lunedì 1 giugno 2009

Il Papa alla Messa di Pentecoste: aria pulita (Zavattaro)


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BENEDETTO XVI - Aria pulita

Fabio Zavattaro

Due immagini per il giorno di Pentecoste: il vento e il fuoco.
In una basilica di San Pietro tutta in rosso, fiori, paramenti, Papa Benedetto celebra la solenne liturgia, memoria dello Spirito Santo che scende sugli apostoli, per essere l’anima della chiesa. A dare maggiore solennità, oltre al coro della Cappella Sistina, vi è la presenza del coro del Duomo e della Kammerorchester di Colonia, un insieme di circa 200 elementi che hanno eseguito la Harmoniemesse, l’ultima delle messe composte da Joseph Haydn – ricorre il bicentenario della morte – dopo il periodo londinese.
Il mondo, dice Papa Benedetto, è avvelenato da un inquinamento atmosferico, ma c’è anche un inquinamento morale, “un inquinamento del cuore e dello spirito”, che avvelena l’esistenza spirituale. E se da un lato non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria, anzi bisogna combatterli, e per questo “l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità”, allo stesso modo occorre impegnarsi per combattere tutto ciò che corrompe lo spirito. Invece sembra che ci si abitui senza difficoltà a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società, quali “immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna”.
Si dice sia libertà, ma tutto ciò “inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce per condizionarne la stessa libertà”.
Ecco allora il vento impetuoso di Pentecoste, “ nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l’uomo si sentiva soggiogato e atterrito”. Quello che l’aria è per la vita biologica, lo Spirito Santo è per la vita spirituale. Il vento, dunque, per spazzare via l’inquinamento, per dire quanto sia prezioso respirare aria pulita, ma non sono quella fisica; c’è bisogno di “aria pulita” anche spirituale, “l’aria salubre dello spirito che è amore”.
Se lo Spirito Santo è vento, tempesta che purifica l’aria, è anche fuoco d’amore, ci dice il Papa ricordando che la missione di Gesù – come racconta Luca – era quella di “gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso”. Fuoco che è portato sulla terra da Cristo; non strappato agli dei come fece Prometeo secondo il mito greco, ma dono di Dio, ottenuto per noi da Cristo “con il più grande atto d’amore della storia: la sua morte in Croce”. Impossessatosi delle energie del cosmo, appunto il fuoco, “l’essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio”, escludendo, rifiutando il creatore.
Si dichiara autonomo, libero, adulto. “Nelle mani di un uomo così, il fuoco e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite”.
È interessante a questo punto notare che Papa Benedetto usa queste immagini per aiutarci a comprendere che l’energia che muove il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è, citando la Genesi, “l’azione dello spirito di Dio che aleggia sulle acque all’inizio della creazione”. E Cristo ha portato sulla terra “non la forza vitale che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio che rinnova la faccia della terra purificandola dal male e liberandola dalla morte”.
Il vento, dunque, che spazza via l’inquinamento; il fuoco,” puro, essenziale e personale”, dell’amore. Vento e fuoco che vincono la paura. Dice il Papa: dove entra lo spirito di Dio “scaccia la paura, ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una onnipotenza d’amore: qualunque cosa accada il suo amore infinito non ci abbandona”.
Lo dimostra la testimonianza dei martiri, l’esempio dei santi, l’impegno dei missionari. Lo dimostra ancora l’esistenza stessa della chiesa “che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l’oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore”. Senza lo Spirito Santo la chiesa “sarebbe certamente un grande movimento storico, una complessa e solida istituzione sociale, forse una sorta di agenzia umanitaria”.
Ma è il vento e il fuoco dello Spirito che la fanno “corpo vivo”, e “prolungamento dell’opera rinnovatrice di Cristo”. Una chiesa meno affannata per le attività e più dedita alla preghiera; e cristiani capaci di essere come i discepoli “perseveranti e concordi nella preghiera”. Questa è l’unica strada perché la Pentecoste “non si riduca a un semplice rito o a una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale si salvezza”.

© Copyright Sir

"Karol Wojtyla era mio amico". Le lettere di Wanda che frenano la beatificazione (Galeazzi)


Carissimi amici, e' scoppiata una sorta di polemica su alcune lettere scambiate da Giovanni Paolo II con una sua amica di vecchia data.
Pare che tale corrispondenza possa in qualche modo rallentare il processo di beatificazione di Papa Wojtyla. Vi riporto i link degli articoli apparsi ieri ed oggi su "La Stampa" (molto interessanti quelli di Galeazzi).
Personalmente credo che sia giusto che la Santa Sede visioni tutto il materiale che riguarda il Papa, ma non vedo nulla di male in quelle lettere, anzi!
L'elezione a Pontefice di un cardinale non significa che egli debba rinunciare alle proprie amicizie.
E' giusto quindi approfondire la documentazione, ma ripeto: secondo me si tratta di una corrispondenza del tutto naturale ed anche molto bella
.
R.

"Karol era mio amico". Le lettere di Wanda che frenano la beatificazione

"Con Karol ragionavamo sull'amore"

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Karol santo (non subito) I teologi frenano Wojtyla. Il cardinale Martini contrario alla beatificazione (Tornielli)

Un solo appunto su una risposta del card. Dziwisz.
Leggo:


Perché lei non ha bruciato tutte le carte come le aveva chiesto il Papa nel testamento?

