mercoledì 29 aprile 2009

Il distretto tedesco della Fraternità San Pio X invita il vescovo Zollitsch a ritrattare (Messainlatino.it)

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L’umanità nascosta (???) del Papa teologo (Partipilo)


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VISITA DEL SANTO PADRE ALLE ZONE COLPITE DAL TERREMOTO IN ABRUZZO (28 APRILE 2009): LO SPECIALE DEL BLOG

Su segnalazione di Mariateresa leggiamo:

LE ANALISI

L’umanità nascosta del papa teologo

di Michele Partipilo

È un papa completamente diverso quello visto ieri nell’Abruzzo del terremoto.
Non più teologo severo, al centro di polemiche e distinguo dottrinali, ma pastore, meglio «padre» - come lo hanno chiamato gli sfollati abruzzesi - che prova a confortare i figli colpiti dall’enorme tragedia.
Nonostante le difficoltà e i pericoli - il papa a un certo punto ha anche rischiato di cadere - questa visita ci voleva. Serviva alle migliaia di persone che vedono il loro futuro avvolto nella più totale incertezza, serviva a Benedetto XVI il cui tratto di umanità - che pure è notevole - era stato messo in ombra da vicende più di tono politico ed etico.
A Onna come davanti alla basilica di Collemaggio l’uomo Ratzinger è finalmente emerso, al di là di ogni timidezza e riservatezza.
Il protocollo vaticano è stato pressoché cancellato: le persone si sono potute avvicinare al Pontefice e baciargli l’anello, ma anche abbracciarlo, posandogli addirittura le mani sulle spalle, proprio come si fa con una persona cara.
E Benedetto XVI non si è tirato indietro. Sentiva di dover dare una testimonianza d’affetto e di disponibilità a quella gente così sfortunata e sentiva di dover fare il pieno della sincera gratitudine che in quelle ore ha ricevuto in cambio e che ha ricoperto dolore, fango e macerie.
Davanti alla Casa dello studente, all’Aquila, forse il momento più toccante, ma anche quello più profondo e profetico. Gli studenti hanno ringraziato il papa per «la tenerezza della Chiesa» che in questi giorni, e ieri in particolare, hanno sentita vicina come non mai.
Già, la tenerezza della Chiesa. Ci voleva forse il terremoto per portare sulle pagine dei giornali, intrise di sangue e violenze quotidiane, un pensiero d’amore che racchiude i valori fondanti del cattolicesimo, ma vestendoli di sentimenti ed emozioni. Deve aver molto colpito il papa quella «tenerezza della Chiesa» sbucata fra pianti e distruzione. Essa è insieme speranza e richiesta d’aiuto, è sentirsi parte di una realtà più vasta come il popolo di Dio, ma anche affidarsi alle proprie forze.
Nelle poche parole dei discorsi ufficiali l’eco della solidarietà e del voler lavorare tutti insieme, da destra a da sinistra, per ridare un tetto e un futuro a migliaia di persone. Il Pontefice è stato chiaro su questo punto: «case e chiese belle e solide». La sintesi di ciò che chiedono gli abruzzesi, ma anche il monito perché la ricostruzione vada esattamente in questo modo e non diversamente, come invece si teme possa accadere.
Non è cosa da tutti giorni - e non era accaduta neppure con Wojtyla - vedere il papa in auto, seduto accanto al conducente, laddove il conducente è Guido Bertolaso, l’uomo che - onore al merito - sta combattendo una straordinaria battaglia per sconfiggere anche l’emergenza terremoto.
Basta guardare le immagini per convicersi dell’atmosfera diversa: il papa con il gomito che sporge dal finestrino e il capo della Protezione civile al volante. Due amici qualunque che si spostano in auto.
Quelli della sicurezza vaticana devono aver visto i sorci verdi ieri davanti ai continui cambiamenti di programma, agli spostamenti che tutti i manuali di security avrebbero sconsigliato. E invece no.
Benedetto XVI è andato avanti deciso, infischiandosene delle regole e degli appelli a rispettare i tempi. C’erano i terremotati da ascoltare. E tutti hanno avuto un sorriso, una carezza, un abbraccio, una benedizione.
Benedetto XVI è voluto andare in Abruzzo per i terremotati e a loro si è dedicato. A quelli che, dando prova di una smisurata dignità, si sono scusati di non poter offrire più di tanto al papa in visita. Invece gli hanno regalato una giornata meravigliosa, forse una delle più intense dei suoi quattro anni di pontificato, in cui è riuscito a mettere insieme la grandezza della Chiesa con il calore dell’uomo. È vero, a volte nella vita servono anche le scosse.

