura del fare che, nel tempo, risulta essere alienante.
La “svolta antropologica” proposta è un forte richiamo, invece, a percepirsi come “dono”, a riscoprire la precedenza del “ricevere” e del “riceversi” sul fare, in quell’equilibrio tra “ora et labora” di benedittiana memoria che, di fatto, ha costruito l’Europa. A fronte delle “svolte” del secolo scorso, che si sono risolte in disperanti antropocentrismi, quella proposta da Benedetto XVI appare di straordinaria lungimiranza ed efficace realismo. La speranza è che possa essere colta ed accolta, con altrettanto spirito profetico.

© Copyright (Agenzia Fides 24/9/2009; righe 39, parole 571)

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