«Si poteva fare, però mi ricordavo che dopo la morte di Pio XII la fedele suor Pascalina Lehnert aveva rispettato la sua volontà di distruggere l’archivio personale, poi però tutti dissero che era un peccato perché quelle carte potevano essere utili al processo di beatificazione per accertare diverse cose sconosciute sul periodo della guerra. Invece era tutto andato in fumo. Se anch’io avessi distrutto tutto, in tanti avrebbero detto che avevo sbagliato».

Caro cardinale Dziwisz, suor Pascalina Lehnert fece solo cio' che il Santo Padre, Pio XII, le ordino' di fare.
Rispetto' la volonta' del Papa e, per questo, merita tutto il nostro rispetto.
Personalmente la ammiro moltissimo come donna e come collaboratrice del Papa. Preoccupiamoci meno dei media e di che cosa possono dire o pensare e piu' dei Pontefici
.
R.
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«L’inquinamento dello spirito avvelena il mondo»

Il Papa: spettacolarizzati piacere e violenza

Gian Guido Vecchi

CITTÀ DEL VATICANO

«Quello che l’aria è per la vita biologica, lo Spirito Santo è per la vita spirituale. E come esiste un inquinamento atmosferico che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale».
Benedetto XVI celebra in San Pietro la Pentecoste e fuori dalla basilica soffia quello stesso «vento impetuoso» che è immagine dello Spirito disceso, nel racconto degli Atti, sui discepoli di Gesù. Altre immagini tuttavia preoccupano il Papa, quelle che ammorbano la morale come i veleni l’aria.
E il pericolo, a ben vedere, è l’assuefazione: «Nelle nostre società circolano tanti prodotti che avvelenano la mente e il cuore, ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna» e a tutto questo, dice, «sembra che ci si abitui senza difficoltà».
Proprio in settimana i vescovi italiani hanno riunito l’assemblea generale indicando l’«emergenza educativa » come obiettivo del decennio. Certo il discorso del pontefice è globale, e anche nelle sue parole non c’è nessun riferimento diretto alla «questione morale» che divide il mondo politico italiano tra caso Noemi e veline.
Al centro però ci sono sempre i giovani e la responsabilità degli adulti, l’idea di un senso malinteso di libertà che non riconosce «tutto ciò che inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà ».
Se la Pentecoste è una «nuova creazione», le preoccupazioni morali si sommano a quelle ambientali e Benedetto XVI scandisce: «Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria — e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità —, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito ».
In fondo la radice del problema è la stessa. L’immagine dello Spirito è anche quella del «fuoco», e il pontefice contrappone la figura di Gesù che ottiene dal Padre il «dono» dello Spirito per gli uomini al mito greco di Prometeo che «strappa» agli dèi il fuoco per darlo all’umanità. L’«uomo moderno» è come Prometeo, dice, si è «impossessato delle energie del cosmo» e «sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo ». Per questo, «nelle mani di un uomo così, il 'fuoco' e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi, possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia», avverte Benedetto XVI: «A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite ». La stessa Chiesa deve fare attenzione, «la concordia dei discepoli è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera».
Senza quel «fuoco» la Chiesa sarebbe solo «una sorta di agenzia umanitaria», spiegherà più tardi al Regina Coeli.
«Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca a un semplice rito», dice ai fedeli in basilica, «bisogna forse che la Chiesa sia meno affannata per le attività e più dedita alla preghiera».

© Copyright Corriere della sera, 1° giugno 2009 consultabile online anche qui.

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ASSIEME A PIETRO

«Mai avrei pensato di diventare Papa»

