sabato 27 dicembre 2008

Squarciato il velo di silenzio sulle suore rapite, il Papa: «Dio converta il cuore dei rapitori» (Giansoldati)


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Il Papa all’Angelus, appello per le suore rapite in Kenya

Squarciato il velo di silenzio: «Dio converta il cuore dei rapitori»

di FRANCA GIANSOLDATI

CITTA’ DEL VATICANO – Il velo di silenzio che avvolge il destino delle suore italiane rapite in Kenya agli inizi di novembre, è stato squarciato ieri mattina da Papa Ratzinger. L’Angelus di Santo Stefano, primo martire cristiano, l’ha voluto dedicare proprio a loro. E’ da circa un mese che non si parla più delle sorti di suor Caterina Giraudo e di suor Maria Teresa Olivero, sequestrate in una zona di confine da un gruppo di estremisti islamici che le avrebbero portate in Somalia. Mentre le trattative proseguono a singhiozzo,l’appello per la loro liberazione è stato esteso da Benedetto XVI a tutti coloro che, in ogni angolo del mondo, dal Medio Oriente fino all’America Latina, vivono una medesima condizione. «Dio converta il cuore dei rapitori» ha detto, affacciandosi dalla finestra del Palazzo Apostolico.
Le due religiose originarie di Cuneo, di 61 e 67 anni, appartenenti al Centro Charles de Foucauld, sono state rapite a Elwak, nel distretto settentrionale keniota di Mandera, a pochi chilometri dal confine somalo. Il gruppo armato che le ha trascinate via nel cuore della notte, ha fatto irruzione nella casa missionaria con inaudita violenza. Suor Giraudo e suor Maria Teresa sono delle veterane della zona, conoscono bene gli usi e i costumi della gente, sanno come muoversi e la gente le apprezza per il lavoro verso i bambini e i sofferenti.
Il giorno dopo il blitz, le consorelle, ancora sotto shock, hanno riferito di raffiche di mitra sparate anche contro gli edifici governativi. «E’ stato un attacco violento. Hanno sparato per mezz’ora in aria».
Il Papa ha invitato i fedeli a riflettere. «Nell’atmosfera natalizia – ha detto – si avverte più forte la preoccupazione per quanti si trovano in situazioni di sofferenza e di grave difficoltà. Il mio pensiero va, tra gli altri, alle due consacrate italiane, sequestrate da più di un mese e mezzo assieme a un gruppo di loro collaboratori locali. Vorrei che in questo momento sentissero la solidarietà del Papa e di tutta la Chiesa». Poi si è appellato ai sequestratori, sottolineando che le religiose svolgevano un «disinteressato servizio ai fratelli più poveri». L’aggettivo «disinteressato» non è stato scelto a caso. Sin dall’inizio del rapimento, infatti, i rappresentanti della Chiesa locale, così come il nunzio apostolico, hanno fatto di tutto per rassicurare le comunità islamiche somale e keniote che le religiose si occupavano di carità e non certo di conversioni.
Se la seconda parte dell’Angelus si è concentrata sulla sorte delle due religiose prese in ostaggio, la prima parte è servita per ricordare ai cristiani il divieto di «rispondere al male con il male», bensì solo «con la forza della verità e dell’amore». La testimonianza di Santo Stefano è stata decisiva per la stessa conversione di San Paolo.
«Saulo perseguitava i cristiani ed aveva collaborato pure alla lapidazione di Stefano: lo aveva visto morire sotto i colpi delle pietre e soprattutto aveva visto il modo in cui Stefano era morto: come Cristo, cioè pregando e perdonando i suoi uccisori».
«Cari fratelli – ha concluso il pontefice – vediamo realizzarsi i primi frutti della salvezza che il Natale di Cristo ha recato all’umanità, la vittoria della vita sulla morte, la vittoria dell’amore sull’odio, della luce della verità sulle tenebre della menzogna».
Nel messaggio urbi et orbi di Natale dal Papa il grido basta guerre nel mondo, in Terra santa, in Libano, in Iraq, nello Zimbabwe, in Congo, nel Darfur, in Somalia. Il primo pensiero però è andato alla Terra Santa, dove il Papa si recherà il prossimo maggio 2009. «La Luce divina di Betlemme - ha detto - si diffonda in Terra Santa, dove l'orizzonte sembra tornare a farsi cupo per gli israeliani e i palestinesi; si diffonda in Libano, in Iraq e ovunque nel Medio Oriente. Fecondi gli sforzi di quanti non si rassegnano alla logica perversa dello scontro».

© Copyright Il Messaggero, 27 dicembre 2008 consultabile online anche qui.

Purtroppo esistono sequestri di serie A e sequestri di serie B o Z.
Ricordate quando furono rapite le due Simone? O i giornalisti di Repubblica (Mastrogiacomo) e del Manifesto (Sgrena)?
Sit in, manifestazioni, fiaccolate.
Quando ci sono di mezzo due suore silenzio assoluto.
Deve intervenire il Papa per ottenere un minimo di attenzione.
Che pena...

R.

Dal Papa l’invito a vivere con coraggio il messaggio di speranza del Natale (Mazza)


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MESSAGGIO URBI ET ORBI DI PAPA BENEDETTO XVI (25 DICEMBRE 2008)

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FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2009: LO SPECIALE DEL BLOG