© Copyright Gazzetta del Mezzogiorno, 29 aprile 2009 consultabile online anche qui.

Articolo molto bello, ma che non aggiunge nulla di nuovo a cio' che NOI sapevamo gia': chi conosce Benedetto XVI sa che non e' la prima volta che compie gesti fuori dal protocollo e non e' la prima volta che abbraccia e bacia i fedeli (Assisi, Usa, Francia, Cagliari...ci sono anche le foto che documentano questi eventi!).
Certo! Ieri si e' trattato di un avvenimento unico, doloroso, forse irripetibile, ma Benedetto XVI e' sempre stato cosi'!
Bastava osservare bene...

Comunque fanno piacere questi articoli...li custodiremo gelosamente perche' sono molto rari.
R.

Il Papa agli indigeni del Canada: "Sono vicino alle vostre sofferenze" (Izzo)


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VISITA DEL SANTO PADRE ALLE ZONE COLPITE DAL TERREMOTO IN ABRUZZO (28 APRILE 2009): LO SPECIALE DEL BLOG

Riceviamo e con grande piacere pubblichiamo:

PAPA: A INDIGENI DEL CANADA, "SONO VICINO A VOSTRE SOFFERENZE"

(AGI) - CdV, 29 apr.

Salvatore Izzo

Benedetto XVI ha salutato oggi un gruppo di indigeni del Canada, venuti in rappresentanza delle popolazioni native del grande paese americano.
L'incontro e' avvenuto dopo l'Udienza Generale, quando il Papa, lasciata piazza San Pietro, si e' spostato nell'Aula Nervi.
A guidare la delegazione Phil Fontaine, leader della Assemblea nazionale dei nativi e mons. James Weisgerber, presidente della Conferenza Episcopale Canadese. Durante l'incontro - riferiscono i vescovi canadesi - il Papa ha espresso la propria preoccupazione per il popolo indigeno che in Canada che continua a soffrire.
L'incontro di oggi arriva come risposta alla richiesta delle comunita' dei nativi americani di scuse formali da parte della Chiesa Cattolica per non essersi opposta a un programma di "rieducazione' culturale" nelle scuole del Canada, per il quale il presidente canadese Stephen Harper, nel 2008, ha chiesto formalmente scusa.
Nell'ambito di questo programma, al quale hanno partecipato tutte le chiese cristiane, alcuni sacerdoti avrebbero anche commesso abusi sessuali sui giovani indigeni e per questi episodi e' stato richiesto un indennizzo di 79 milioni di dollari.
In merito alle sofferenze subite da bimbi indigeni nelle scuole del sistema scolastico canadese, sottolinea una nota vaticana, "il Papa ha espresso dispiacere e angoscia", in particolare per la "deplorevole condotta di alcuni esponenti della Chiesa", e ha manifestato "simpatia e preghiera solidale".
Il Pontefice, riferisce il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, "ha rimarcato che tali abusi non possono essere tollerati nella societa'".
Da parte sua, Benedetto XVI ha pero' anche ricordato che "fin dagli inizi della sua presenza in Canada la Chiesa, particolarmente attraverso i suo missionari, ha accompagnato da vicino i popoli indigeni". Infine, conclude la nota, "ha pregato affinche' coloro che hanno sofferto possano trovare un cammino di guarigione ed ha incoraggiato i popoli nativi ad andare avanti con rinnovata speranza".
A fine '800, ricorda il radiogiornale internazionale della Radio Vaticana citando una nota della Conferenza Episcopale del Canada, "il governo federale canadese istitui' delle scuole, appunto definite 'residenziali', per i bambini aborigeni: strutture finanziate dallo Stato e rette da organizzazioni religiose, rimaste attive fino a circa trent'anni fa.
Delle 76 scuole residenziali, frequentate da circa centomila allievi, 45 sono state amministrate da organismi cattolici".
"I vescovi - conclude l'emittente della Santa Sede - sottolineano che tutte le comunita' religiose e le diocesi, come anche le altre Chiese, hanno chiesto scusa ufficialmente agli aborigeni del Canada".