Parlando con i bambini, Benedetto XVI è riandato ai giorni della sua infanzia

DA ROMA

SALVATORE MAZZA

Il Papa che... «non mi aspet­tavo di diventare Papa».
E i fanciulli dell’Infanzia mis­sionaria che... «ci sentiamo co­me bambini insieme al nonno». Una festa e un colloquio con un nonno pieno di cose da fare e al quale dire «grazie perché prendi un po’ del tuo tempo per fermarti a parlare con noi».
Tra canti a squarciagola e un gran sventolio di fazzoletti e di bandiere, i piccoli missionari i­taliani, e i loro coetanei in rap­presentanza di Croazia, Fran­cia, Irlanda, Germania, Polonia, Spagna, Repubblica Ceca, la Slovacchia e l’Ungheria, si sono ritrovati ieri con Benedetto XVI in Vaticano, nel quadro della ce­lebrazione del Giubileo paoli­no. Un incontro organizzato dalla Congregazione per l’e­vangelizzazione dei popoli, che ha segnato il culmine di una mattinata di festa durante la quale tra riflessioni, testimo­nianze, canti e proiezioni i cir­ca settemila piccoli ospiti del Pontefice hanno approfondito il senso del loro impegno mis­sionario.
Papa Ratzinger li ha raggiunti nell’aula Paolo VI attorno a mezzogiorno, accolto dal loro indescrivibile entusiasmo, pronto a mettersi a loro dispo­sizione rispondendo «a brac­cio » a tre domande postegli da Anna, Letizia e Alessandro.
Un dialogo semplice in cui Bene­detto XVI ha ricordato la sua in­genuità di bambino cresciuto in piccolo paese di 400 abitan­ti, confidando di avere «ancora difficoltà a capire come il Si­gnore possa aver destinato pro­prio me a questo ministero», ha osservato come «qualche volta nella vita umana sembra inevi­tabile litigare, ma è importan­te l’arte di riconciliarsi, il per­dono, ricominciare di nuovo e non lasciare amarezza nell’ani­ma », ricordato l’importanza della preghiera quotidiana e di «rendere presente l’amore di Dio» attraverso la carità, «sen­za grandi parole», sull’esempio di san Paolo.
A salutare il Papa al suo arrivo nell’Aula delle Udienze era sta­to il cardinale Ivan Dias, pre­fetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, il quale aveva sottolineato co­me «protagonisti di questa gior­nata sono i giovani, ragazzi mis­sionari », ovvero «il futuro della Chiesa e del mondo». «Essi – a­veva aggiunto Dias – hanno in­trapreso questo pellegrinaggio a Roma per sostare sulla tom­ba dell’apostolo san Paolo e for­ti della sua testimonianza rin­novare la loro professione di fe­de e quindi ripartire da questa città portando nella vita quoti­diana un rinnovato e generoso impegno missionario».
Dopo il cardinale era stata la volta di Emanuela, una giova­ne di Roseto degli Abruzzi, e di Tibor, ungherese, che hanno e­spresso a nome di tutti la «gran­de gioia» per l’incontro col Pa­pa: «Noi, ragazzi missionari, cerchiamo di vivere la nostra a­micizia con Gesù attraverso quattro impegni: con l’ascolto della sua Parola per condivi­derla con gli altri, con la pre­ghiera, imparando a conosce­re e ad apprezzare la vita, la sto­ria e la cultura degli altri popo­li e, infine, cercando di condi­videre nella solidarietà i doni di Dio...
Ti ringraziamo del dialo­go che farai con noi e delle pa­role che ci rivolgerai. In questa giornata, vogliamo anche rega­larti il kit del nostro pellegri­naggio insieme all’offerta per un progetto. Sappiamo che la userai in favore di nostri coeta­nei che hanno più bisogno. O­ra siamo tutt’orecchi per ascol­tare le tue parole. Ti vogliamo bene!».

© Copyright Avvenire, 31 maggio 2009

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VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE A CASSINO E MONTECASSINO (24 MAGGIO 2009): LO SPECIALE DEL BLOG

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Pubblichiamo la traduzione italiana dell'articolo che abbiamo gia' avuto il piacere di leggere in spagnolo.
R.

PAPA/ Da San Benedetto la regola per il futuro

José Luis Restan

lunedì 1 giugno 2009

Joseph Ratzinger è tornato all’Abbazia di Montecassino, la quercia secolare piantata da San Benedetto, quattro volte distrutta e altrettante ricostruita come segno del fatto che il male non prevarrà sulla storia che ha iniziato Gesù.
In molte occasioni precedenti aveva pregato e meditato al calore di questa culla della grande rivoluzione benedettina, ma ora è tornato indossando i sandali del pescatore di Galilea. Il gesto e i suoi messaggi racchiudono un grande valore per affrontare questo momento presente.
Papa Benedetto non ha una vocazione da archeologo né da direttore di musei. È ben cosciente del fatto che la Chiesa è un soggetto vivente nella storia, dove non ha spazio la nostalgia ma la memoria, che è una cosa ben diversa. La sua evocazione benedettina non ha nulla di romantico, è una coscienza del valore del metodo che rappresenta l’esperienza di San Benedetto e dei suoi monaci per i dilemmi della Chiesa nel presente.
Lo ha dimostrato a Parigi con la sua indimenticabile lezione al Collegio dei Bernardini, dove ha messo in rilievo il modo in cui la fede vivida nei monasteri ha generato la cultura della parola e della musica, l’amore al lavoro e una comunità armonica e in pace. Mantenere vive queste dimensioni essenziali dell’anima europea, ha detto a Montecassino, «è possibile soltanto se si accoglie il costante insegnamento di san Benedetto, ossia il “quaerere Deum”, cercare Dio, come fondamentale impegno dell’uomo. L’essere umano non realizza appieno sé stesso, non può essere veramente felice senza Dio».
Questo è l’unico cuore che può pompare sangue per un nuovo rinnovamento, per un nuovo principio cristiano nel duro e arido suolo della nostra Europa del XXI secolo. Ciò vuol dire che solamente da uomini e donne riuniti dalla chiamata di Cristo, che sperimentano quotidianamente il plus di umanità che significa vivere facendo parte del corpo della Chiesa, potrà nascere un cambiamento che influenzi i diversi strati della società europea.
Nel corso dei secoli, i monasteri hanno tessuto una rete di comunità in cui la fede si univa con la ragione, si esercitava quotidanamente la carità, si accoglieva chi arrivava desideroso di trovare il senso dell’amore e della sofferenza, e lo si invitava a percorrere un cammino di educazione e verifica. Oggi nemmeno possiamo incominciare questi passi, dato che la forma delle nostre comunità non è quella delle robusta mura dei monasteri, ma quella dettata dalle varie circostanze che viviamo.
I popoli dell’Europa hanno sperimentato un autentico riscatto, ha detto molto bene Benedetto XVI riferendosi alla feconda trasformazione che hanno portato a termine i monaci lungo secoli di paziente lavoro missionario.
E se guardiamo oggi la situazione delle nostre città, dei nostri centri di lavoro e cultura, dei nostri mezzi di comunicazione, questo riscatto è ancora necessario. Il metodo necessario non può essere molto differente.
Proprio in questi giorni ho riletto il testo di una conversazione radiofonica di un giovane teologo bavarese del lontano 1970: «Il futuro della Chiesa verrà solamente dalla forza di coloro che hanno radici profonde e vivono la pura pienezza della loro fede, non da coloro che danno solamente ricette, che solamente si sistemano, che criticano gli altri e considerano se stessi come una norma infallibile [...]. Il futuro della Chiesa anche ora, come sempre, deve essere forgiato nuovamente dai santi; sarà una situazione difficile, perché dovranno eliminarsi tanto la chiusa parzialità settaria quanto l’ostinazione presuntuosa [...]. Mi sembra certo che per la Chiesa arriveranno tempi molto difficili [...] ma fiorirà di nuovo. Quando Dio sarà sparito completamente [dall’esperienza quotidiana delle persone] esse sperimenteranno la loro totale e orribile povertà, e allora riscopriranno la comunità dei credenti come patria che dà loro vita e speranza più in là della morte».
Sono passati quasi 40 anni e quel giovane teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