LE PAROLE DI PIETRO

DA ROMA

SALVATORE MAZZA

Solidarietà e pace le vie da seguire

Dal Papa l’invito a vivere con coraggio il messaggio di speranza del Natale

La luce del Natale illumina il mondo. Perché è «a tutti gli uomini del mondo» che «è de­stinato il messaggio di speranza» che arriva dalla grotta di Betlemme, e da ognuno deve irradiarsi al mon­do, purché ciascuno «pronunci il suo 'sì', come Maria». Speranza che, più che mai «in questo nostro tempo, segnato da una considere­vole crisi economica», si deve de­clinare nella solidarietà, senza la quale «il mondo può solo andare in rovina», nella ricerca ostinata e con­vinta della via della pace, a comin­ciare dalla Terra Santa, nella difesa di tutti i bambini perché «su ogni bambino c’è il riverbero del bambi­no di Betlemme».
Nelle tradizionali celebrazioni na­talizie Benedetto XVI ha rilanciato l’augurio che ogni persona possa sperimentare la potenza della gra­zia salvatrice di Dio, che «sola può cambiare il cuore di ogni uomo e renderlo un’oasi di pace».
Nel Mes­saggio Urbi et Orbi del 25 e, prima ancora, nell’omelia della Messa di mezzanotte, nelle parole di papa Ratzinger è risuonata l’eco della speranza e della gioia che la nasci­ta di Gesù porta nel mondo. Di nuo­vo, in questo mondo pieno di spe­ranze e angosce, «è apparsa la gra­zia di Dio Salvatore», e questa festa è rischiarata da «un chiarore che si accende nella notte... luce che si propaga», dissipando le tenebre.
«Possano sperimentare la potenza della grazia salvatrice di Dio – è sta­to giovedì l’auspicio del Pontefice, nel passaggio centrale del Messag­gio – le numerose popolazioni che ancora vivono nelle tenebre e nel­l’ombra di morte.
La Luce divina di Betlemme si diffonda in Terra San­ta, dove l’orizzonte sembra tornare a farsi cupo per gli i­sraeliani e i palesti­nesi; si diffonda in Libano, in Iraq e o­vunque nel Medio Oriente. Fecondi gli sforzi di quanti non si rassegnano alla logica perversa del­lo scontro e della violenza e privile­giano invece la via del dialogo e del ne­goziato, per comporre le tensioni interne ai singoli Paesi e trovare so­luzioni giuste e durature ai conflit­ti che travagliano la regione».
Alla stessa luce che «trasforma e rin­nova », ha quindi proseguito, «ane­lano gli abitanti dello Zimbabwe, in Africa, stretti da troppo tempo nel­la morsa di una crisi politica e so­ciale che, purtroppo, continua ad aggravarsi, come pure gli uomini e le donne della Repubblica Demo­cratica del Congo, specialmente nel­la martoriata regione del Kivu, del Darfur, in Sudan e della Somalia, le cui interminabili sofferenze sono tragica conseguenza dell’assenza di stabilità e di pace». Questa luce, an­cora, «attendono soprattutto i bam­bini di quei Paesi e di tutti i Paesi in difficoltà, affinché sia restituita spe­ranza al loro avvenire».
La luce del Natale, ha proseguito Be­nedetto XVI parlando dalla Loggia delle Benedizioni ai quasi centomi­la fedeli presenti in piazza San Pie­tro, risplenda là «dove la dignità e i diritti della persona umana sono conculcati; dove gli egoismi perso­nali o di gruppo prevalgono sul be­ne comune; dove si rischia di as­suefarsi all’odio fratricida e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; dove lotte intestine dividono grup­pi ed etnie e lacerano la conviven­za; dove il terrorismo continua a col­pire; dove manca il necessario per sopravvivere; dove si guarda con ap­prensione ad un futuro che sta di­ventando sempre più incerto, an- che nelle Nazioni del benessere». Di qui il forte richiamo alla «autentica solidarietà», in quanto «se ciascuno pensa solo ai propri interessi, il mondo non può che andare in ro­vina ». Un richiamo, questo, che papa Rat­zinger ha rinnovato poco dopo quando, al momento dei sa­luti (quest’anno pronunciati in 64 lingue diverse), s’è rivolto ai fedeli ita­liani auspicando che «in questo no­stro tempo, segnato da una considere­vole crisi economi­ca, possa il Natale essere occasione di più grande solida­rietà tra le famiglie e tra le comunità che compongono la cara Nazione i­taliana».
Ai bambini, «ognuno dei quali chie­de il nostro amore», il Pontefice a­veva particolarmente dedicato l’o­melia della Messa di mezzanotte, da egli stesso celebrata nella Basilica vaticana, invitando i fedeli «in que­sta notte in particolare» a pensare «anche a quei bambini ai quali è ri­fiutato l’amore dei genitori. Ai bam­bini di strada che non hanno il do­no di un focolare domestico. Ai bambini che vengono brutalmente usati come soldati e resi strumenti della violenza, invece di poter esse­re portatori della riconciliazione e della pace. Ai bambini che median­te l’industria della pornografia e di tutte le altre forme abominevoli di abuso vengono feriti fin nel profon­do della loro anima». «Il Bambino di Betlemme – ha spie­gato il Papa – è un nuovo appello ri­volto a noi, di fare tutto il possibile affinché finisca la tribolazione di questi bambini; di fare tutto il pos­sibile affinché la luce di Betlemme tocchi i cuori degli uomini. Soltan­to attraverso la conversione dei cuo­ri, soltanto attraverso un cambia­mento nell’intimo dell’uomo può essere superata la causa di tutto questo male, può essere vinto il po­tere del maligno. Solo se cambiano gli uomini, cambia il mondo e, per cambiare, gli uomini hanno biso­gno della luce proveniente da Dio, di quella luce che in modo così ina­spettato è entrata nella nostra not­te ». Dio, ha ancora ricordato Benedetto XVI, «è là dove gli uomini non vo­gliono fare in modo autonomo del­la terra il paradiso, servendosi a tal fine della violenza». E si fa uomo «dapprima davanti a persone di condizione molto bassa, davanti a persone che nella grande società e­rano piuttosto disprezzate». Sono i «piccoli», infatti, quelli che sanno accogliere il suo Messaggio.
Al termine della Messa, mentre pa­pa Ratzinger stava lasciando la ba­silica, una donna ha tentato di sca­valcare la transenna per raggiun­gerlo e salutarlo, subito bloccata da un agente della Gendarmeria vati­cana. Un episodio che, come preci­sato dalla stessa Gendarmeria an­cora ieri mattina, è stato considera­to «non rilevante», visto anzi che è abbastanza frequente che, durante le udienze e le cerimonie, i fedeli cerchino di eludere la sorveglianza per avvicinarsi al Pontefice e salu­tarlo personalmente.

© Copyright Avvenire, 27 dicembre 2008

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FESTIVITA' NATALIZIE 2005-2009: LO SPECIALE DEL BLOG

Su segnalazione di Scenron leggiamo:

2008/VATICANO: BENEDETTO XVI NON 'STAR' MA PASTORE NON SEMPRE COMPRESO

(ASCA) - Roma, 27 dic

Nel discorso che tradizionalmente fa il bilancio dell'anno che si appresta a finire - quello rivolto alla Curia in occasione dello scambio degli auguri natalizi - papa Benedetto XVI ha voluto mettere il risalto, del 2008, proprio il grande incontro con i giovani nella citta' australiana di Sidney.
Il pontefice, certamente, ha messo in chiaro che questi eventi non sono come un concerto rock di cui il papa sia la ''star''.
Ma ha anche difeso con vigore una kermesse che ha ereditato da Giovanni Paolo II e che, secondo molti, non e' nelle sue corde di pontefice. Invece, Ratzinger ha contestato chi pensa che queste giornate siano soltanto ''una variante della moderna cultura giovanile'', ''un grande spettacolo, anche bello, ma di poco significato per la questione sulla fede''.
Nelle Gmg, come in tutto il resto, il papa ha ricordato che la sua figura e l'intera celebrazione e' li' perche' ''rimanda all'Altro che sta in mezzo a noi. E' questo che rende lieta e aperta la vita e unisce gli uni con gli altri in una gioia che non e' paragonabile con l'estasi di un festival rock''.

I VIAGGI.

Sono stati due i grandi viaggi di papa Benedetto XVI che hanno segnato l'anno vaticano: quello in primavera negli Stati Uniti e quello a settembre in Francia. Nel primo, il pontefice ha potuto suggellare la sua stretta intesa con il presidente uscente degli Usa George W. Bush, all'insegna di un riconoscimento pieno del ruolo pubblico e attivo della fede nella societa'.
Bush ha voluto rendere un omaggio quasi senza precedenti al pontefice, organizzando per lui un sontuoso banchetto nel giardino della Casa Bianca in occasione del suo 80.esimo compleanno. E il tema della laicita' ha dominato anche la breve trasferta francese di papa Ratzinger. Li', nella terra natale della 'laicite'', il capo della Chiesa di Roma ha incassato dal presidente Nicolas Sarkozy il riconoscimento che una ''laicita' positiva'', che non vuole piu' relegare la religione fuori dalla sfera pubblica come fatto unicamente privato, e' un motore indispensabile per il buon funzionamento della societa'.

Onu

Ma il punto piu' alto della visita Oltreoceano del pontefice e' stata la solenne 'lectio' pronunciata di fronte all'Assemblea Generale dell'Onu, a New York, in occasione del 60.esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Un discorso che e' stato l'occasione, per Ratzinger, per offrire ancora una volta il sostegno della Chiesa alla promozione di questi diritti nel mondo, nell'ottica di una difesa integrale della persona che, da una parte, non vuole 'inventare' nuovi diritti per l'uomo e, dall'altra, si appoggia a quella ''legge naturale'', valida per tutti gli uomini, di cui la Chiesa vuole farsi fedele interprete. Eppure, proprio con l'Onu la Santa Sede ha avuto alcuni degli scontri piu' vivi dell'anno: da quello con le organizzazioni internazionali, segnate, a dire di Benedetto XVI, da una ''logica relativistica'' a quello legato alla proposta europea di una risoluzione per la depenalizzazione dell'omosessualita' a livello globale, in discussione in questi giorni al Palazzo di Vetro. IL

CASO ELUANA.

A dominare invece il dibattito italiano e' stata - ed e' tutt'oggi - la vicenda senza fine di Eluana Englaro, la donna in stato vegetativo permanente da quasi 17 anni, attorno al quale la Chiesa e la politica combattono una battaglia sui temi piu' delicati della bioetica, dal testamento biologico alla 'fine della vita'. La sentenza della Corte d'Appello di Milano, confermata in via definitiva dalla Cassazione, che autorizza il distacco del sondino che alimenta e tiene in vita Eluana, ha cambiato le carte in tavola per la Chiesa e costretto ad un aggiustamento di linea: dal 'no' categorico ad una legge che regolasse la questione del 'finevita' espresso a suo tempo dal segretario generale della Cei Giuseppe Betori al 'si'' ad una simile legge, purche' rispetti determinati paletti, affermato un po' a sorpresa dal presidente Cei Angelo Bagnasco in ottobre. In mezzo, un dibattito acceso che ha coinvolto associazioni cattoliche, ha visto il sostanziale accordo dei politici cattolici di entrambi gli schieramenti ed ha avuto echi persino in Vaticano...

IL DIBATTITO SULLA MORTE CEREBRALE.

