martedì 7 aprile 2009

Dossier Agenzia Fides: La riforma di Benedetto XVI: la liturgia fra innovazione e tradizione. Il libro di Nicola Bux


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Agenzia FIDES – 7 aprile 2009

DOSSIER FIDES

LA RIFORMA DI BENEDETTO XVI
LA LITURGIA TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE


La Liturgia insegna al Popolo di Dio la Bellezza che conduce alla Verità.

L’importanza della forma da dare nel Tempio di Dio.

Che cosa c’è al centro dell’essere cristiano.

Domande semplici che tentano di rispondere ai pericoli che oggi corre il Cristianesimo.

Il mistero della liturgia.

Un inno al culto, che avviene “soltanto per, con e in Gesù Cristo… il vero celebrante”.

Ecclesia non facit saltus.

La struttura del libro.

INTERVISTA A DON NICOLA BUX

Autore del libro “La Riforma di Benedetto XVI - La liturgia tra innovazione e tradizione”: “La Sacra Liturgia ha cambiato la mia vita”

E' in libreria "La riforma di Benedetto XVI. La liturgia fra innovazione e tradizione" di Nicola Bux. Prefazione di Vittorio Messori (Piemme)

La Liturgia insegna al Popolo di Dio la Bellezza che conduce alla Verità

Città del Vaticano (Agenzia Fides)

La Riforma di Benedetto XVI - La liturgia tra innovazione e tradizione – il libro pubblicato nell’ottobre 2008 per le Edizioni Piemme, Casale Monferrato, pagg. 128, giunto in pochi mesi alla seconda edizione, mentre sta per uscire in edizioni francese e spagnola – è il segno del grande amore di Nicola Bux, sacerdote ed attento teologo, alla Verità che i fedeli sono chiamati ad adorare e glorificare.
Nicola Bux, seguendo non da ora Joseph Ratzinger, quando era semplice teologo, poi cardinale e ora vescovo di Roma, si lascia avvolgere dal mistero del culto e, con spirito reverenziale, suscita nei cuori dei cristiani il medesimo stupore e la medesima adorazione che prova nel glorificare Dio nella Sua casa.
Proprio perché messaggio d’amore verso la Verità, il testo – scevro da qualsiasi tipo di “archeologismo” – è un’attenta analisi della Liturgia che nella sua dinamicità arriva, in progressiva crescita, alla sua compiuta espressione nel Motu Proprio Summorum Pontificum, emanato da Benedetto XVI il 7 luglio del 2007.

Don Nicola Bux ha studiato a Gerusalemme e Roma, è sacerdote dell’Arcidiocesi di Bari, docente di Liturgia orientale e di Teologia dei Sacramenti nella Facoltà Teologica Pugliese, già perito al Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia, consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede, per le Cause dei Santi e dell’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, autore di numerose pubblicazioni, tra le quali: “Perché i cristiani non temono il martirio”; “Dove egli dimora. Il senso dell’adorazione nella vita cristiana”; “Il Signore dei Misteri. Eucaristia e relativismo”; “Pietro ama e unisce. La responsabilità personale del papa per la Chiesa universale”.
Questo suo ultimo lavoro scorre sulle righe della storia della Liturgia e fa un percorso che si dipana in maniera fisiologica, lasciando arricchire il lettore non solo delle notizie storiche.
Consente, infatti, quel “tradere” (trasmettere) i valori della tradizione che hanno affinato l’animo umano e con esso il rapporto tra l’uomo e Dio. Lascia intravvedere come ogni gestualità – sia del sacerdote, sia del fedele – non sia dettata dalla casualità, ma dalla necessità di essere il più possibile graditi all’Eterno. Ecco perché in questo libro si legge: “Si accetta la riforma (della liturgia) se corrisponde al contenuto, non se la forma indica un altro contenuto (…). Se alla Messa non ci si mette più in ginocchio, ma solo in piedi o seduti, vuol dire che essa, da benedizione o adorazione di Dio, è ridotta a conferenza o sacra rappresentazione”.