© Copyright Il Sussidiario, 1° giugno 2009

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A Pentecoste il Papa invita a dedicarsi di più alla preghiera

Chiede un "umile e silenzioso" ascolto della Parola di Dio

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 31 maggio 2009 (ZENIT.org).

Perché la Pentecoste non si riduca "ad un semplice rito", è necessario dedicarsi maggiormente all'ascolto della Parola di Dio, ha affermato Benedetto XVI in questa Domenica di Pentecoste.
Nell'omelia della Messa che ha presieduto nella Basilica vaticana, il Papa ha ricordato che "tra tutte le solennità, la Pentecoste si distingue per importanza, perché in essa si attua quello che Gesù stesso aveva annunciato essere lo scopo di tutta la sua missione sulla terra": "Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!" (Lc 12,49).
Queste parole, ha spiegato il Papa, "trovano la loro più evidente realizzazione cinquanta giorni dopo la risurrezione, nella Pentecoste, antica festa ebraica che nella Chiesa è diventata la festa per eccellenza dello Spirito Santo".
"Il vero fuoco, lo Spirito Santo, è stato portato sulla terra da Cristo. Egli non lo ha strappato agli dèi, come fece Prometeo, secondo il mito greco, ma si è fatto mediatore del 'dono di Dio' ottenendolo per noi con il più grande atto d'amore della storia: la sua morte in croce".
Il Pontefice ha osservato che "Dio vuole continuare a donare questo 'fuoco' ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole", ma c'è "una 'via normale' che Dio stesso ha scelto", e "questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto".
Gesù Cristo, a sua volta, "ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia".

Come costruire la comunità

Nella solennità di Pentecoste, ha osservato il Papa, la Scrittura spiega "come dev'essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo".
Oltre a sottolineare che i discepoli "si trovavano tutti insieme nello stesso luogo", cioè il Cenacolo, "per così dire la 'sede' della Chiesa nascente", gli Atti degli Apostoli insistono più che altro sull'"atteggiamento interiore dei discepoli": "Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera" (At 1,14).
La concordia dei discepoli, ha commentato quindi il Pontefice, "è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera".
Questi suggerimenti, ha proseguito, valgono anche per la Chiesa di oggi.
"Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l'umile e silenzioso ascolto della sua Parola".
"Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse - senza nulla togliere alla libertà di Dio - che la Chiesa sia meno 'affannata' per le attività e più dedita alla preghiera".

Tempesta, fuoco e coraggio

Perché ci si possa dedicare di più alla preghiera, è fondamentale affidarsi allo Spirito, descritto dagli Atti degli Apostoli come tempesta, fuoco e forza.
"Quello che l'aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l'ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l'esistenza spirituale", ha dichiarato il Papa.
"Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell'aria - e per questo l'impegno ecologico rappresenta oggi una priorità -, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito".
Benedetto XVI ha tuttavia riconosciuto che sembra che "ci si abitui senza difficoltà" "a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società - ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l'uomo e la donna".
L'uomo di oggi, ha riconosciuto, "non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto".
Questo atteggiamento "rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre".
Di fronte a questo, è ancor più importante pregare lo Spirito, che "vince la paura".
"Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l'arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte - ha ricordato il Papa -. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all'improvviso. Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte".
"Lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d'amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona", ha confessato, adducendo come prove "la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l'intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l'esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini".
"Lo dimostra l'esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l'oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore", ha concluso.