© Copyright (AGI)

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PUNTO DI VESPA

Pellegrino a Onna

Bruno Vespa

La figuretta bianca, ancora lontana cento metri da noi, sembrava ritagliata e incollata su una fotografia di macerie. Il destino di Onna s’era sostituito al regista e allo scenografo più abili. «Il Papa a Onna», sussurra Giustino Parisse, il giornalista del Centro che ha perduto nel terremoto la figlia e il figlio, due fiori di ragazzi. «Il Papa a Onna - ripete -. Il nome di un paese che non sta sulle carte geografiche ha fatto il giro del mondo. Si dice ”Il Papa a Onna” come ieri si diceva ”Il Papa a Washington”».
Benedetto XVI si avvicina, le scarpe di pelle color porpora si macchiano di fango perché piove senza interruzione.
Avevano preparato l’accoglienza nella grande tenda gialla trasformata in cappella, accanto a un piccolo campanile di legno. Ma lui è voluto andare nel cuore della tendopoli di questo paese con trecento abitanti, meno i quaranta che sono morti.
Abbraccia innanzitutto i bambini che nascondono nel sorriso e nell’emozione incubi incancellabili. Abbraccia le persone che hanno subito i lutti maggiori: Parisse e la moglie, appunto, e un metro più in là la coppia che aveva raccomandato al figlio maggiore di non andare a dormire dalla nonna.
Ma lui voleva proteggerla dalla paura delle scosse ed è morto abbracciato a lei.
Il papa mi scorge tra la gente e si avvicina. Gli dico che sono dell’Aquila, la mia città ha decine di palazzi crollati, centinaia di edifici lesionati, tutte le sue tante chiese seriamente ferite. La tragedia è molto più grande di quella che lui potrà immaginare. Benedetto è molto turbato, pronuncia parole di solidarietà e di conforto.
«Vorrei abbracciarvi tutti», dirà agli abitanti di Onna. A parte Gianni Letta, il cui volto è una maschera di dolore, qui non è stata ammessa nessuna autorità e nessun prelato, a parte l’arcivescovo dell’Aquila.
La visita è privata come non se ne ricordano. Il dolore sta tutto qui, intorno a lui. Il paese resta defilato, solo con le sue macerie rese lucide dalla pioggia battente. Oltre il cordone di vigili del fuoco che presidia una leggera rete metallica di protezione, s’intravedono solo distruzione e morte.
Non seguo il Papa nello storico e privatissimo incontro con Celestino V, il Papa del «gran rifiuto» dantesco. Il monaco ducentesco che precedette il giubileo concedendo l’indulgenza plenaria a tutti i penitenti che visitino la basilica di Collemaggio nella festa della Perdonanza del 28 agosto. La consegna alle spoglie del santo del pallio, simbolo stesso del pontificato, chiude nel modo più inatteso e solenne una controversia durata 715 anni.
Aspetto Benedetto XVI in un altro scenario surreale, la Casa dello studente. La notte sul 6 aprile dormivano qui un centinaio di ragazzi, qualcuno straniero, i più del centrosud. Otto sono morti. Chiedo ai dodici studenti scelti per aspettare il Papa se tra loro ci sia qualcuno dei superstiti. Nessuno. Nessuno dei sopravvissuti ha avuto la forza di tornare tra quelle macerie. Lo scenario è surreale perché via XX settembre, su cui s’affacciava l’edificio crollato, era la maggiore arteria di scorrimento intorno al centro storico. È deserta. Macerie di qua, macerie di là. Rendono gli onori quaranta vigili del fuoco, venti su ogni lato della strada. Il Papa si ferma con ogni studente, chiede città di provenienza e corso di laurea. A uno della facoltà di Ingegneria raccomanda di progettare con scrupolo. Alla fine della mattinata, quando c’è la cerimonia ufficiale sull’enorme piazzale della scuola della Guardia di Finanza, emerge con drammatica chiarezza la sintesi del messaggio pontificio. Il pallio per onorare il Papa santo aquilano, la rosa d’oro deposta sulla statua della Madonna di Roio, il cui santuario è stato colpito pesantemente dal sisma. L’invito a superare la morte con l’amore di Dio. Ma soprattutto - ripetuto a ogni occasione - il monito a ricostruire case e chiese solide per far volare di nuovo L’Aquila.