L’importanza della forma da celebrare nel Tempio di Dio

Anche solo da queste affermazioni, si comprende con quanta chiarezza, Don Nicola Bux veda nella forma l’esplicarsi dei contenuti, che mai il Concilio Vaticano II si è sognato di intaccare o mutare, perché di “istituzione divina” (Costituzione liturgica, n 21).
Da questa considerazione discende l’importanza della forma da celebrare nel Tempio, non solo perché reclamata in quanto Casa di Dio, ma perché espressione della tensione dell’anima a Lui.
Nella casa di Dio, la stessa luce compie un percorso affinché l’uomo possa, un giorno, godere dell’infinita luce dell’Amato.
La croce, simbolo centrale del cristianesimo – simbolo di sofferenza, di speranza e di salvezza - troneggia sull’altare, dove l’unico Sacerdote è Cristo e il sacerdote che celebra, ringrazia per essere stato ammesso al “servizio sacerdotale”. Ritualità, queste, che i fedeli ben conoscono, ma che spesso hanno confuso gli animi e i pensieri di molti di loro, quando le hanno viste espresse, in maniera “creativa”, da “istrionici” sacerdoti, che si pongono sul loro “trono” al centro della Chiesa.
Il testo di Don Nicola Bux libera la “Verità del Sacro” dalle “brutture” di cui si è coperto l’alto rito liturgico.
Queste, sono state prodotte dall’interpretazione erronea del Concilio Vaticano II, che ha modificato le parti possibili perché la Liturgia fosse più vicina all’uomo moderno, ma non ha mai scalfito l’essenza divina, perché immutabile.
In questo testo si ristabilisce l’ordine tra il progresso inarrestabile e le digressioni personali e ingiustificate di taluni. La Chiesa è madre e, come tale, Benedetto XVI apre le porte a quei figli che desiderino udire l’antica lingua “universale”, li accoglie, li accarezza e tende la mano ai riti dei cristiani ortodossi.
Tutto questo, non è forse bellissimo? Lui è la bellezza a cui tutti tendiamo, perché in Lui la bellezza è la verità, che si esprime in una compiuta magnificenza infinita.
Dio non si svelò forse a Paolo perché il Vangelo fosse parola di vita anche per i gentili, non solo per gli ebrei? Strano percorso… Proprio in prossimità dell’anno paolino, il papa promulga il Motu Proprio e apre un dialogo con i tradizionalisti….. Siamo proprio sulle orme di Gesù!
Che cosa c’è al centro dell’essere cristiano Benedetto XVI scrisse nella sua prima enciclica, “Deus caritas est”: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona”.
Siamo, così, entrati nel cuore del problema che vuole affrontare questo libro.
Come dev’essere questo incontro?
Come si deve entrare nel Tempio, nella Casa di Dio?
Perché entriamo nella Sua Casa, se non per ascoltare la voce di Dio ed entrare – attraverso la Sua voce - dentro noi stessi?
C’è nel libro – a questo proposito ed in particolare laddove si parla della musica durante la celebrazione della Messa – una bellissima riflessione di Don Nicola Bux, che ricorda: “Spesso, col vecchio amico benedettino Anselmo Susca, insigne gregorianista ci siamo chiesti se non ci sia proprio nulla di “attivo” nell’ascoltare, nell’intuire, nel commuoversi”.
Che sentire profondo ha questa riflessione se solo pensiamo alla moda attuale di organizzare i concerti profani nei luoghi dedicati a Dio.
Riflettiamo un istante su questo fatto: si consacra una Chiesa, con una cerimonia che si chiama non a caso “dedicazione” – la si dedica a Dio – sottraendo quindi un ambiente ad un uso profano – per poi dedicarlo ad altri usi.

Domande semplici che tentano di rispondere a quel che rischia di diventare oggi il Cristianesimo

Sono domande e riflessioni semplici quelle del libro, che però intendono rispondere al dramma che i cattolici vivono nel tempo odierno: la riduzione del Cristianesimo a teoria, a intellettualismo, a moralismo, a sentimentalismo, a buonismo, possiamo dire.
Bene lo fa intendere, nella prefazione del libro, Vittorio Messori, che scrive: “Il progetto dell’autore di queste pagine è partito dal desiderio di spiegare – confutando equivoci ed errori – le motivazioni ed i contenuti del Motu Proprio Summorum Pontificum con cui Papa Ratzinger, conservando un solo rito per la celebrazione della Messa, ne ha permesso due forme: l’ordinaria, quella uscita dalla riforma liturgica e la straordinaria, secondo il messale del 1962 di Giovanni XXIII”.
Messori aggiunge: “La prospettiva teologica e pastorale di Don Nicola Bux è quella stessa di Joseph Ratinger, cui non certo da oggi guarda come a un maestro. Maestro, anche, nella pratica di due indispensabili virtù cristiane: la pazienza, come si diceva, e la prudenza”.