© Copyright Zenit

Pentecoste sul Monte Athos (Magister)

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L’INCONTRO CON I GIOVANI

Il Papa torna bambino e si stupisce
«Non so perché Dio ha scelto me»


Non solo un teologo intransigente. Ieri Ratzinger ha mostrato il suo lato più tenero: «Sono ancora sorpreso per quel che mi è accaduto, ma lo accetto»

Andrea Tornielli

Roma «Non avrei mai pensato di diventare Papa e ancora oggi ho difficoltà a capire come il Signore abbia potuto pensare a me…». Benedetto XVI è circondato dalla rumorosa simpatia di settemila bambini dell’Opera per l’infanzia missionaria. Sono accompagnati dal cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli.
Tre di loro rivolgono delle domande al Papa, che risponde a braccio, con candore e semplicità, parlando della sua vita da bambino in Baviera.
È da poco passato mezzogiorno quando Letizia rivolge a Ratzinger la domanda: «Avresti mai pensato di diventare Papa?».
«A dire la verità - risponde Benedetto XVI - non avrei mai pensato di diventare Papa, perché sono stato un ragazzo abbastanza ingenuo in un piccolo paese molto lontano dai centri, nella provincia dimenticata.
Eravamo felici di essere in questa provincia e non pensavamo ad altre cose».
«Naturalmente abbiamo conosciuto, venerato e amato il Papa - era Pio XI -ma per noi era a un’altezza irraggiungibile - spiega Ratzinger - un altro mondo quasi: un nostro padre ma tuttavia una realtà molto superiore a tutti noi».
Poi un passaggio che dice molto di come Benedetto XVI concepisca il suo ruolo: «Devo dire che ancora oggi ho difficoltà a capire come il Signore abbia potuto pensare a me, destinare me a questo ministero.
Ma lo accetto dalle sue mani, anche se è una cosa sorprendente e mi sembra molto oltre le mie forze.
Ma il Signore mi aiuta».
Parole che confermano la sensazione che si avverte quando il Papa si ritrova di fronte alle grandi folle che lo acclamano, apparendo ogni volta stupito che quelle persone siano lì per lui.
Se Joseph Ratzinger da bambino non avrebbe mai immaginato di vestire i panni del successore di Pietro, è vero che subito dopo la cresima, che gli venne impartita dal grande arcivescovo di Monaco Michael Faulhaber,pensò di fare il cardinale, pronto però a cambiare subito idea e indirizzarsi a tutt’altra professione.
Come ha raccontato il fratello del pontefice, monsignore Georg Ratzinger al Giornale nell’intervista pubblicata lo scorso settembre: «Ne era rimasto impressionato e aveva detto che sarebbe voluto diventare anche lui cardinale.
Ma, solo qualche giorno dopo quell’incontro, osservando il pittore che tinteggiava i muri di casa nostra, disse anche che da grande avrebbe voluto fare l’imbianchino…».
Un’altra domanda rivolta a Benedetto XVI è stata quella della dodicenne calabrese Anna Filippone, che gli ha chiesto come «vivere senza litigare» e di farlo «nel nome di Gesù».
Rispondendo ilPapa ha tratto anche in questo caso esempio dalla sua infanzia, raccontando di come la sua famiglia, proveniente da un altro paese della Baviera, si era bene integrata.
«Ho vissuto gli anni della scuola elementare in un piccolo paese di 400 abitanti, molto lontano dai grandi centri. Eravamo quindi un po’ ingenui e in questo paese c’erano, da una parte, agricoltori molto ricchi e anche altri meno ricchi ma benestanti, e, dall'altra, poveri impiegati, artigiani. La nostra famiglia poco prima dell’inizio della scuola elementare era arrivata in questo paese daunaltro paese quindi eravamo un po’ stranieri per loro, anche il dialetto era diverso. In questa scuola, quindi, si riflettevano situazioni sociali molto diverse. Vi era tuttavia una bella comunione tra di noi. Mi hanno insegnato il loro dialetto, che io non conoscevo ancora».
Poi Benedetto XVI parla delle liti tra ragazzi. «Abbiamo collaborato bene e, devo dire, qualche volta naturalmente anche litigato, ma dopo ci siamo riconciliati e abbiamo dimenticato quanto era avvenuto.
Questo mi sembra importante.
Qualche volta nella vita umana sembra inevitabile litigare; ma importante resta, comunque, l'arte di riconciliarsi, il perdono, il ricominciare di nuovo e non lasciare amarezza nell’anima».
«Non eravamo santi - ha concluso il pontefice -abbiamo avuto i nostri litigi, ma tuttavia c'era una bella comunione, dove le distinzioni tra ricchi e poveri, tra intelligenti e meno intelligenti non contavano. Era la comunione con Gesù nel cammino della fede comune e nella responsabilità comune, nei giochi, nel lavoro comune. Abbiamo trovato la capacità di vivere insieme, di essere amici, e benché dal 1937, cioè da più di settant’anni, non sia più stato in quel paese, siamo restati ancora amici.
Quindi abbiamo imparato ad accettarci l’un l’altro, a portare il peso l’uno dell’altro.
Questo mi sembra importante: nonostante le nostre debolezze ci accettiamo e con Gesù Cristo, con la Chiesa troviamo insieme la strada della pace e impariamo a vivere bene».