Oltretevere, a scatenare il dibattito sulla fine della vita e' stato un editoriale pubblicato il 3 novembre da Lucetta Scaraffia sull'Osservatore Romano. La storica criticava quello che da 40 anni e' il criterio universalmente accettato a livello medico, e condiviso anche dalla Chiesa cattolica, per determinare la morte di una persona: l'encefalogramma piatto, ovvero la 'morte cerebrale'. Chiamando in causa la ''lobby dei trapianti'', la Scaraffia auspicava tra le righe un ritorno al criterio precedente, quello dell'arresto cardiaco. La reazione, anche all'interno del Vaticano stesso, e' stata immediata, con una secca smentita del portavoce Federico Lombardi e un coro di voci, soprattutto cattoliche, in difesa del criterio della 'morte cerebrale', necessario per effettuare i trapianti che salvano la vita di migliaia di persone ogni anno. Eppure, la questione all'interno della Chiesa e' aperta, e in un discorso pronunciato in novembre da papa Benedetto XVI c'e' chi ha ravvisato un'apertura di credito nei confronti degli scettici.

LA VISITA MANCATA A LA SAPIENZA.

Quando il rettore dell'universita' romana ''La Sapienza'', Renato Guarini, ha invitato papa Benedetto XVI per una 'lectio magistralis' in occasione dell'apertura dell'anno accademico, probabilmente non immaginava che avrebbe scatenato una crisi cosi' profonda nei rapporti tra Vaticano e Italia da aver portato, secondo qualcuno, alla caduta del governo Prodi. Eppure e' proprio quello che e' successo: in seguito alla diffusione di una lettera di 67 professori, non priva di inesattezze nei riferimenti ai testi del pontefice, inviata al rettore gia' mesi prima per esprimere i propri dubbi sull'opportunita' di invitare il papa in un tempio della cultura laica, si scatenano una serie di proteste e iniziative da parte di studenti contrapposti di sinistra e destra che inducono il Vaticano, alla vigilia della visita stessa, ad annullare repentinamente la 'lectio'. In seguito, lo scatenarsi di un'aspra serie di recriminazioni politiche sulla ''responsabilita''' della rinuncia porta ad una manifestazione di solidarieta' nei confronti del pontefice convocata dall'allora vicario di Roma Camillo Ruini, a cui partecipera' anche il ministro Clemente Mastella, di li' a poco dimissionario dal governo Prodi...

IL RAPPORTO CON I FRATELLI EBREI.

La liberalizzazione dell'uso della messa tridentina, normalmente conosciuta come 'messa in latino' e cara ai tradizionalisti cattolici contrari alle riforme del Concilio Vaticano II, non ha cessato di dare grattacapi a papa Benedetto XVI e alla Chiesa nel corso di quest'anno. La modifica della ''preghiera per la conversione degli ebrei'' contenuta nel rito antico, decisa dal Vaticano in seguito alle proteste della comunita' ebraica internazionale, viene ritenuta dai rabbini di tutto il mondo una 'toppa peggiore del buco' e ha portato ad un brusco raffreddamento delle relazioni ebraico-cattoliche, in Italia e non solo. La questione e' sensibile perche' ogni accenno, seppure velato, alla ''conversione'' degli ebrei alla verita' cristiana porta con se' il ricordo indelebile delle persecuzioni di cui per secoli i ''fratelli maggiori'', secondo l'espressione di papa Wojtyla, sono stati oggetto nell'Europa cristiana. La questione si e' poi intrecciata con il controverso processo di beatificazione di... PIO XII. Di papa Pacelli ricorreva quest'anno il cinquantesimo della morte, celebrato solennemente in Vaticano con una messa a cui hanno partecipato tutti i vescovi convenuti a Roma per il Sinodo sulla Parola di Dio. Malgrado il profluvio di iniziative organizzate dalla Chiesa per commemorarlo, e le parole di elogio che lo stesso papa Benedetto XVI gli ha riservato, ricordando come ''non risparmio' sforzi, ovunque fosse possibile'', per proteggere gli ebrei perseguitati dai nazisti, la beatificazione di Pio XII rimane pero' sospesa. Lo stesso pontefice, in ottobre, ha invitato sibillinamente a pregare ''perche' prosegua felicemente la causa di beatificazione del Servo di Dio Pio XII'' e, secondo un testimone, avrebbe accolto l'invito fattogli da una delegazione internazionale di rabbini di rimandare l'elevazione agli altari di papa Pacelli finche' non sara' stata gettata una luce piu' chiara sul suo atteggiamento nei confronti degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Resta il fatto che le voci insistenti, anche se non confermate ancora ufficialmente, di un viaggio del papa in Israele nel 2009 assicurano che la questione restera' aperta anche l'anno prossimo.

IL SINODO.

Nella vita interna della Chiesa, l'evento chiave del 2008 e' stato senza dubbio il Sinodo dei Vescovi, la grande assise in cui prelati di tutto il mondo si riuniscono per discutere su temi di grande rilevanza per la Chiesa ed elaborare proposte da sottoporre al pontefice. Il Sinodo di quest'anno e' stato dedicato alla Parola di Dio, per cercare di fare il punto su quanto la promessa del Concilio Vaticano II di rimettere il rapporto diretto con la Bibbia al centro della vita dei cattolici sia stata mantenuta. E se la dimestichezza degli occidentali in generale, e degli italiani in particolare, con il testo sacro sembra essere ancora scarsa, dall'assise sinodale sono arrivate alcune proposteoperative dal carattere sicuramente innovativo: da quella di dare un ruolo piu' attivo e riconosciuto alle donne nella vita della Chiesa, e in particolare nella celebrazione della messa, a quella di dedicare piu' attenzione alle omelie domenicali per i preti, considerate dai fedeli spesso noiose e prive di 'mordente' sulla vita reale. ISLAM. Il 2008 e' stato anche l'anno in cui il dialogo tra cristiani e musulmani, dopo il gelo provocato dalla lezione di Ratisbona di papa Benedetto XVI, ha conosciuto un vero e proprio 'salto di qualita''. Riavviato dalla ''Lettera dei 138'' saggi e studiosi musulmani, indirizzata a tutti i leader cristiani del mondo, questo dialogo ha ricevuto la sua consacrazione definitiva con il Forum cattolico-musulmano che si e' svolto dal 4 al 6 novembre a Roma. In quella sede, accanto al ''dialogo delle culture'' piu' volte evocato dal pontefice (da ultimo, nella prefazione al libro di Marcello Pera, ''Perche' dobbiamo dirci cristiani''), cattolici e islamici si sono confrontati anche sui fondamenti teologici delle loro fedi, per gettare le basi di una cooperazione sui temi del rifiuto della violenza, dello sviluppo, della difesa della vita e del rifiuto del secolarismo tra le due principali fedi monoteistiche del mondo.

PERSECUZIONI.

Le ''persecuzioni'' contro i cristiani e il ''martirio'' di preti, monaci, suore e semplici fedeli sono parole tornate tristemente di attualita' nel corso di quest'anno: dalle violenze generalizzate nello stato indiano dell'Orissa alla situazione esplosiva del nord della Nigeria, dal sempre precario equilibrio tra le diverse comunita' religiose del Libano alla fuga dei cristiani iracheni dal loro martoriato Paese, le violenze contro i cristiani hanno segnato a piu' riprese il 2008. Papa Benedetto XVI ha piu' volte preso la parola per chiedere che vengano difesi e rispettati, e ha chiesto a tutti i cristianidi pregare per loro. Da ultimo, e' stato il caso delle due suore piemontesi rapite in Kenya a ricordare come la liberta' religiosa, diritto umano ritenuto dal Vaticano il ''fondamento'' di tutte le altre liberta' dell'uomo, sia in molte parti del mondo poco piu' che una promessa.

© Copyright Asca

Da condividere in gran parte questa analisi anche se non capisco che cosa c'entri il Papa con Eluana o con l'interpretazione pedestre delle parole di Mons. Migliore.
Non risulta che abbia mai detto alcunche' in proposito.
Inoltre ricordo che le aperture di Giovanni Paolo II verso gli Ebrei non sarebbero state possibili senza l'apporto teologico di Joseph Ratzinger, dato ormai pacifico presso tutti gli esponenti del mondo ebraico
.
R.

Papa Ratzinger, appello per le suore rapite (Il Tempo)


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Dopo l'Angelus di S. Stefano il Papa prega per Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo sequestrate un mese e mezzo fa in Kenya

Ratzinger, appello per le suore rapite

Monito Benedetto XVI: «Soluzioni durature ai conflitti tra israeliani e palestinesi»

CITTÀ DEL VATICANO

Dio «tocchi il cuore dei rapitori» e «siano liberate quanto prima» le suore italiane sequestrate in Kenya da oltre un mese e mezzo, Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo. È l'appello del Papa dopo l'Angelus.