© Copyright Il Mattino, 29 aprile 2009 consultabile online anche qui.

«Il rosario del Papa sulla tomba di mio figlio». La commozione tra le tendopoli: «Ha saputo toccare i nostri cuori» (Bellaspiga)


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I ragazzi della casa dello studente: "È stato un incontro commovente" (Sir)

Benedetto XVI in Abruzzo, la gente di Onna: "Ci ha ridato la speranza"

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Il Papa commosso: ''E' peggio di come avevo pensato vedendo in televisione''

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VISITA DEL SANTO PADRE ALLE ZONE COLPITE DAL TERREMOTO IN ABRUZZO (28 APRILE 2009): LO SPECIALE DEL BLOG

LA VISITA DI BENEDETTO

Tra le macerie del piccolo centro distrutto dal sisma, il plauso di Ratzinger: «Ho ammirato il coraggio, la dignità e la fede con cui avete affrontato questa dura prova»

«Il rosario del Papa sulla tomba di mio figlio»

A Onna, il paese martire, l’abbraccio del Pontefice ha sciolto le lacrime di una madre che non aveva ancora pianto
La commozione tra le tendopoli: «Ha saputo toccare i nostri cuori» «La sua presenza un dono discreto, sarebbe stata importante anche se avesse taciuto»

DAL NOSTRO INVIATO A ONNA (L’AQUILA)