© Copyright Il Giornale, 31 maggio 2009

Bellissimo commento :-))
R.

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Critiche da Ciarrapico: la città non è granducato dell’Abbazia. Dom Pietro: aspettiamo ancora quei 5 mila posti di lavoro

di ELENA PITTIGLIO

«Ci manca solo che il senatore Giuseppe Ciarrapico si metta ad attaccare anche il Papa che nella sua omelia a Cassino ha espresso solidarietà a quanti vivono nella precarietà, ai lavoratori licenziati e in cassa integrazione. Il Santo Padre ha sollecitato amministratori e imprenditori a trovare, in questa situazione difficile, soluzioni alla crisi».
E’ la risposta dell’Abate di Montecassino dom Pietro Vittorelli al senatore Ciarrapico, che venerdì sera durante un incontro elettorale svoltosi in città, aveva ripetuto che Cassino non è il granducato dell’Abbazia e che la Chiesa e l’abate avrebbero fatto bene ad occuparsi della diocesi e delle anime dei cassinati più che di politica e di politiche per il lavoro.
«Dal senatore Ciarrapico – sottolinea il padre Abate – stiamo ancora aspettando i cinquemila posti di lavoro che aveva promesso in campagna elettorale». Le risposte di dom Pietro, sollecitato dalle domande dei cronisti, sono arrivate al termine dell’inaugurazione della culla termica, svoltasi presso l’Istituto delle Suore della Carità alla presenza della direttrice Marina De Angelis e delle autorità cittadine.
Prima di impartire la benedizione alla culla termica gestita dal “Cav” di Cassino, che darà la possibilità a mamme in difficoltà di affidare un neonato indesiderato a chi può prendersene cura, , ha sottolineato la grande eco che ha avuto la visita del Santo Padre nei lavori della Cei terminati ieri.
«Sono stati tanti i vescovi – dice dom Pietro Vittorelli – che si sono complimentati personalmente, tanto che il presidente della Cei il cardinale Bagnasco ne ha voluto fare cenno nella sua prolusione».
«Da Cassino il Papa ha portato con sé l’immagine della grande comunità internazionale di abati e abbadesse che hanno pregato con lui sulla tomba di San Benedetto – riferisce dom Pietro Vittorelli – e poi come sia stato sentito il tema del lavoro e della disoccupazione toccato nell’omelia, salutato da quattro scroscianti applausi».
«Io sono straordinariamente contento – ha concluso l‘abate - la gente è più vicina alla chiesa. Le presenze hanno superato le più rosee aspettative, tanto che il Santo Padre più volte me lo ha fatto notare. Ed io ho risposto: la nostra gente ama il Papa».

© Copyright Il Messaggero, 31 maggio 2009

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R.

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VATICANO/ Un cubano a Roma. Ecco perché Obama ha scelto Miguel Diaz

John L. Allen

lunedì 1 giugno 2009

Con l’offerta di un ramo di ulivo ai pro-life nel suo discorso a Notre Dame, il presidente Obama è parso superare il primo importante esame da parte dei cattolici. Con la nomina presso il Vaticano di un inviato immune da contrasti con i vescovi sull’aborto ha in effetti superato un secondo esame. Di più, nominando un ispanico ha dimostrato di aver ben compreso i cambiamenti demografici in corso tra i cattolici americani, per cui la scheda di Obama sembra fino a qui piuttosto buona, tenendo conto che è un Democratico pro-choice e non cattolico.
Mercoledì scorso, la Casa Bianca ha annunciato la nomina di Miguel Diaz , 45 anni, professore di teologia al College di S. Benedetto e alla St. John University, come ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Diaz è nato a Cuba, che ha lasciato con la sua famiglia quando aveva otto anni per stabilirsi a Miami, e ha radici nella classe operaia: suo padre era un cameriere, sua madre una sarta. Se la sua nomina verrà confermata dal Senato, il suo primo compito sarà organizzare un incontro tra Obama e il Papa durante la riunione del G8 in Italia il prossimo luglio.
Le prime reazioni vaticane sembrano positive. In un’intervista all’Ansa, l’Arcivescovo Sambi, Nunzio apostolico negli Usa, ha definito la nomina «l’eccellente scelta di una persona che conosce molto bene sia gli Stati Uniti che la Chiesa cattolica», aggiungendo che come immigrato cubano Diaz «è un buon rappresentante dei cattolici americani di lingua spagnola».
Ciò non significa, ovviamente, che la scelta sia del tutto immune da possibili critiche. Diaz ha fatto parte di un comitato di consiglieri cattolici per Obama durante la campagna elettorale e ha firmato, recentemente, una lettera a sostegno della nomina di Kathleen Sebelius al ministero della Sanità, malgrado sia una sostenitrice del diritto all’aborto. Una testata cattolica conservatrice ha così definito la nomina: «Il primo rimborso dell’amministrazione Obama ai cattolici che hanno sostenuto senza condizioni le sue politiche e le sue nomine». Anche l’entusiasmo con cui la nomina è stata accolta tra i sostenitori cattolici di Obama ha suscitato qualche preoccupazione nei circoli conservatori.
Diaz è però descritto dai suoi colleghi come decisamente pro-life e non è mai stato tra i cattolici che appoggiano un approccio “soft” al problema dell’aborto. In questo senso, nessuno nel Vaticano può giudicare questa nomina provocatoria ( Roma può avere semmai preoccupazioni sul peso politico reale di Diaz all’interno dell’Amministrazione, e questo rimane da vedere.)
Qualche cattolico può anche essere messo in allarme dalla passione di Diaz per la teologia sudamericana della liberazione, bestia nera della destra cattolica negli anni ’70 e ’80 per le sue affinità con il marxismo e la lotta di classe. In realtà, nei suoi scritti Diaz distingue tra “la scelta preferenziale per i poveri” in America Latina e “la scelta preferenziale per la cultura” nella teologia ispanica negli Stati Uniti, centrata sulla sopravvivenza di una identità latinoamericana.
In ogni caso, Diaz non può essere definito un radicale, non ha mai difeso la rivoluzione armata o appoggiato una “Chiesa dal basso” opposta alla gerarchia, ma ha posto l’accento sull’importanza della comunità, soprattutto per quanto riguarda le lotte degli immigrati. In un suo scritto ha coniato le frase «al di fuori della sopravvivenza della comunità non vi è salvezza», richiamando la massima tradizionale extra ecclesiam nulla salus.
La questione centrale è quale forma prenderà la permanenza di Diaz a Roma. La caratteristica principale di un ambasciatore presso la Santa Sede è che il suo compito riguarda soprattutto le “idee”, dato che ben poco ha a che fare con questioni pratiche come relazioni commerciali, questioni di sicurezza, visti, etc. Un compito adatto, quindi, ad un accademico, e sono almeno quattro le aree nelle quali la nomina di Diaz apre possibilità di collaborazione tra Vaticano e Usa.