Appello che ha esteso per la liberazione dei «numerosi» sequestrati «in altre parti del mondo, di cui non sempre si ha chiara notizia» sia «per motivi politici che per altri motivi in America Latina, in Medio oriente, in Africa».
Per le due suore appartenenti al Movimento contemplativo missionario «Padre de Foucauld» sequestrate, da più di un mese e mezzo, insieme a un gruppo di loro collaboratori locali, nel villaggio di El Waq, nord del Kenya, è stato chiesto il silenzio stampa, ma nel giorno successivo al Natale Benedetto XVI ha espresso la volontà «che sentissero la solidarietà del Papa e di tutta la Chiesa».
Papa Ratzinger ha costellato di appelli i riti e gli appuntamenti pubblici di questi giorni festivi, cercando di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale su situazioni difficili vissute da persone o zone del mondo. Nel cuore della notte di Natale, celebrando la messa nella basilica di San Pietro, ha chiesto ad ognuno di «fare tutto il possibile affinchè finisca la tribolazione dei bambini» rifiutati, di strada o soldato, abusati anche attraverso la pornografia, e un «cambiamento nell'intimo dell'uomo».
Riflettendo sulla nascita di Gesù bambino, ha esortato a pensare «in questa notte in modo particolare anche a quei bambini ai quali è rifiutato l'amore dei genitori. Ai bambini di strada che non hanno il dono di un focolare domestico. Ai bambini che vengono brutalmente usati come soldati e resi strumenti della violenza, invece di poter essere portatori della riconciliazione e della pace. Ai bambini che mediante l'industria della pornografia e di tutte le altre forme abominevoli di abuso vengono feriti fin nel profondo della loro anima». «Il Bambino di Betlemme - ha aggiunto - è un nuovo appello rivolto a noi, di fare tutto il possibile affinchè finisca la tribolazione di questi bambini».
Durante la messa di mezzanotte Ratzinger invita a pregare per la cittadina dove nacque Gesù: «Che cessino l'odio e la violenza, che si desti la comprensione reciproca, si realizzi una apertura dei cuori che apra le frontiere». Quindi il Medioriente. No alla «logica dello scontro e della violenza», ma «comporre le tensioni» e trovare «soluzioni giuste e durature ai conflitti» che travagliano la Terrasanta, i rapporti tra israeliani e palestinesi, le situazioni in Libano, in Iraq e «ovunque in Medio oriente», chiede Benedetto XVI nel messaggio «Urbi et orbi». Il Papa ha mandato un messaggio anche per «gli abitanti dello Zimbabwe», da troppo tempo nella «morsa di una crisi economica e sociale» che si aggrava. Per il Congo e «specialmente» il «martoriato» Kivu. Per Darfur e Somalia. Infine, dice Ratzinger, «se ciascuno pensa solo ai propri interessi, il mondo non può che andare in rovina». Ognuno «faccia la propria parte, in spirito di solidarietà».

© Copyright Il Tempo, 27 dicembre 2008 consultabile online anche qui.

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Chiesa e sessualità nella storia

di Alain Besançon

Due temi ricorrono nei media e anche nell’opinione pubblica. Il primo è che le ingiunzioni della Chiesa cattolica sono fondamentalmente un ostacolo ai piaceri dell’amore e allo sviluppo di una sessualità sana. Il secondo è che le società pagane, quelle dell’antichità e in particolare quella dei popoli “selvaggi”, godono al contrario delle delizie della spontaneità nell’amore e della libertà sessuale.
Questo secondo tema alimenta la letteratura moderna da Diderot a Margaret Mead.
Un esame più approfondito ha demolito la seconda affermazione.
Ci si è resi conto che in Africa, in Oceania, e anche nell’antichità, affinché l’uomo e la donna possano unirsi sessualmente, occorre che superino barriere straordinariamente alte, che tengano conto di proibizioni complesse, che subiscano a volte ferite gravi, e che insomma la loro libertà di scelta è contenuta all’interno di limiti molto ristretti.
Quanto alla prima affermazione, essa è contraddetta dalla letteratura e dall’arte dell’occidente europeo, che ruotano principalmente attorno all’amore e al piacere, come anche dallo spettacolo che offre il panorama della vita urbana. Non è vero che a Roma, Venezia, Firenze, Parigi, Siviglia, Vienna, i ragazzi e le ragazze fanno più fatica a incontrarsi e a piacersi che a Pechino, Tokyo, New Delhi e Baghdad. Quanto al famoso puritanesimo, non ha realmente ostacolato, se si guarda nel dettaglio, la vita amorosa di Amsterdam, Boston, Edimburgo, anche se essa ha dovuto nascondersi.
In materia sessuale la Chiesa cattolica ha ereditato da ciò che l’ha preceduta, cioè la morale comune “noachica” che per motivi storici è stata principalmente greco-romana, e anche dai precetti dell’antica alleanza. Ha fatto una cernita e ha aggiunto ciò che le è proprio. I principi sono poco numerosi e la Chiesa li ha trasmessi attraverso i secoli con notevole costanza. Sono, fra gli altri, l’accettazione della carne, la bontà e la stabilità del matrimonio, lo stretto legame fra l’unione sessuale e l’intenzione di procreare, il posto riservato al desiderio e al piacere. Un principio nuovo è la libertà della scelta coniugale e il consenso degli sposi, oggetto di una lunga lotta che la Chiesa ha sostenuto fino ai nostri giorni.
Questi principi costanti sono stati modellati dai teologi, dai canonisti, dalle congregazioni specializzate e dai Pontefici. Attraverso i secoli sono stati declinati in molti modi, in armonia con i costumi locali e lo spirito del tempo. Un bellissimo libro di Margherita Pelaja e di Lucetta Scaraffia (Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia, Roma-Bari, Laterza, 2008) ripercorre con esemplare precisione la storia di queste variazioni su un canone invariabile.
Il lavoro è considerevole per la profondità dell’erudizione. Tutti i testi fondamentali e molti testi dimenticati sono commentati ed esaminati con saggezza e acume. Da parte di due autrici che non nascondono la loro appartenenza - una al mondo laico, l’altra al cattolicesimo - l’esposizione è di un’onestà storica ineccepibile. Non posso riassumerla, ma raccomando in modo particolare a tale proposito la dissertazione sul celibato volontario (soprattutto ecclesiastico), che sembra giustamente in contraddizione con i principi generali della morale comune, e il grande capitolo sul “disciplinamento impossibile”, che affronta temi delicati come la masturbazione, l’omosessualità, la prostituzione. Le autrici vanno a fondo nei problemi, senza timore, con tutta l’auspicabile nettezza.
Nell’ultimo capitolo, che parla del nostro secolo e di una Chiesa che ha perso il “monopolio delle norme”, in un tempo in cui l’istituzione del matrimonio, molto anteriore ad Abramo, si volatilizza, le due storiche spiegano come i documenti dell’autorità romana mirino a ristabilire un equilibrio giusto fra un eccesso rigorista ereditato da correnti gianseniste del passato, da una parte, e il lassismo sfrenato dei costumi proposti dai media moderni. Proprio perché permette tutto, questo lassismo rende l’amore particolarmente difficile.
Questo grande libro fa riflettere. Dimostra che, se i principi sono stabiliti e giusti, può risultare rischioso dedurne astrattamente e giuridicamente la norma in tutti i suoi dettagli. I canonisti, con lo sguardo fisso sui testi, possono mancare dell’esperienza concreta delle coppie nella varietà infinita delle situazioni. Bisogna sapersi fermare - anànke stènai, come dice Aristotele - nell’esplorazione e nella legislazione di ciò che in fin dei conti è un mistero. Un celebre antropologo degli indiani dell’America del Nord era solito dirmi: “È impossibile parlare in modo oggettivo del sesso”. Perché? Perché la nostra soggettività rende impossibile la perfetta oggettività, a causa proprio della forza immensa - che la Chiesa benedice - della sessualità.

