venerdì 1 maggio 2009

La meravigliosa semplicità del Papa nell'indomito Abruzzo ferito dal sisma (Piccinelli)


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La meravigliosa semplicità del Papa nell'indomito Abruzzo ferito dal sisma

Franco Piccinelli

Straordinari i traguardi raggiunti dal credere, con il quale per un tratto s'accompagna la ragione: compiuta assieme una sosta, richiesta da questa e accordata dalla straordinaria forza appunto del credere, la ragione indugia mentre l'altra procede senza un tentennamento.
È quasi una corsa a distaccare e subito sopravanzare, che ricorda le limpide figure di Peppone e Don Camillo nelle immagini cinematografiche dei due in bicicletta.
Ci pensavo nell'imminenza della visita del Papa all'indomita Aquila, ferita nel cuor dell'Abruzzo che si scuote le macerie sismiche di dosso, e ancora di più nello svolgersi delle sequenze televisive d'una compostezza esemplare: niente fanatismi di volti e braccia né di promesse immantenibili, nemmeno un'ombra delle tipiche accoglienze quando l'ospite è di eccezionale rilevanza.
Una meravigliosa semplicità. Persino un colonnello con il suo Reggimento sguarnito dalle perdite belliche, in visita ai superstiti nell'ospedale da campo, avrebbe avuto più squilli.
Il Papa è stato onorato con il più alto simbolo di gioia e gratitudine: con la semplicità con cui il cardinal Federigo, manzonianamente si recava «dalle pecorelle che avevano bisogno di lui».
Non sono più quei tempi, si capisce, ma la fede opera il miracolo di preservare l'iconografia, di stenderla uguale dinanzi ai milioni di occhi che la contemplano: e buon per essi, per gli occhi ma anche per il cuore, se sanno risvegliare da qualche angolo l'emozione che è già un procedere. Come essa si accende, la ragione pura vacilla, si abbranca alla fede, le chiede di guidarla oltre. Poco importa se in seguito, ricomposto il raziocinio e assorbiti dalla quotidianità, si lascia la mano della fede e si riscivola dove il ragionamento è più facile, non impegna ricerche, non porta assilli. Poco importa, anzi meno male sennò saremmo tutti candidati alla santità e Lassù mica c'è posto per tutti, già gravose essendo le selezioni.
Sono trascorsi ventidue giorni da quelle tragiche scosse ribollenti nel gran ventre della montagna e si fa l'abitudine a tutto: al freddo, all'umido, alla pioggia battente, alla paura. Si fanno calcoli su come saranno quei medesimi luoghi in cui si è nati, si immagina il plastico dell'edificio che li ospiterà. Purtroppo per le vittime, per i morti, non ci fu nemmeno tanto tempo. Purtroppo: tempo intimo, intendo, dove piangi e mai lacrime in solitudine sono altrettanto amare, brucianti.
Viene a trovarci il Papa? È stato di parola, eccolo qui innanzi. Gran fatica ascoltare tutti, senza il prelato che sveltisce chi troppo indugia, senza guardia pontificia, quasi pellegrino nei luoghi del dolore e tale dev'essersi sentito stringendo mani, carezzando guance di vecchi, lasciandosi porre sulle proprie le dita di quanti dal contatto traevano auspici taumaturgici, per sé non soltanto. E sorrisi, mesti. E domande formulate alla maniera del vecchio amico sopraggiunto che vuole constatare da vicino il tuo umore, la tua salute.
Se non fosse retorica citare il Sole nei piovaschi, verrebbe da dire che la fede lo ha acceso, nella mattinata plumbea, e la ragione ha per lo meno scostato le nuvole dai suoi raggi. Non in ultimo, nessun lampo fotografico, o ben pochi, nei brevi colloqui viso a viso, e niente scatti (pudichi se troppo forte era la tentazione) per gli sguardi dello stupore infantile nel contemplare il volto di quel nuovo Nonno proteso a stendere, a porgere la propria guancia e a mantenerla per assorbire e trasmettere la carezza dell'anima.
Sono queste le immagini, le sequenze, i filmati che non stancano. In prima serata televisiva farebbero il massimo dell'audience. Ma una proposta simile pur garbatamente provocatoria, solleverebbe un coro di No: a significare che ha preso il sopravvento il raziocinio, ma chissà quale.

© Copyright Gazzetta del sud, 1° maggio 2009

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