Immigrazione. Diaz ha fatto dell’immigrazione un tema chiave del suo lavoro teologico, sviluppando, ad esempio, una teologia della comunità contro ciò che definisce «paura e rifiuto degli altri», come «le proposte di legge per fare dell’inglese la lingua ufficiale degli Stati Uniti, la crescita dei vigilantes in Arizona per controllare le frontiere con il Messico, e diversi atti contro le comunità di immigrati o i cosiddetti “alieni”, come i musulmani che vivono nel paese». La riforma della legislazione sull’immigrazione è anche una priorità dei vescovi americani e del Vaticano, in parte per ragioni di giustizia sociale, in parte perché la componente cattolica è particolarmente forte tra i nuovi immigrati.
L’immigrazione è così un tema su cui le posizioni di Obama e del Vaticano possono essere vicine e non serve molta fantasia per pensare che questo sarà un punto cruciale per il primo ambasciatore ispanoamericano presso la Santa Sede.

Cuba. Il profilo di Diaz tra i cubani negli Usa sembrerebbe interessante: non ha mai fatto parte della comunità di esuli ferocemente anticastristi, ma non riflette neppure la posizione dei cubani di seconda generazione che spesso fanno perfino fatica a capire quale sia il problema. Il suo arrivo a Roma avviene in un periodo in cui sia Obama che il Vaticano stanno dimostrando un acuto interesse ad un cambiamento nei rapporti con Cuba, che sta dando apparentemente timidi segnali di apertura. La Santa Sede ha molto interesse a capire dove questo possa portare, data anche l’influenza di Cuba su buona parte dell’America Latina e i diplomatici vaticani sono senza dubbio ansiosi di ascoltare quanto Diaz ha da dire in proposito.

Solidarietà Nord-Sud. In vista del Grande Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II definì il raduno dei sinodi dell’America del Nord, Centrale, del Sud e Caraibica come “Il Sinodo dell’America”, con un uso voluto del singolare, a significare la spinta ad un unico continente unificato e integrato. Benedetto XVI ha rivolto un invito simile durante la visita in Brasile nel 2007 per l’assemblea del CELAM ad Aparecida. La biografia e gli interessi teologici fanno di Diaz un interlocutore interessante per la Santa Sede sulla solidarietà Nord-Sud, sia nel campo ecclesiastico che sociopolitico. Date le radici cubane e la conoscenza dello spagnolo, Diaz potrà svolgere un notevole lavoro di relazione con gli ambasciatori latinoamericani in Vaticano.

I cambiamenti demografici. Già di per sé, un ispanico che rappresenta un presidente afroamericano dà a Roma il messaggio su come stia cambiando la faccia dell’America. Per quanto riguarda i cattolici, Diaz porta in sé il maggior cambiamento demografico in atto nella Chiesa oggi, sia negli Stati Uniti che a livello globale, dove ormai i due terzi dei cattolici vivono nel Sud del mondo, e il 40% nella sola America Latina. Negli Usa, si stima oggi che un terzo dei cattolici sia costituita da ispanici e, secondo il Pew Forum, verso il 2020 i cattolici bianchi non saranno più la maggioranza. Diaz potrà aiutare il Vaticano a capire le conseguenze di questi trend e potrà fare da ponte tra questi segmenti cattolici e la Santa Sede, oltre che aiutare a comprendere i risvolti nella vita politica, nelle relazioni estere, nei modelli culturali, e via dicendo.
Nell’insieme, l’impressione è che Diaz e i suoi corrispondenti in Vaticano avranno molto di cui parlare, oltre i tradizionali argomenti quali aborto e gli altri temi relativi alla vita. Se Diaz si dimostrerà creativo nel cogliere queste opportunità, sarà una storia affascinante da seguire.