LUCIA BELLASPIGA

Doveva scendere dall’alto, in elicot­tero, ma il cielo è inclemente e gra­va plumbeo sulle macerie di On­na, il paese simbolo della catastrofe aqui­lana. Così arriva in macchina, Benedetto XVI, e sono le dieci e mezza (un’ora oltre l’orario previsto) quando è accolto nella tendopoli degli sfollati.
È solo la prima tap­pa del suo viaggio nei luoghi del terremo­to e del lutto, ma forse la più sentita da parte di chi in Abruzzo lo attende per pre­gare con lui e sentire parole di conforto.
«Sono venuto di perso­na in questa vostra terra splendida e ferita - dice alla gente di Onna, tra le tende blu della Protezio­ne Civile che ormai so­no la loro casa - . Vi sono stato accanto fin dal pri­mo momento...».
Sullo sfondo, coperto dalla coltre nera di nu­vole cariche di pioggia che non smette da gior­ni, le cime innevate del Gran Sasso, a ricordare che qui è ancora inver­no, nonostante l’aprile i­noltrato e le speranze di primavera di chi non ha più un tetto come ricovero. Ma tut­to attorno all’accampamento, come un tragico orizzonte, davanti alle montagne c’è il profilo sventrato e irriconoscibile di quello che fino al 6 aprile era il paesino di Onna, oggi lo scempio di tetti implosi, mu­ri crollati l’uno sull’altro, oggetti quotidia­ni che spuntano alla rinfusa dalle mace­rie, divelti e deformati: lavandini, un cal­ciobalilla, un calendario ancora appeso a un brandello di parete.
L’abbraccio del Papa va subito ai vivi, il ri­cordo ai loro defunti, che a Onna (250 a­nime in tutto prima del sisma) sono stati quaranta, uno ogni cinque, e sette erano bambini: non c’è famiglia senza lutto, qui. «Ho condiviso le vostre lacrime - dice lo­ro il Papa - , le vostre trepidanti preoccu­pazioni per quanto in un attimo avete per­so », cioè tutto. «Ho ammirato il coraggio - prosegue - , la dignità e la fede con cui a­vete affrontato questa dura prova... Il Pa­pa è qui oggi tra di voi per dirvi anche u­na parola di conforto circa i vostri morti: essi sono vivi in Dio e attendono in voi u­na testimonianza di speranza».
Una speranza che in queste popolazioni non demorde ed è racchiusa nell’antico detto che il Santo Padre cita alla fine, guar­dando le montagne: «Ci sono ancora tan­ti giorni dietro il Gran Sasso». La gente di Onna, quello che ne resta, pensa anche a quanti ne mancano per tornare alla nor­malità, e si commuove. Giovani e anziani sentono l’emozione del Papa, sanno che è uno di loro, non un a­mico di passaggio ma qualcuno che in qualche modo resterà. «È stata u­na visita privata, solo per noi di Onna, proprio ciò che si voleva - racconta un gruppetto di anziani seduti sulle panche del tendone mensa, dopo la partenza di Benedetto X­VI per L’Aquila - .
Qui tra sopravvissuti e volonta­ri della Protezione civile siamo trecento, e tanti e­ravamo ad accoglierlo. Abbiamo perso tutto, voi vedete le macerie delle case, ma non co­noscete le macerie del cuore: avevamo bi­sogno di sentire che lui ci era fisicamente vicino, di vederlo concretamente qui tra le nostre tende».
All’entrata della tendopoli, piantata nel fango acquitrinoso di questi giorni grevi, c’è una targa in marmo bianco, lucida e nuova: «A Onna, con voi per sempre. La Protezione civile del Lazio».
L’hanno mes­sa i volontari che vivono qui con gli sfol­lati fin da quel 6 aprile, e questo esula dai loro compiti: è promessa e impegno so­lenne. «Sono qui da lunedì», racconta il re­sponsabile del campo della Protezione ci­vile, Franco Albanesi, e in gergo locale or­mai quel «lunedì» significa una sola cosa, è il giorno in cui la terra ha tremato... «So­no qui da lunedì e non sono mai tornato a casa». Era a Onna anche quando si tira­vano fuori i morti dalle macerie: «Sono sta­ti due giorni tremendi», accenna soltanto, poi preferisce tacere. «Il Papa ha saputo toccare i cuori, dopo il discorso ufficiale si è soffermato a parlare con chi ha perso due, tre persone care, famiglie sventrate negli affetti».
Le mani del Papa si sono strette a quelle di una donna che ha perso il figlio e da quel giorno non ha più detto parola.
Im­pietrita dal dolore. Chi ha assistito al dia­logo muto di quella madre con il Pontefi­ce venuto da Roma per lei ora parla di un piccolo grande «miracolo»: «Benedetto X­VI le ha chiesto di non preoccuparsi, 'tuo figlio ha aperto le porte del Paradiso', le ha detto, e finalmente lei è riuscita a piange­re e per la prima volta ha parlato. Gli ha sussurrato qualcosa, poi il Papa ha bene­detto il suo rosario e glielo ha stretto in mano».
Inutile ora cercarla nelle tende: è andata al cimitero di Paganica a metterlo sulla tomba del figlio.
«Tutte magnifiche le parole che ci ha det­to – è il commento di alcune donne sedu­te attorno a una stufa per scaldarsi e a­sciugare le ossa dalla pioggia battente –, ma soprattutto importante è stata la sua presenza, sarebbe stata un messaggio grande persino se avesse taciuto.
Stupen­do infatti è stato il riferimento ai discepo­li di Emmaus, simbolo appunto di una pre­senza che è dono discreto». «Il Papa si è ac­costato a noi come compagno di viaggio con umiltà e semplicità francescana – spie­ga Fra’ Emiliano, 30 anni, giunto da Foli­gno allo stesso scopo – per essere presen­te accanto a queste persone, senza chiac­chiere e parole, in modo affettivo ed effet­tivo, perché la sofferenza non chiede pre­diche, ma discrezione e dignità».
«Ci ha fatto sentire la sua forza e ce l’ha trasmes­sa », conclude Tonino, agricoltore di 69 an­ni, «sempre in attività fino al 6 apri­le...
Questo è il periodo più lungo della mia vita in cui sono stato senza far niente». On­na, prevede l’anziano, sarà il primo paese a essere ricostruito, grazie alla Germania, che vuole così risarcirci della strage nazi­sta del ’44.
«Vede come va la vita? Torne­remo a vivere grazie al martirio dei nostri nonni. Rinati dalle macerie della storia...». Onna: ancora una volta città simbolo.

