venerdì 13 novembre 2009

Prof. Giaccardi: Vescovi, attenti alle trappole, alle strumentalizzazioni, alle provocazioni, al gioco delirante della polemica mediatica (Bobbio)


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Alberto Bobbio

Assisi
Attenti alle trappole, attenti alle strumentalizzazioni, attenti alle provocazioni, al gioco delirante della polemica, che serve solo per alimentare l'audience.
Attenti insomma allo specchio deformante dei media. La professoressa Chiara Giaccardi, docente alla Cattolica di Milano ed esperta di tematiche della comunicazione, parla ai vescovi italiani della magnificenza dei media, che per noi sono ormai «come l'acqua per il pesce», ma li mette in guardia: «I media non sono la realtà, anche se non possiamo prescindere da essi».
È una lezione stupefacente, importante, che getta luce su molto che non si sa, perché la sirena dei media inquieta anche la Chiesa e a volte l'avviluppa fino a depotenziarla. Parla nel pomeriggio ad una assemblea attenta e propone una relazione accurata, che apre prospettive e scenari di riflessione nuovi e che ha sorpreso in più di un passaggio.
Chiara Giaccardi ha invitato i vescovi a rendersi conto in misura maggiore dei «trabocchetti della strumentalizzazione» fino, addirittura a proporre «il silenzio», cioè a governare in maniera più consapevole e accorta i «propri turni di parola», sfidando i «ritmi dettati dalla polemica».
Non serve, ha spiegato alzare la voce, anzi si può comunicare più efficacemente «contemperando il coraggio dell'annuncio e quello del silenzio»: «Può essere molto più incisivo un silenzio deliberato che una parola sollecitata da altri, con intento polemico».
Ma non è facile sottrarsi alle regole imposte dal gran circo dei media e a quella sorta di «agenda setting» che ogni giorno si compone nelle redazioni di giornali e televisioni a prescindere dalla vita reale delle persone e dai valori che sono in gioco. Né è facile evitare il sottile e perverso gioco delle equivalenze per cui ogni valore vale un altro e ciò che conta è solo il loro diventare «feticcio» o «bandiera» per altri fini. Quello dei media, ha denunciato la professoressa Giaccardi, è oggi un «paese dei balocchi» che «ci intrappola» dentro una serie di «slogan e parole magiche» che «non risolvono i problemi» e nemmeno ci aiutano a capirli, ma che tuttavia «ci tranquillizzano», perché offrono «soluzioni facili, consolatorie», anche se se si tratta di risposte senza senso, che «valgono lo spazio di un giorno solo».
L'analisi della professoressa della Cattolica va al fondo della questione. Si interroga sulla capacità di «sedurre» dei media, di creare «consenso» e «coinvolgimento emotivo».
Come quando invitano a distinguere tra una Chiesa cattiva, quella naturalmente «istituzionale» e dunque «punitiva», e una «Chiesa buona», quella che «vive con i poveri e non si pronuncia pubblicamente», una Chiesa insomma che sa «stare al suo posto».
È l'immagine che lo specchio deforma, perché lo specchio è una trappola: «Rigenera continuamente stimoli, moltiplica immagini, sollecitazioni, sposta i desideri, propone incessantemente idoli». Alcuni lo definiscono «bisogno di infinito», ma non sono che emozioni.
Chiara Giaccardi non usa perifrasi e va direttamente al cuore della questione oggi indotta da una cultura in cui ciò che conta è il «grande tribunale mediatico»: «Assistiamo ad una vera a propria cultura dell'immediatezza che non ammette altro al di fuori di se stessa, e ad un autoritarismo del dato di fatto che si impone come legittimazione di ogni verità».
Non si negano i valori ma li si «deridono», oppure si dice di credere, ma si smentisce la convinzione con comportamenti opposti.
Si va dal «fondamentalismo laico» a quello, sottolinea la Gucciardi ai vescovi, che gli inglesi chiamano «cheering nihilism», nichilismo sorridente, dunque subdolo, dunque più pericoloso, perché irride, perché svuota dall'interno la capacità dei valori di mobilitare, di attrarre, di orientare. Oggi, è la sua denuncia, ciò che conta è solo «ottenere consenso strumentalmente e vantaggi personali».
La Chiesa deve essere ben consapevole della realtà e della posta in gioco e sottrarsi a questo mito «dell'estetica della sensazione», del «presente assoluto», della «istantaneità», che i media hanno contribuito a costruire, stravolgendo il sacro e facendo diventare sacro solo il «desiderio, il godimento, il benessere del proprio corpo», ma rinunciando a parlare dell'«etica del sacrificio», per cui la croce va bene come ornamento di bellezza, ma non come simbolo di qualche cosa d'altro, mentre di fedeltà e eternità si è autorizzati a parlare solo in relazione ai beni di consumo nella pubblicità.
La Chiesa cosa deve fare di fronte a ciò? Alzare la voce e finire in trappola oppure scegliere modelli di «comunicazioni paradossale», più impegnativi, rifuggendo ai sistemi «magici» a cui i grandi media, e soprattutto la televisione, ci hanno abituato? Per Chiara Giaccardi si può tentare una via nuova, che non separa «parola e vita», cioè valori e comportamenti e cerca di trarre da questo intreccio «legittimità e autorevolezza». E indica l'esempio di Benedetto XVI, il suo pontificato narrativo, una comunicazione «preziosa», di parole «sobrie», ma capaci di «incrinare qualche facile certezza», e quello di Giovanni Paolo II che ha saputo rendere «comunicativo il silenzio e dignitosa la sofferenza».

© Copyright Eco di Bergamo, 12 novembre 2009

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