(©L’Osservatore Romano - 24 dicembre 2008)

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IL RICHIAMO DI BENEDETTO XVI

IL QUOTIDIANO SGUARDO DELLA SOLIDARIETÀ

DAVIDE RONDONI

Nei momenti di crisi occorre la voce credibile di un uomo che dica: teniamoci stretti. Come occorre, in una tempesta, un capitano che sapendo la rotta offra indicazioni buone. In questa crisi innescata in buona parte dall’egoismo, il modo peggiore per reagire sarebbe altro egoismo. E non sarebbe soluzione migliore lasciare che le cose vadano senza cambiare nulla. Ma chi ha nel mondo l’autorevolezza per dire: teniamoci stretti? Per dire: senza solidarietà tutti finiamo a mare? Non possono dirlo in modo credibile coloro che hanno fatto di un modello egoistico il proprio spunto di vita e le proprie profezie di sviluppo. E nemmeno coloro che a un modello egoistico opponevano facili e irrealizzabili, e dunque pericolose, utopie.
Benedetto XVI lo può fare. In virtù della storia che rappresenta, e in virtù del nome che ha scelto di portare. Che è il nome del santo che, nel colmo di una crisi che investiva il mondo conosciuto, seppe con l’opera e con la domanda al Cielo essere punto di unità e di ripresa.
Nel suo messaggio di Natale Urbi et Orbi il Papa chiama gli uomini a riprendere uno spirito di autentica solidarietà.
Egli parlando dell’apparire di Gesù al mondo non parla di un mondo astratto. Evoca i nomi dei luoghi dove le crisi sono più acute: dallo Zimbabwe alla Terra Santa, dal Darfur alla Somalia, e i luoghi dove i diritti sono conculcati. La speranza che porta quel piccolo germoglio di presenza di Dio apparso a Betlemme non è per un 'altro mondo'. Ma per questo, segnato da divisioni e da conflitti nazionali, sociali e personali le cui radici sono nella mancanza di solidarietà umana. Ci vuole la presenza di un Dio vivo, disarmato come un bambino, perché quella mancanza si converta in desiderio di solidarietà, in disposizione al dialogo, al negoziato, alla considerazione reciproca. Ci vuole una conversione del cuore di fronte alla Bellezza di Gesù perché si allenti la presa nervosa che confida nel possesso di beni per conoscere un’illusione di gioia. Dai tragici frutti dell’egoismo non si esce con l’egoismo.
Nell’augurio all’Italia, il Papa non a caso non fa giri di parole. Ha gli occhi per vedere e vede, come tutti coloro che sono nel mondo 'reale' e non in quello delle inutili contrapposizioni politiche. E non si attarda in vane accuse. Riflette sulla 'considerevole crisi' sociale che sta investendo anche il nostro Paese, e invita alla solidarietà reciproca. Mai come in questi tempi tale espressione deve essere letta senza retorica. La solidarietà non è un optional, una specie di buona azione per certi momenti speciali. O diviene lo sguardo con cui si osservano normalmente gli altri intorno a sé oppure il rischio di lacerazioni sarà fortissimo. E nella crisi non ci sarà qualcuno che se la cava e qualcuno no. La barca andrà a fondo con tutti.
Per fortuna c’è chi, dando voce ai tanti che testimoniano la solidarietà tutti i giorni, può richiamarci alla parte migliore di noi stessi, l’unica che potrà farci uscire dalla crisi. Il Papa non ha in mente una ricetta, perché non c’è 'una ricetta' per far uscire il mondo dalla crisi. In ogni ricetta, in ogni tentativo di governi, società, o famiglie o singoli, dovrà essere presente la misura della solidarietà. Che nasce dal cuore dell’uomo quando si rinnova. Altrimenti nessuna ricetta servirà se non a creare dopo una crisi altra più dura crisi, e dopo ingiustizia altra più profonda ingiustizia. La voce mentre la barca è in pericolo c’è. Ora sta a noi ascoltare.

© Copyright Avvenire, 27 dicembre 2008

La notizia che non troveremo sui giornaloni: boom di ascolti per la Messa di Natale ed il Messaggio "Urbi et Orbi"


Nonostante il trattamento riservato dai media al Papa nel 2008 (ne parleremo entro stasera), nonostante si cerchi in tutti i modo di occultare le belle notizie, nonostante oggi praticamente nessuno parli delle celebrazioni natalizie del Santo Padre, ecco che cosa ho trovato grazie a questo mezzo prezioso che si chiama web:

Ascolti
RAI
Messa in Onda : 25 Dicembre 2008 - RAI

Particolarmente seguita la Santa Messa di mezzanotte celebrata da Papa Benedetto XVI in diretta dalla Basilica di San Pietro in Roma che ha registrata una percentuale di ascolto del 23.10 di share.

Ufficio stampa Rai

Escludendo i tg, non compresi nelle rilevazioni, il Papa ottiene il miglior risultato in termini di share nella giornata di mercoledi'.

Ascolti
RAI - Informazione - UFFICIO STAMPA RAI

Grande attenzione alle 11.00 su Raiuno per la “Santa Messa di Natale”, che e` stata vista da 2 milioni 693 mila spettatori e uno share del 30.66 e a seguire per la “Benedizione Urbi et Orbi” che ha realizzato 3 milioni 364 mila con il 35.60.

Ufficio stampa Rai

Consiglierei di mettere il Papa in prima serata. Quando mai i programmini totalizzano quasi il 36 per cento di share? :-)
R.

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LA CURIA HA UFFICIALIZZATO IL VIAGGIO: SUPERATE LE POLEMICHE SU PIO XII

A maggio Ratzinger andrà in Terra Santa

GIACOMO GALEAZZI

CITTA’ DEL VATICANO

Benedetto XVI pellegrino in Terra Santa sulle orme di Paolo VI e Karol Wojtyla. Ora è ufficiale: il Papa visiterà la patria di Gesù alla metà di maggio.
Il viaggio papale, secondo quanto si apprende in Curia, comincerà l’8 maggio, con arrivo in Giordania, e proseguirà dall’11 al 15 maggio in Israele e nei territori palestinesi.
La storica visita non sarà limitata a Gerusalemme e Betlemme ma «inizierà dalla Giordania», annuncia il patriarca Fouad Twal, il più alto rappresentante della Chiesa in Terrasanta. Sarà il primo pellegrinaggio di Joseph Ratzinger in Medio Oriente da quando è stato eletto al soglio di Pietro.
«L’arrivo del Pontefice sproni Israele all’apertura - auspica l’arcivescovo Twal -. Per riportare la pace devono finire l’occupazione, gli insediamenti illegali, i posti di blocco e un Muro che non garantirà mai la sicurezza di alcuno».
L’annuncio è contenuto nel messaggio natalizio in cui il Patriarcato latino lancia l’allarme per la riduzione della presenza cristiana e le sofferenze della popolazione nei territori occupati. «Abbiamo la gioia di annunciare che Benedetto XVI arriverà nel mese di maggio - afferma Twal -.
Il Papa desidera pregare per noi e con noi, conoscere meglio le nostre difficili condizioni di vita». La speranza è che «la visita papale sia una benedizione per tutti noi, contribuisca a una migliore comprensione reciproca tra le diverse nazioni della regione, abbatta le barriere, aiuti a risolvere i problemi, consolidi le relazioni tra i popoli e le religioni». Il viaggio del Papa in Israele comprenderà anche i territori palestinesi e avrà luogo in uno scenario allarmante «per la instabilità, l’insicurezza, la confusa visione del futuro, le aggressioni contro i cittadini, le loro terre e proprietà».
Il pericolo riguarda soprattutto Gerusalemme. «Siamo fortemente preoccupati per la Città Santa - spiega il patriarca -. Abbiamo la responsabilità di difenderne la santità e di preservare le caratteristiche di vero Santuario in cui si incontrano le tre religioni monoteistiche». A dividere cristiani, ebrei e musulmani sono «l’avidità mista all’ingiustizia, la violenza e la persecuzione dell’uomo sull’uomo». La costruzione degli insediamenti ebraici «strangolano Gerusalemme», mentre proseguono il «deterioramento della situazione politica» e «l’ingiusto assedio che ha colpito Gaza e le centinaia di migliaia di innocenti abitanti». La striscia è «sottoposta a un blocco devastante» da Israele in rappresaglia ai lanci di razzi degli attivisti palestinesi sul suo territorio.
L’ufficializzazione, precisano in Vaticano, è avvenuta a Natale per sottolineare il significato spirituale del viaggio. I dettagli dell’evento vengono discussi con la Segreteria di Stato dall’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechay Lewy. Sullo sfondo, il contenzioso sulla beatificazione di Pio XII, il problema di storiche proprietà (tra cui il Cenacolo a Gerusalemme) e la questione dei visti, della tassazione e dello status giuridico delle istituzioni cattoliche nello Stato ebraico. Un contenzioso coinvolge la tappa a Betlemme, territorio della Cisgiordania sottoposto all’autorità palestinese. «Lì le tensioni tra Al Fatah e Hamas s’intrecciano sulla fine o meno del mandato del presidente Abbas, che scade a gennaio e che al Fatah vorrebbe prolungare per continuare le trattative con Israele - osservano in Curia -. E anche in Israele a febbraio si vota per le elezioni politiche, quindi, anche per la mutata influenza della Casa Bianca di Obama, sarà un Medio Oriente dal volto nuovo quello in cui Benedetto XVI metterà piede».
Già il Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, aveva parlato di «visita in preparazione», chiudendo la polemica tra Vaticano e Israele innescata dalle dichiarazioni di padre Peter Gumpel, relatore della causa di beatificazione di Pio XII («Niente viaggio di Ratzinger in Israele se il museo dello Yad Vashem non rimuove la targa con l’accusa a papa Pacelli di indifferenza all’Olocausto»).