Il mistero della Liturgia

L’intendimento di questo Papa paziente – uno dei connotati più evidenti del pontificato di Benedetto XVI, un Papa che non impone, ma “propone” – è restituire ai cattolici la consapevolezza del mistero della Liturgia, che è consapevolezza del rapporto tra bene e male e del valore della fede e del Mistero.
Come scrive ancora Messori, sta qui l’importanza di questo libro: “per chi già sa di queste cose, per approfondire e per il laico che non sa” – per chi comunque capita di andare in Chiesa per un matrimonio, un funerale, una comunione, un battesimo o va ad una processione, ad un pellegrinaggio o assiste ad una benedizione – “per rendersi conto dell’importanza, dello sviluppo, della bellezza di quest’oggetto misterioso che è per lui la liturgia”.
Viviamo un tempo in cui è venuta meno la sacralità dell’istituto Chiesa ed è venuta meno l’idea della Liturgia come adorazione di Dio.
“Se crediamo che nella Chiesa Dio sia presente, bisogna spiegare – scrive Don Nicola – che la liturgia è sacra e divina, discende dall’alto come la Gerusalemme celeste; il sacerdote la compie nella persona di Cristo capo, vivente nella Chiesa, in quanto ne è ministro intermediario”.
Il termine liturgia indica “l’azione del popolo santo”, nel senso che questo partecipa all’azione sacra unendo la propria offerta a quella del sacrificio di Gesù Cristo. Accanto a liturgia bisogna reintrodurre il termine “culto”, che indica la relazione “coltivata” di reverenza e adorazione dell’uomo con Dio.
Centrale, quindi, è l’importanza del colloquio pubblico della Chiesa con Dio. Se la Liturgia non aiuta a questo, diventa una farsa.
Un inno al culto, che avviene “soltanto per, con e in Gesù Cristo… il vero celebrante”
Non è, questo, solo un libro dottrinale. E’ un libro per i fedeli, che devono sentirsi un tutt’uno con la Chiesa. E’ un richiamo agli insegnamenti dei Padri della Chiesa, allo spirito più profondo dell’ecumenismo, dove Dio è il Signore della storia di ciascun individuo e Signore di tutto lo scibile. E’ un inno al culto, che avviene “soltanto per, con e in Gesù Cristo… il vero celebrante”.
Non c’è posto, in questa visione, per la creatività liturgica, a cui si sono abbandonati taluni Sacerdoti, anche per mancata sorveglianza dei loro Vescovi; non c’è posto per le auto-celebrazioni della comunità particolare, che nascondono un relativismo dottrinale.
La liturgia è l’esaltazione della Croce e dell’Eucaristia, che si collocano al centro del tempio, al centro del mistero che vive l’uomo nel suo cuore tutte le volte che incontra Dio.
Ecclesia non facit saltus.
Questo libro narra come nella storia della Chiesa sbocci il Motu Proprio del Santo Padre, che non contraddice il Concilio Vaticano II – come alcuni hanno sostenuto – ma lo arricchisce, ne dilata gli intenti e rende ancora più vive le parole del suo predecessore Paolo VI: “Questa promulgazione nulla veramente cambia della dottrina tradizionale; ciò che Cristo volle, vogliamo noi pure. Ciò che era, resta. Ciò che la Chiesa insegnò, noi insegneremo”.
Il magistero di Paolo VI, quindi, si esprime in continuità nella storia della Chiesa e diviene baluardo per il suo successore Benedetto XVI. Infatti, è quasi inspiegabile che si voglia leggere in maniera individuale ciò che è così chiaro perché mai abolito: le due forme di rito di celebrazione della Messa, l’ordinaria, quella uscita dalla riforma liturgica e la straordinaria, secondo il messale del 1962 di Giovanni XXIII.
Entrambe si integrano e rispettano non solo la richiesta dei fedeli (sono soprattutto i più giovani che riscoprono il culto in latino); entrambe non alterano “la parte immutabile, che è di istituzione divina”.
Il libro di Don Nicola Bux non difende, ma lascia intravedere all’anima, che la disciplina interiore si forgia anche attraverso il linguaggio del corpo, dove il gesto di genuflettersi o inginocchiarsi ben predispone lo spirito, che gode meglio della presenza di Dio. Lo stesso Giovanni Paolo II riunisce nel 1986 una commissione di nove Cardinali, domandando loro se il rito promulgato da Paolo VI avesse abrogato l’antico. Tutti risposero che Paolo VI non diede mai l’autorità ai Vescovi di abrogare il messale di San Pio V. Dunque, lo stesso Giovanni Paolo II ripone in auge l’antica Messa. Quindi, come diceva Pio XII nella “Mediator Dei” la tradizione e l’innovazione sono interconnesse ed esprimono la vita del Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa.
Insomma, gioverebbe ricordare, a chi mal commenta il Motu Proprio del Papa, quel che Don Nicola Bux ci lascia mirare nella storia della Chiesa: “Ecclesia non facit saltus”.