Published on National Catholic Reporter

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© Copyright Il Sussidiario, 1° giugno 2009

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Il Papa: il mondo è avvelenato dall'inquinamento morale

«Immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo»

Elisa Pinna

ROMA

Il mondo di oggi è «avvelenato» oltre che da un inquinamento atmosferico anche da un inquinamento morale che offusca le menti e i cuori, «con immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l'uomo e la donna» e che finiscono per «intossicare» sopratutto i giovani.
Alza la voce Benedetto XVI durante l'omelia dedicata alla Pentecoste, a quel giorno di quasi duemila anni fa in cui – secondo il racconto dei Vangeli – lo Spirito Santo discese, sotto forma di fiammelle di fuoco e di vento, sul gruppetto impaurito di discepoli e diede loro la fede, il coraggio, l'anima.
Le parole di Ratzinger, amplificate dagli altoparlanti, rimbombano nella basilica vaticana e si rivolgono ad un auditorio internazionale e non a particolari casi nazionali.
«Quello che l'aria è per la vita biologica – ha spiegato il pontefice durante la messa – lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l'ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l'esistenza spirituale».
Come non bisogna assuefarsi ai veleni dell'aria, ha ammonito Ratzinger ricordando la «priorità dell'impegno ecologico», così l'uomo moderno non si può rassegnare a ciò che «corrompe lo spirito».
Di prodotti moralmente inquinanti ne circolano troppi nelle società moderna, si è lamentato Ratzinger, citando le immagini che «spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l'uomo e la donna».
«Tutto ciò inquina, intossica l'animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà», ha denunciato, mettendo in guardia anche dal pericolo di usare in modo autonomo il «fuoco» – ovvero le potenzialità donate da Dio all'uomo – con conseguenza tragiche come Hiroshima e Nagasaki continuano a ricordare.
Nella liturgia della Pentecoste, le note della «Harmoniemesse» di Joseph Haydn eseguita dal Coro e dalla Kammerorchester di Colonia, hanno accompagnato la messa del papa e riempito con la loro potenza l'intera basilica vaticana.
Particolarmente ispirato, il Papa ha rivolto le sue considerazioni anche verso la Chiesa, oggi forse troppo «affannata» in varie attività e dimentica della necessità della concordia e della preghiera.
A credenti e non credenti, ha ricordato che la Chiesa è qualcosa di più di «una agenzia umanitaria» o di «una solida e complessa istituzione sociale», o di «un movimento storico». È fede e anima: e ciò grazie appunto allo Spirito Santo.
Intanto, è stato reso noto che il primo incontro tra Benedetto XVI e il presidente statunitense Barack Obama si dovrebbe svolgere il prossimo luglio, al margine del vertice del G8 all'Aquila. Fonti diplomatiche vaticane e statunitensi hanno confermato che si sta lavorando per organizzare l'udienza prima o subito dopo il summit dei paesi più industrializzati del mondo, che si terrà all'Aquila, dall'8 al 10 luglio. La data più probabile sembrerebbe essere al momento quella del 10 luglio, ovvero al termine dei lavori.
Vi è comunque da entrambe le parti la volontà di costruire un incontro importante tra il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti e il pontefice tedesco.

© Copyright Gazzetta del sud, 1° giugno 2009 consultabile online anche qui.

Prepariamoci alla polemica domenicale a cadenza regolare: Martini risponderà ai lettori del Corriere della sera

Il cardinale Carlo Maria Martini per un anno, a cominciare dall’ultima domenica di giugno, avrà una pagina sul Corriere della Sera . L’arcivescovo emerito di Milano, biblista di fama mondiale e interlocutore tra i più apprezzati dal mondo laico, terrà una corrispondenza. Tutti potranno inviargli le loro lettere (lui stesso indicherà quelle da pubblicare) e ne sceglierà una o più per rispondere. Lo farà con brevi riflessioni e — utilizziamo le sue parole — «con spirito di servizio per Cristo e per la Chiesa»

Dalla prima pagina del Corriere della sera, clicca qui.

Si consolida e si conferma cosi' la "profezia" di Gnocchi e Palmaro per "Il Foglio".
Ricordiamoci, pero', che non ha senso preparare il terreno ad un ipotetico Vaticano terzo mediatico, stile "Grande Fratello", se le chiese ed i seminari ambrosiani restano desolatamente vuoti.
Su che cosa verteranno le risposte del cardinale?
Vediamo...faccio una profezia da Maga Maghella ed azzardo i seguenti argomenti: comunione ai divorziati risposati, celibato dei preti, sacerdozio delle donne, messa tridentina, preghiera del Venerdi' Santo, rapporto fra Cattolici ed Ebrei, Pio XII, revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, nomina "dal basso" dei vescovi, centralita' del Papato, poteri del Sinodo, collegialita', conclave...
Continuo? :-))
Sarebbe interessante vedere il cardinale rispondere "a braccio" a domande anche insidiose, ma non avremo questo piacere...

R.