© Copyright La Stampa, 24 dicembre 2008

Appello del Papa: «Liberate le suore rapite» (Il Giornale)


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Appello del Papa: «Liberate le suore rapite»

di Redazione

Dio «tocchi il cuore dei rapitori» e «siano liberate quanto prima» le suore italiane sequestrate in Kenya da oltre un mese e mezzo, Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo.
È l’appello del Papa dopo l’Angelus di ieri, esteso per la liberazione dei «numerosi» sequestrati «in altre parti del mondo, di cui non sempre si ha chiara notizia» sia «per motivi politici che per altri motivi in America Latina, in Medio oriente, in Africa».
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Non è stato l’unico appello di Papa Ratzinger in questi giorni festivi.
Nella notte di Natale, celebrando la messa nella basilica di San Pietro, il Pontefice ha chiesto ad ognuno di «fare tutto il possibile affinché finisca la tribolazione» dei bambini di strada, di quelli usati come soldati e resi strumenti della violenza, anche attraverso la pornografia. Durante la messa di mezzanotte Ratzinger ha invitato a pregare per Betlemme, la cittadina dove nacque Gesù: «Che cessino l’odio e la violenza, che si desti la comprensione reciproca, si realizzi una apertura dei cuori che apra le frontiere».

© Copyright Il Giornale, 27 dicembre 2008 consultabile online anche qui.

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Appello del Papa per la crisi economica: "Se vince l'egoismo, il mondo va in rovina"

Il Papa: "Su ogni bambino c’è il riverbero del bambino di Betlemme. Ogni bambino chiede il nostro amore" (Omelia nella Solennità del Natale del Signore)

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Mistero e sacralità del concepimento