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Il Papa all'Aquila: questa terra risorga

Alberto Bobbio

L'Aquila

Abbraccia la gente, stringe le mani. Consola e prega. C'è chi ha asciugato lacrime ieri sul vestito bianco di Benedetto XVI a Onna e poi all'Aquila.
Arriva in auto, perché le nuvole basse e la pioggia avevano sconsigliato il viaggio in elicottero. Dice che è venuto a condividere «lo sgomento e le lacrime per i defunti».
Ma invita anche a guardare al futuro, spiegando che «occorre fare un serio esame di coscienza, affinché il livello di responsabilità, in ogni momento, mai venga meno».
E avverte: «A questa condizione L'Aquila, anche se ferita, potrà tornare a volare».
È stata una Via Crucis in tre tappe, dentro il dolore della gente, per le vite e le cose sbriciolate in pochi secondi. Onna, prima stazione.
Piove. Fa freddo. L'auto nera del Papa percorre piano la strada di fango che costeggia le macerie del borgo, fino alla tendopoli. Non c'è protocollo e anche l'ombrello bianco che tengono sul capo del Papa viene chiuso, anche se piove ancora un po'.
Scende e si sporca le scarpe di fango, mentre saluta il vescovo Giuseppe Molinari, mentre stringe a lungo le mani di Guido Bertolaso, mentre ha una parola anche per monsignor Orlando Antonini, nunzio apostolico in Paraguay, abruzzese che a Villa San Angelo ha perso nel terremoto otto parenti, mentre ringrazia don Cesare Cardoso, il parroco di Onna.
Stringe mani, anche quelle di alcuni ragazzi musulmani dell'Islam Relief Italia, che sono qui da venti giorni per aiutare.

«Vorrei abbracciarvi uno a uno»

Sale su una pedana e dice: «Vorrei abbracciarvi uno a uno». E rivela che «se fosse stato possibile avrei desiderato recarmi in ogni paese e in ogni quartiere, venire in tutte le tendopoli e incontrare tutti».
Definisce l'Abruzzo «terra splendida e ferita»: «Mi rendo ben conto che nonostante l'impegno di solidarietà manifestato da ogni parte, sono tanti e quotidiani i disagi che comporta vivere fuori casa, o nelle automobili, o nelle tende, ancor più a causa del freddo e della pioggia». Osserva che la «Chiesa tutta e qui con me», per «aiutarvi a ricostruire case, chiese, aziende crollate o gravemente danneggiate». E dice tutta la sua ammirazione «per il coraggio, la dignità e la fede con cui avete affrontato anche questa dura prova, manifestando grande volontà di non cedere alle avversità».
Cita, per sottolineare la speranza che nasce dalla forza d'animo d'un popolo di montagna, un frase che gli anziani si ripetono continuamente: «Ci sono ancora tanti giorni dietro il Gran Sasso».
È la speranza che può dare ali all'Abruzzo ferito. Il Papa spiega che lo chiedono anche i morti: «Attendono da voi una testimonianza di coraggio e di speranza, attendono di veder rinascere questa loro terra, che deve tornare a ornarsi di case e di chiese, belle e solide».
Assicura la gente che «Dio non vi abbandona» e non è «sordo al grido di chi ha perso case, risparmi, lavoro e a volte anche vite umane». Ma bisogna stare attenti a non «limitarsi all'emergenza iniziale». La «solidarietà deve diventare un progetto stabile e concreto nel tempo». Per questo il Papa nella prima stazione della Via Crucis attraverso il terremoto ha incoraggiato «tutti, istituzioni e imprese, affinché questa città e questa terra risorgano».

«È molto peggio di quello che pensavo»

Scende della pedana e abbraccia di chi è sopravvissuto, ma deve contare 40 morti, tirati fuori dalle macerie delle case sbriciolate là in fondo. Le tre suore dell'asilo di Onna gli mostrano la tenda dove vivono adesso.
E Ratzinger dice: «Avete fatto molto bene a stare qui. È una grande testimonianza che date al vostro popolo». Poi sale nella jeep con Bertolaso alla guida, loro due soli, e si infila tra le macerie delle case di Onna.
Dirà poco dopo alla basilica di Collemaggio, seconda stazione: «Adesso che ho visto di persona mi rendo conto che è peggio di quello che pensavo». Non c'è Papamobile oggi per Benedetto XVI. Su un pulmino bianco della Protezione civile arriva nella chiesa di Celestino V, il Papa del «gran rifiuto». Gli aprono appena la porta santa. La teca con i resti del suo predecessore è lì sull'ingresso.
Il Papa lascia il pallio che gli misero sulle spalle il giorno della sua elezione. Ma lui vorrebbe entrare. Ci prova. Lo trattengono, tutto è pericolante.
Da qui alla Casa dello studente c'è meno di un chilometro.
La zona è completamente inaccessibile. Lo aspettano 12 studenti insieme al cappellano dell'università, don Luigi Epicopo. È la terza stazione. Lui si informa delle facoltà frequentate, degli esami e delle lezioni precarie.
Alcuni studiano ingegneria. E il Papa li sprona a studiare bene perché così si possono costruire case più sicure. È un dialogo fitto, loro da soli, in faccia alle macerie. Maria Fidanza, studentessa di Comunione e liberazione, gli consegna una lettera che hanno scritto gli universitari di Cl, per ringraziarlo.