La struttura del libro

I primi due capitoli de “La Riforma di Benedetto XVI - La liturgia tra innovazione e tradizione” costituiscono un vero e proprio “affondo” sul Mistero.
Scrive Don Nicola Bux: “Spesso si sente dire che Dio non bisogna pregarlo per chiedere ciò di cui abbiamo bisogno, ma solo o soprattutto lodarlo, perché egli non è il tappabuchi della nostra insufficienza e incapacità, ma è tutt’uno con la nostra realtà e vitalità terrena. La liturgia, in realtà, contempla entrambe e forse più possibilità: Dio dà senso alla nostra vita e rende a noi possibile ricevere senso nel nostro bisogno. Così, l’uomo esce dal suo io verso Dio, più raggiunge in profondo se stesso. Ciò fa comprendere che il percorso della liturgia ricalca quello della fede descritto da Ratzinger nell’Introduzione al Cristianesimo”. Non si può non rilevare, a questo proposito, che questo libro appare complementare a quello dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger.
I capp. 3 e 4 sono dedicati a “La battaglia sulla riforma liturgica” e a “La tregua del Papa”. Centrali, a pag. 46, queste parole: “La tradizione è necessaria e l’innovazione ineluttabile, ed entrambe sono nella natura del corpo ecclesiale come del corpo umano. Non si oppongono ma sono complementari e interdipendenti. Pertanto non ha senso essere a oltranza innovatori o tradizionalisti. Semmai bisogna incontrarsi e confrontarsi senza pregiudizio e con grande carità”.
Alle pagg. 58 e 59, ancora si legge: “Che alla riforma liturgica dovessero essere apportate delle correzioni, l’aveva già compreso Paolo VI che nel 1975, nella bolla Apostolorum limina per l’indizione dell’Anno Santo, a proposito del rinnovamento liturgico, aveva annotato: Noi stimiamo estremamente opportuno che questa opera sia riesaminata e riceva nuovi sviluppi (…)”.
Nel cap. 5 (“La crisi ecclesiale e il crollo della Liturgia”) Don Nicola Bux scrive: “Biasimare i tradizionalisti perché si ritengono salvatori della Chiesa Romana non serve da parte di chi si ritiene profeta della Chiesa che verrà. Il motu proprio vuole umiltà dagli uni e dagli altri: la Chiesa non è cominciata col concilio Vaticano II, ma con gli apostoli (…) L’unico modo di capire il motu proprio è di inquadrarlo come ulteriore sviluppo in continuità con tutta la tradizione della Chiesa”.
Il cap. 6 è dedicato al tema “Come incontrare il mistero”. Don Nicola Bux scrive: “Nel capitolo V del Gesù di Nazareth dedicato alla preghiera del Signore, in premessa il Papa ricorda come il Signore stesso abbia messo in guardia dalle forme errate del pregare, due in specie: l’esibizione di se stessi al posto della sua adorazione ed il profluvio di parole che soffoca lo Spirito. Se la preghiera è espressione della relazione di amore tra il singolo e Dio, contiene un mistero che non tollera lo spettacolo ‘per essere visti dagli uomini’ (Matteo 6,5)” e aggiunge: “In tempi caratterizzati dalla smania di apparire, questa tentazione può toccare i sacerdoti che celebrino la liturgia, in modo particolare quelli che la dirigono come “cerimonieri”, tradendo talvolta la tendenza esagerata se non perversa a mettersi in mostra, nota come esibizionismo”.
La conclusione del libro è dedicata al tema della formazione di “Un nuovo movimento liturgico”. “Bisogna promuovere incontri con i sacerdoti e i seminaristi dei movimenti ecclesiali che sono più motivati e attenti alla disciplina della Chiesa”, scrive Don Nicola, che aggiunge: “Con la pazienza dell’amore bisogna concorrere a che nasca un nuovo movimento liturgico attento alle liturgie ed alle proposte di Benedetto XVI. Non bastano le istruzioni preparate da esperti, ci vogliono liturgie esemplari che facciano incontrare Dio”.

Dossier a cura di Danilo Quinto - Agenzia Fides 7/4/2009; Direttore Luca de Mata consultabile online anche qui.

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