Maria incinta di Gesù

di Gianfranco Ravasi

C'è un bellissimo proverbio dei Berberi, popolazione discendente dagli antichi Egizi e stanziata nelle regioni montuose dell'Algeria e del Marocco, che afferma: "Se una madre ha nel ventre il figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il ghibli, è come l'oasi per l'assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore". Tutte le grandi culture e le più modeste hanno sempre celebrato con rispetto e amore la gestazione. Si legga, solo per fare un esempio a noi vicino, la stupenda strofa del Salmo 139 che canta la misteriosa azione di Dio che sta "tessendo" e "impastando" la creatura umana all'interno del grembo della madre, realizzando così un vero capolavoro: "Sei tu che hai creato i miei reni, mi hai intessuto nel grembo di mia madre. Ti ringrazio perché con atti miracolosi mi hai fatto meraviglioso. Il mio scheletro non ti era nascosto quando fui plasmato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Anche l'embrione i tuoi occhi l'hanno visto e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni, già formati prima ancora che ne esistesse uno solo" (13-16).
Le immagini sono quelle del tessitore e del vasaio: talora nell'arte egizia si raffigura nel grembo della donna incinta un tornio, simbolo del dio Khnum, il creatore. Giobbe, in un'altra strofa di grande suggestione, immagina che Dio sia nel grembo della madre - oltre che tessitore e vasaio - come un pastore che sta impastando una forma di cacio: "Sono state le tue mani a plasmarmi e a modellarmi in tutto il mio profilo (...) Come argilla mi hai maneggiato (...) Non mi hai forse colato come latte e fatto cagliare come cacio? Non mi hai rivestito di pelle e di carne, non mi hai intessuto di ossa e di tendini?" (10, 8-11).
Secondo la curiosa scienza medica del tempo si riteneva che l'embrione fosse la semplice coagulazione del seme maschile, favorita dal mestruo della donna: tra l'altro, si deve notare che l'ovulo femminile verrà identificato solo nel 1827 da Karl Ernst von Baer. Il libro biblico della Sapienza, infatti, mette in bocca a Salomone queste parole: "Fui formato di carne nel seno d'una madre, durante dieci mesi (lunari), consolidato nel sangue mestruale, frutto del seme d'un uomo e del piacere compagno del sonno" (7, 1-2).
Ma c'è qualcosa di più nella Bibbia: Dio chiama il feto non solo a essere creatura umana ma anche a una vocazione, a un destino, a una meta che l'esistenza dovrà poi attuare. Quante volte si ripete che Isacco, Sansone, Samuele, Isaia, Geremia, lo stesso Israele, il Servo del Signore, il Battista, Paolo e così via sono stati chiamati da Dio fin dal "seno materno".
Per tutti citiamo un passo del racconto della vocazione di Geremia: "Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni!" (1, 5).
Un padre della Chiesa di Cappadocia in Turchia, Gregorio di Nissa, fratello di san Basilio, vissuto nel iv secolo esclamava: "Il modo con cui l'uomo viene al mondo è inspiegabile e inaccessibile alla nostra comprensione. Come infatti il seme umano, questa sostanza umida, informe e fluida può solidificarsi divenendo una testa, gambe e costole, come può formare il cervello tenero e molle e la cassa ossea così dura e resistente che lo racchiude, come può in una parola produrre questo insieme così complesso che è il corpo? Il seme, prima informe, si organizza e cresce sotto l'effetto dell'arte ineffabile di Dio" (Patrologia Graeca, 46, 667). D'altronde, come si è detto, questa specie di sacralità del feto e del grembo materno è celebrata da tutti i popoli. Basta solo come esempio quanto è scritto nel celebre poema babilonese della creazione, l'Enuma Elish, nella vi tavoletta: "Il dio Marduk decise di creare un capolavoro. Voglio dire un reticolo di sangue, formare un'ossatura e suscitare un essere il cui nome sarà: Uomo. Sì, voglio creare un essere umano, un uomo!".
Se ogni sbocciare della vita umana è un evento mirabile, se ogni esperienza di madre è straordinaria, unica è però l'"attesa" della donna di cui ora vorremmo parlare alle soglie del Natale, quella di Maria di Nazaret, incinta di Gesù. San Paolo, nell'unica menzione che ci offre della figura di Maria nei suoi scritti, la presenta semplicemente come madre del Cristo, "Figlio di Dio nato da donna, nato sotto la legge" (Galati, 4, 4). E non ci sarà nessun imbarazzo nell'arte cristiana, soprattutto nelle miniature dei libri d'ore, a raffigurare Maria gravida col ventre ormai ingrossato, mentre la Chiesa etiopica in un genere di inni detto malkee (effigie) esalta le parti del corpo di Maria, sulla scia dei ritratti della sposa presenti nel Cantico dei cantici (4 e 7), arrivando a identificare fino a 52 organi e benedicendo soprattutto il grembo che ha portato Gesù.
Per Maria, come è noto dal Vangelo di Luca, tutto era iniziato in quel giorno in cui nel modesto villaggio di Nazaret ella aveva avuto un'esperienza eccezionale: è quella che si è soliti chiamare Annunciazione, una scena divenuta uno dei modelli più luminosi dell'arte cristiana. L'immaginazione di tutti corre, credo, in modo spontaneo all'intatto splendore dell'Annunciazione del Beato Angelico nel Convento di San Marco a Firenze.
Noi, invece, immaginiamo ora di entrare nella Nazaret antica, il cuore dell'attuale città della Galilea. Allora essa era un villaggio insignificante e semitroglodita: infatti le povere case erano per buona parte addossate a grotte che fungevano da dispensa, da soggiorno estivo invernale, da camera per ospiti. Ora i pellegrini vedono incombere su Nazaret la mole della basilica francescana progettata dall'architetto italiano Giovanni Muzio e inaugurata nel 1969. Ma questo edificio, come è noto, ingloba nel suo interno non solo le reliquie dei precedenti edifici bizantini e crociati ma anche una grotta che fin dalle origini cristiane era stata una sorta di sinagoga-chiesa giudeo-cristiana gestita dai cosiddetti "fratelli del Signore", cioè i membri della sua parentela e del suo clan.
Contadini e gente modesta, essi avevano però conservato il ricordo vivo e ininterrotto della residenza di Maria. Ed è su queste pareti molto umili che è stata trovata quella che potremmo definire come la prima Ave Maria.
Ascoltiamo la testimonianza dello stesso scopritore, il francescano Bellarmino Bagatti, famoso archeologo, scomparso nel 1990: "Nell'intonaco dell'edificio-sinagoga si trovò un'iscrizione in caratteri greci. Essa recava in alto le lettere greche XE e, sotto, MAPIA. È ovvio riferirsi alle parole greche che il Vangelo di Luca mette in bocca all'angelo annunziatore: Cháire Maria (Ave Maria). L'ignoto autore di quell'iscrizione aveva insomma voluto ripetere il gentile saluto. Nell'intonaco di una colonna si è trovata quest'altra iscrizione: "In questo santo luogo di M(aria) ha scritto". Nell'intonaco di un'altra pietra, che contiene molti graffiti, ce n'è uno in armeno, nel quale si legge la parola keganuish, la quale è il titolo "bella ragazza" che gli armeni sogliono dare a Maria.
Nella stessa casa di Maria si praticava il culto di lei fin dalle origini della Chiesa, perché lì essa era stata scelta a "madre di Cristo". Sullo sfondo di questa grotta che aveva accanto a sé una povera residenza la "bella ragazza" Maria riceve quell'annunzio assolutamente sorprendente: "Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (...) Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio" (Luca, 1, 32-33.35). Le parole che l'angelo pronunzia assomigliano a un piccolo Credo che offre una perfetta definizione dell'identità del Cristo. Egli è il Grande in assoluto, re eterno, discendente davidico, Figlio dell'Altissimo e Figlio di Dio, il Santo per eccellenza. Non siamo di fronte, dunque, al pur mirabile mistero di ogni nascita umana ma a qualcosa di assoluto e di supremo, che non fiorisce dalle normali vicende della concezione e della procreazione.
È per questo che il racconto lucano insiste sulla verginità di Maria: "Non conosco uomo", essa risponde all'angelo. Più che all'intenzione di conservare la verginità anche durante il matrimonio come voto, come voleva l'interpretazione di alcuni Padri della Chiesa, questa frase rimanda al mistero che l'evangelista vuole esaltare. Gesù non nasce dalla carne e dal sangue ma dallo Spirito Santo. Pur percorrendo la via biologica dell'embrione, del feto e del neonato, egli non è concepito dal seme di Giuseppe ma dall'ingresso di Dio stesso, attraverso il suo Spirito fecondatore, nel grembo di Maria che Luca compara all'arca dell'alleanza di Sion. Infatti, nell'originale greco abbiamo kecharitoméne, che è un participio passivo "teologico", cioè avente come soggetto sottinteso Dio: Maria è stata pervasa dalla grazia divina che risplende nel Figlio Gesù, la presenza perfetta di Dio tra gli uomini.
Di fronte allo sconcerto di Maria e alla sua esitazione, san Bernardo costruisce una deliziosa meditazione: "L'angelo aspetta la tua risposta, o Maria! Stiamo aspettando anche noi, o Signora, questo tuo dono che è dono di Dio. Sta nelle tue mani il prezzo del nostro riscatto. Rispondi presto, o Vergine, pronuncia, o Signora, la parola che terra e inferi e persino il cielo aspettano. Apri dunque, o Vergine beata, il tuo cuore alla fede, le tue labbra alla parola, il tuo seno al Creatore. Ecco, colui che è il desiderio di tutte le genti, sta fuori e bussa alla tua porta (...) Alzati, corri, apri! Alzati con la tua fede, corri col tuo affetto, apri col tuo consenso".
L'esegeta americano Raymond Edward Brown nel suo saggio sulla Nascita del Messia (edizioni Cittadella) mette giustamente a confronto le due annunciazioni parallele, quella a Elisabetta per la nascita del Battista e quella a Maria, e conclude: "Nell'annunciazione della nascita di Giovanni Battista ci troviamo di fronte a un ardente desiderio e a una preghiera da parte dei genitori che sentono molto la mancanza di un figlio; siccome, però, Maria è una vergine che non è ancora andata a vivere con il proprio marito, non esiste da parte sua ardente desiderio o umana attesa di avere un figlio: si tratta della sorpresa della donazione. Non si ha più a che fare con la supplica da parte dell'uomo e il generoso esaudimento da parte di Dio: qui ci troviamo davanti all'iniziativa di Dio che oltrepassa qualsiasi cosa sognata da uomo o da donna".
Per un momento lasciamo il testo evangelico e inoltriamoci nel mondo della pietà popolare dei primi secoli, rappresentato soprattutto dai cosiddetti Vangeli apocrifi, espressione di fede e di folclore, di storia e di fantasia. Scegliamo il testo più famoso, il Protovangelo di Giacomo (ma sarebbe meglio chiamarlo La Natività di Maria), scoperto da un umanista francese, Guglielmo Postel, morto nel 1582, opera da collocare già nel ii secolo.
L'annunciazione a Maria viene descritta in due tappe: la prima alla fontana del villaggio, che ancor oggi è indicata a Nazaret e la cui sorgente è all'interno dell'attuale chiesa ortodossa di San Gabriele; la seconda all'interno della sua abitazione.
Leggiamo la narrazione: "Presa la brocca, Maria uscì ad attingere acqua. Ecco all'improvviso una voce: Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta fra le donne! Maria guardava intorno, a destra e a sinistra, per scoprire donde veniva la voce. Tutta tremante, tornò a casa, posò la brocca, prese la porpora, si sedette su uno sgabello e si mise a filare. Ma ecco un angelo del Signore davanti a lei: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Signore di tutte le cose. Tu concepirai per la sua parola! Udendo ciò, Maria restò perplessa, pensando: Dovrò io concepire per opera del Signore Dio vivente e poi partorire come ogni altra donna? Ma l'angelo del Signore le disse: Non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra la potenza del Signore. Perciò l'essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell'Altissimo".