Il vescovo Molinari: ricostruzione subito

L'ultima tappa è nella caserma della Guardia di finanza. In una sala incontra i sacerdoti terremotati, si informa con ognuno dei danni e delle vittime nelle loro parrocchie. Poi saluta i sindaci dei 49 Comuni disastrati. E parla alla gente e ai volontari. Spiega che la solidarietà è un «sentimento altamente civico e cristiano e misura la maturità di una società». Ma non deve essere solo una «efficiente macchina organizzativa», dentro deve avere «un'anima, una passione», sia che «avvenga nelle forme istituzionali», sia in quelle del volontariato: «Anche a questo oggi voglio rendere omaggio».
Il vescovo Molinari, in un discorso dai toni assai fermi, chiede al Papa di pregare insieme a tutta la città, perché «questa solidarietà delle istituzioni continui nel tempo e le promesse vengano mantenute», perché «non si infranga in poveri interessi di parte», perché si rispettino le «competenze di tutti», senza cedere alla «più piccola forma di ostruzionismo», perché la «ricostruzione dell'Aquila o ci sarà subito o non ci sarà». E questa sarebbe «la nostra morte più brutta di quella già tanto tragica causata dal terremoto»: «Ogni ostacolo alla rinascita del mondo del lavoro, alla costruzione di nuove case, alla rinascita della nostra università sarebbe un delitto infame, che gli aquilano non perdoneranno mai».
Lo ripete anche il sindaco Massimo Cialenti: «Continui a pregare per noi, Santo Padre. Ne abbiamo bisogno».

© Copyright Eco di Bergamo, 29 aprile 2009

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VISITA DEL SANTO PADRE ALLE ZONE COLPITE DAL TERREMOTO IN ABRUZZO (28 APRILE 2009): LO SPECIALE DEL BLOG

Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo:

PAPA: SPORCIZIA E PECCATO OSCURANO DIO NELL'UOMO E NELLA CHIESA

(AGI) - CdV, 29 apr.