Ritornando al testo evangelico di Luca, Maria, in seguito alla sua accettazione, espressa con la formula solenne: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Luca, 1, 38), diventa incinta di Gesù. La liturgia cristiana, collocando convenzionalmente la nascita di Cristo il 25 dicembre, sovrapponendola alla festa pagana del dio Sole, ha retrodatato secondo i regolari nove mesi di gestazione l'annunciazione a Maria, datandola al 25 marzo. Questa solennità, che giustamente è definita dalla liturgia "festa del Signore", apparve nel vi secolo in Asia Minore e fu accolta anche a Roma da Papa Sergio (687-701). Famoso è il suo bel prefazio ancor oggi usato, ispirato - pare - all'antica liturgia ispanica: "All'annunzio dell'angelo la Vergine accolse nella fede la tua parola e per l'azione misteriosa dello Spirito Santo concepì e con ineffabile amore portò in grembo il primogenito della nuova umanità". Ma questa improvvisa e sorprendente maternità di Maria creò sconcerto anche in un'altra persona, il promesso sposo Giuseppe.
Nella prassi matrimoniale ebraica antica il fidanzamento era considerato a tutti gli effetti il primo atto del matrimonio stesso. A segnalarci questo sconcerto è l'evangelista Matteo che ci narra l'annunciazione a Giuseppe. Di fronte al desiderio di Giuseppe di "ripudiare" - sia pure senza un processo pubblico e col relativo atto ufficiale di ripudio - Maria incinta (per reazione umana o per rispetto di fronte al mistero che si compiva in lei? Il testo matteano può essere interpretato in entrambi i modi), l'angelo Gabriele invita lo sposo promesso di Maria a completare la prassi matrimoniale e a divenire il padre legale di Gesù: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù" (1, 20-21).
Molto più pittoresca è, invece, la relazione che gli apocrifi fanno della reazione di Giuseppe di fronte alla scoperta della gravidanza di Maria.
Lasciamo ancora la parola al Protovangelo di Giacomo: "Maria era ormai al sesto mese. Giuseppe, tornato a casa dal lavoro, la vide incinta. Allora si schiaffeggiò la faccia, si gettò a terra su un sacco, pianse amaramente e disse: Come farò a guardare e pregare il Signore per lei? L'ho ricevuta vergine dal tempio del Signore e non l'ho custodita! Chi l'ha insidiata? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia contaminandola? Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse: Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore tuo Dio? Perché hai avvilito l'anima tua, tu che sei stata allevata nel Santo dei Santi e ricevevi il cibo dalla mano di un angelo? Maria si mise a piangere amaramente: Io sono pura, non conosco uomo! E Giuseppe: Da che parte viene, allora, quello che hai nel ventre? Maria rispose: Quanto è vero il Dio vivente, questo che è in me non so donde sia!". Confortato dall'angelo, Giuseppe è però costretto dai sacerdoti a sottoporre Maria a una specie di ordalia, detta "della gelosia", e descritta nel capitolo 5 del libro biblico dei Numeri. Essa consisteva nel bere una pozione, chiamata "acqua della prova", che avrebbe rivelato il peccato, facendo morire l'adultera. Maria, sottoposta a questa verifica rituale, ne esce sana e salva.
Più aspra e sarcastica sarà, invece, la reazione del mondo giudaico dei primi tempi cristiani nei confronti della concezione verginale di Maria. La testimonianza che abbiamo al riguardo è particolarmente complessa. Essa ci proviene da un autore cristiano, Origene, che cita polemicamente il filosofo platonico del ii secolo, Celso, il quale nella sua opera Dottrina verace presentava a sua volta le argomentazioni di un giudeo ostile al cristianesimo. Ora, una delle accuse riguarda proprio "la storia della nascita di Gesù da una vergine". In realtà, stando sempre al giudeo di Celso, le cose sarebbero andate ben diversamente: "Gesù era originario di un villaggio della Giudea e aveva avuto per madre una povera indigena che si guadagnava da vivere filando. Accusata di adulterio, perché resa incinta da un certo soldato di nome Panthera, fu scacciata da suo marito, un artigiano. Errando in modo miserevole, dette alla luce di nascosto Gesù. Costui, cresciuto, spinto dalla povertà, andò in Egitto a lavorare; qui apprese alcune di quelle arti segrete per cui gli Egiziani sono celebri, ritornò dai suoi tutto fiero per le arti apprese e grazie ad esse si autoproclamò Dio" (Contro Celso, 1, 28.32). Effettivamente alcuni rabbini dei primi anni del secondo secolo chiamano Gesù "figlio di Panthera", una tradizione che continuerà nel giudaismo fino al Medioevo quando nell'opera Generazioni di Gesù si dichiarerà "Giuseppe Pandera" padre di Gesù. Non è da escludere che questo nome "Panthera" non sia che una deformazione della parola greca parthènos, "vergine", che i cristiani applicavano a Maria.
Si confermava così, sia pure indirettamente, la dottrina cristiana della verginità di Maria, considerata come un dato comune nella Chiesa delle origini. Una curiosa testimonianza indiretta ci è offerta anche da una frase del celebre prologo del Vangelo di Giovanni, passibile di una duplice lettura, stando ai testi antichi che ce l'hanno trasmesso. Una prima lettura suona così: i figli di Dio, che credono in Cristo, "non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati" (Giovanni, 1, 13). Un'altra lettura, che è attestata anche dai Padri della Chiesa del ii secolo, legge al singolare la frase così da trasformarla in una professione di fede nella concezione verginale di Cristo, "il quale non da sangue - in greco si ha il plurale "sangui" - né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio fu generato". Il plurale "sangui" si spiegherebbe secondo le leggi levitiche della purificazione della donna (Levitico, 12, 4.7; 20, 18). Sta di fatto, comunque, che la frase così letta dichiarerebbe esplicitamente che il figlio di Maria è "l'Unigenito venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità", come ancora si legge nel prologo giovanneo (1, 14), e non giunto a noi attraverso i processi genetici umani.
Se, però, si volesse tentare una strada di taglio "comparativistico", considerando la verginità di Maria come un reperto mitologico desunto da qualche altro orizzonte storico-culturale, al di là delle varianti strutturali e tematiche, varrebbe sempre la considerazione che l'allora teologo Joseph Ratzinger proponeva nella sua famosa Introduzione al cristianesimo: "Le leggende extrabibliche di questo tipo sono profondamente diverse dal racconto della nascita di Gesù, sia nel loro vocabolario sia nella loro morfologia concettuale. La divergenza centrale sta nel fatto che, nei testi pagani, la divinità appare quasi sempre come una potenza fecondatrice, generatrice, ossia sotto un aspetto più o meno sessuale, e quindi in veste di 'padre' in senso fisico del bimbo redentore. Nulla di tutto ciò nel Nuovo Testamento: la concezione di Gesù è una nuova realtà, non una generazione da parte di Dio. Pertanto, Dio non diventa suppergiù il padre biologico di Gesù".
Oltre alla demitizzazione c'è, dunque, una dematerializzazione da introdurre per comprendere correttamente l'originalità dell'evento della generazione di Cristo.
Ma ritorniamo ai mesi dell'attesa di Maria. Luca ci offre un episodio, quello della visita di Maria alla cugina Elisabetta anch'essa incinta, in cui riappare il mistero di ciò che sta germogliando nel grembo della madre di Gesù. La narrazione ha come sfondo "la montagna e una città di Giuda" anonima, che però la tradizione bizantina e crociata ha voluto identificare con Ain Karim ("sorgente della vigna"), un delizioso villaggio ormai aggregato a Gerusalemme. Esso è ora dominato dal santuario francescano della Visitazione, eretto nel 1939, nel cui cortile esterno è riprodotto, su maioliche in decine e decine di lingue diverse, il canto di Maria, il Magnificat. Ma sono le parole di Elisabetta a esaltare la gestazione di Maria.
Infatti, se è vero che il bimbo di Elisabetta, il futuro Giovanni Battista, "esulta di gioia nel suo grembo" appena udita la voce di Maria, la benedizione più solenne è riservata alla "madre del Signore": "Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!". Si tratta di una frase modellata sull'Antico Testamento, ed entrata poi nella più celebre e costante preghiera mariana, l'Ave Maria. Tutta la prima Alleanza incarnata dal Battista, l'ultimo dei profeti, si rivolge al Figlio di Dio e a sua madre accogliendoli con amore e gioia. Maria resta circa tre mesi dalla cugina, fino alla nascita di Giovanni e poi ritorna a casa sua (cfr. Luca, 1, 56). Ormai anche per lei si avvicina progressivamente il grande momento del parto. L'evangelista, infatti, ci aveva ricordato che Maria aveva ricevuto l'annunciazione "nel sesto mese" dalla concezione del Battista. Quando le ultime settimane stanno per scadere, ecco l'incubo del censimento di Quirinio. Lasciamo ancora la parola a Luca: "Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo" (2, 4-7).
Gli apocrifi non si accontentano della sobrietà asciutta del racconto evangelico e quei particolari momenti li vogliono seguire con maggior colore e fantasia. Ecco come il citato Protovangelo di Giacomo descrive quel viaggio (a cui partecipa anche un figlio avuto da Giuseppe, vedovo di un precedente ipotetico matrimonio): "Giuseppe sellò l'asino e vi fece sedere Maria. Il figlio di lui tirava la bestia e Giuseppe li accompagnava. Giunti a tre miglia da Betlemme, Giuseppe si voltò e la vide triste. Disse tra sé: Ormai è ciò che è in lei a crearle travaglio. Ma, voltatosi poco dopo, vide che rideva. Le chiese: Cos'hai, Maria, che vedo il tuo viso ora sorridente ora triste? Rispose: È perché io vedo coi miei occhi due popoli: uno piange e fa cordoglio, mentre l'altro è pieno di gioia ed esulta. Giunti a metà strada, Maria disse a Giuseppe: Calami giù dall'asino perché colui che è in me ha fretta di venire fuori. Egli la calò giù e le disse: Dove posso condurti per mettere al riparo il pudore? Il luogo, infatti, è deserto. Trovò però una grotta, ve la condusse e lasciò presso di lei suo figlio e corse a cercare un'ostetrica nella regione di Betlemme".
E da questo momento in avanti comincia per questo autore ignoto del ii secolo una sfilata di prodigi che accompagneranno la nascita del Cristo. Noi ci fermiamo qui davanti a Maria, alle soglie del parto, di quel momento in cui, come dirà Gesù nell'ultima sera della sua vita terrena, "la partoriente è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bimbo, non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo" (Giovanni, 16, 21). Lo zelo di alcuni scrittori cristiani antichi e di alcuni mariologi aveva negato a Maria le doglie del parto, considerate frutto del peccato originale.
In realtà nel testo della Genesi, come altrove nella Bibbia, le doglie sono usate come simbolo per indicare piuttosto la frattura che il peccato ha introdotto nell'armonia dell'amore di coppia e nella stessa generazione. L'esperienza della gestazione e di quei dolori, come dice Gesù, in realtà dona una ricchezza particolare alla donna.
Una ricchezza che in Maria raggiunse l'ineffabile. Un'esperienza che solo Maria poté assaporare e che noi possiamo soltanto immaginare. Una maternità che sorprendentemente lo scrittore e fìlosofo ateo francese Jean-Paul Sartre ha ben rappresentato anche sotto l'aspetto "psicologico" nel suo primo testo teatrale, Bariona o il figlio del tuono, composto per il Natale del 1940 nello Stalag xiiD nazista di Treviri, dove era stato internato. Scrive infatti: "Maria avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatto di me. Ha i miei occhi. La forma della sua bocca è la forma della mia. M'assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola. Un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride e respira. Un Dio che si può toccare e che ride".

(©L'Osservatore Romano - 25 dicembre 2008)