Salvatore Izzo

"Dio ha creato l'uomo a sua immmagine ma questa immagine si e' coperta da tanta sporcizia e peccato che in essa non sempre traspare il volto di Dio".
Con queste parole Benedetto XVI ha spiegato oggi ai 40 mila fedeli presenti in piazza San Pietro come sia nata la controversia gli iconoclasti risolta al Concilio di Nicea: "Dio - ha ricordato - si e' fatto uomo, vera immagine di Dio e non un idolo vietato dai comandamenti, cosi' le sante immagini ci insegnano di vedere Cristo nel volto anche dei santi e ci parlano della bellezza di Dio".
"Dobbiamo amare la Chiesa", ha esortato il Pontefice, rilevando che "nella Chiesa noi uomini vediamo soprattutto il peccato e il negativo, ma con la fede possiamo riscoprire la bellezza divina: come diceva San Germano - ha ricordato il Papa teologo - Dio passeggia nella sua Chiesa e infatti possiamo adorarlo nell'Eucaristia, riceverne il perdono.
Nella Chiesa possiamo vedere la sua presenza nel mondo. Ci aiuti il Signore - ha invocato Papa Ratzinger - a essere trasparenti della sua luce".
"La Chiesa e' tempio di Dio, spazio sacro, casa di preghiera, convocazione di popolo, corpo di Cristo. E' il cielo sulla terra, dove Dio trascendente abita come a casa sua e vi passeggia, ma e' anche impronta realizzata della crocifissione, della tomba e della risurrezione", ha ricordato il Papa teologo citando san Germano di Costantinopoli.
"C'e' una certa visibilita' di Dio - ha spiegato - nel mondo e della Chiesa, e dobbiamo imparare a vedere. Dio aveva vietato di fare sue immagini, contro la tentazione dell'idolatria e del paganesimo ma attraverso Cristo si e' fatto visibile".
San Germano di Costantinopoli ci ricorda anche oggi che "la bellezza e la dignita' della liturgia" ci avvicina a Dio: "celebriamo la liturgia alla presenza di Dio - ha invitato il Papa parlando a braccio ai fedeli - con la dignita' e la bellezza che fa vedere un po' l'immagine di Dio". Mentre, come ha insegnato lo stesso patriarca Germano, "il decoro della forma retorica nella predicazione e' altrettanto importante nella celebrazione liturgica quanto la bellezza dell'edificio sacro nel quale essa si svolge".
"La Chiesa - ha aggiunto il Papa - e' la casa di Dio, in cui si trovano quelle vere e proprie perle preziose che sono i dogmi divini dell'insegnamento offerto direttamente dal Signore ai suoi discepoli".
San Germano, ha ricostruito il Pontefice nella sua catechesi, "ebbe un ruolo significativo nella storia complessa della lotta per le immagini, la cosiddetta crisi iconoclastica, e seppe resistere validamente alle pressioni di un imperatore iconoclasta come Leone III", il quale "comincio' a manifestare sempre piu' apertamente la convinzione che il consolidamento dell'Impero dovesse cominciare proprio da un riordinamento delle manifestazioni della fede, con particolare riferimento al rischio di idolatria a cui, a suo parere, il popolo era esposto a motivo dell'eccessivo culto delle icone".
Ed "a nulla valsero i richiami del patriarca Germano alla tradizione della Chiesa e all'effettiva efficacia di alcune immagini”.
L'imperatore, al contrario, “divenne sempre piu' irremovibile nell'applicazione del suo progetto restauratore", e quando "prese posizione aperta in una riunione pubblica contro il culto delle immagini, Germano non volle in nessun modo piegarsi al volere dell'Imperatore" e "si vide costretto a rassegnare le dimissioni da patriarca, auto-condannandosi all'esilio in un monastero dove mori' dimenticato".
Il suo nome riemerse in occasione del Secondo Concilio di Nicea, nel 787, quando i Padri ortodossi "ne riconobbero i meriti" e nell'udienza di oggi il Pontefice lo ha accostato a quello di Santa Caterina da Siena "innamorata di Cristo".
"Siate innamorati di Cristo, come lo fu Caterina, per seguirlo con slancio e fedelta'", ha chiesto infatti ai giovani, al termine dei saluti ai pellegrini di lingua italiana, con cui si conclude tradizionalmente ogni udienza generale. Benedetto XVI ha ricordato la festa liturgica odierna, dedicata a Santa Caterina da Siena, dottore della Chiesa e compatrona d'Italia insieme con San Francesco d'Assisi.

© Copyright (AGI)

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Papa: Deplorevole condotta Chiesa per abusi su aborigeni Canada

Questi atti non possono essere tollerati in una società

Il Papa ha incontrato questa mattina una delegazione di aborigeni canadesi e ha espresso "il proprio dispiacere per l'angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni esponenti della Chiesa" di abusi verso i bambini "e ha manifestato simpatia e preghiera solidale".
"Simili atti di abusi non possono essere tollerati in una società", dice il Pontefice secondo quanto riferisce un comunicato ufficiale della sala stampa della Santa Sede.
L'incontro, avvenuto questa mattina al termine dell'udienza generale in piazza San Pietro, si è svolto alla presenza del leader della Assemblea delle cinque nazioni del Canada, Phil Fontaine e del presidente dei vescovi canadesi James Weisgerber.
Benedetto XVI "ha ascoltato le loro storie e preoccupazioni", prosegue la nota, sottolineando che "fin dagli inizi della sua presenza in Canada, la Chiesa, particolarmente attraverso i suo missionari, ha accompagnato da vicino i popoli indigeni". "Il Papa prega che tutti coloro che hanno sofferto possano sperimentare la guarigione, e ha incoraggiato" i nativi canadesi "ad andare avanti con rinnovata speranza".

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