lunedì 2 novembre 2009

La memoria dei defunti: Dal corpo all'anima (Carlo Carletti)


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La memoria dei defunti

Dal corpo all'anima

di Carlo Carletti

L'origine della ricorrenza del 2 novembre dedicata alla commemorazione dei defunti si colloca alla fine del primo millennio nell'ambito del monachesimo benedettino cluniacense. È infatti nell'anno 998, che Odilone di Mercoeur, quinto abate di Cluny (circa 961 - 1049), dispone l'inserimento nel calendario liturgico cluniacense di una commemorazione per i defunti "di tutto il mondo e di tutti i tempi" da celebrarsi il secondo giorno del mese di novembre: "Si decreta dal nostro padre Odilone, su richiesta e con il consenso di tutti i confratelli cluniacensi, che come in tutte le chiese di Dio di tutto il mondo si celebra la festa di Ognissanti nel primo giorno di Novembre, così presso di noi sia celebrata solennemente la commemorazione di tutti i defunti in questo modo: nel giorno di Ognissanti, dopo il capitolo, il decano e il cellerario faranno una elemosina di pane e vino a tutti i poveri che si presenteranno, come nella cena del Signore; (...) nello stesso giorno dopo i vespri si suoneranno tutte le campane e si celebrerà l'officio dei morti; la messa mattutina (quella del 2 novembre) sarà officiata solennemente e con il suono delle campane; saranno celebrate messe in privato e pubblicamente per il riposo delle anime di tutti i fedeli e sarà offerto del cibo a dodici poveri (Statutum sancti Odilonis de defunctis, pl, 142, colonne 1037-1038). L'estensione all'intera Chiesa di questa commemorazione sembra potersi rintracciare per la prima volta nell'Ordo Romanus del XIV secolo, dove il giorno del 2 novembre è indicato come anniversarium omnium animarum (Ildefonso Schuster, Liber Sacramentorum, IV, Torino 1932, p. 85).
Nell'antichità - sia tra i pagani sia tra i cristiani - la commemorazione dei defunti seguiva coordinate temporali diverse, circoscritte all'ambito privato e per lo più domestico. Il calendario era mobile, perché corrispondente all'anniversario dei singoli defunti, che per i pagani era il giorno della nascita (dies natalis) per i cristiani quello della morte, anch'esso definito dies natalis, ma inteso - con "slittamento semantico" - come nascita alla vita eterna. La celebrazione a Roma dei parentalia, come evento pubblico celebrato tra il 13 e il 21 febbraio, non sostituisce la prassi secolare delle commemorazioni gentilizie e familiari (parentatio), ma sostanzialmente la integra, partecipandola all'intera comunità, in una serie di rituali e pratiche, che prevedevano la visita ai sepolcri - che venivano cosparsi di fiori (rosalia, violatio) - e soprattutto la consumazione di un pasto "comune", riservato a parenti e amici del defunto, che si svolgeva il 22 febbraio (caristie).
L'offerta dei fiori e la celebrazione del convito sono espressamente ricordati in un'iscrizione ravennate del III secolo: un collegio funeraticio dona una somma per la celebrazione anniversaria, ma pone la condizione (sub hac condicione) che "ogni anno il sepolcro sia cosparso di rose e che lì (cioè presso il sepolcro) si svolga anche il banchetto: quotannis rosas ad monumentum ei spargant et ibi epulentur (Corpus Inscriptionum Latinarum, xi, 132). A Roma, analogamente, un defunto di nome Caius Turius Lollianus, parlando in prima persona attraverso il suo epitaffio, chiede ai colleghi della sua corporazione (peto vobis collegae), che per il 12 marzo - giorno della sua nascita - siano destinate somme adeguate per la celebrazione: 25 denari per i parentalia, 11 denari e mezzo per l'acquisto delle rose (Corpus Inscriptionum Latinarum, VI, 9626).
Una vivace e realistica "istantanea" di questi riti funerari è quella che si legge in una iscrizione pagana in versi di Satafis nella Mauretania Caesarensis (odierna Aïn el Kebira in Algeria). È la cronaca di un convito funebre consumato per onorare la memoria di una cara congiunta, Aelia Secundula, la mamma della dedicante ufficiale dell'iscrizione, Statulenia Giulia (Corpus Inscriptionum Latinarum, viii, 20277): "In memoria di Elia Secundula. Noi tutti abbiamo già provveduto a disporre quanto necessario al rituale funerario sull'altare della madre Secundula qui deposta. Abbiamo provveduto ad apparecchiare la mensa di pietra, intorno alla quale ricordare le sue numerose opere virtuose, mentre vengono apprestati e offerti cibi e calici e coperte per imbandire la mensa, affinché possa essere sanata la crudele ferita che ci lacera il cuore quando a tarda ora riprendiamo volentieri ricordi e lodi della buona e pia madre, la dolce vecchietta. Visse settantacinque anni. Nell'anno duecentosessantesimo della provincia fece Statulenia Giulia". Questo convito, strettamente domestico - come anche indicato dalla dedica suppletiva "i figli alla dolce madre" che si ricava dalla lettura sequenziale delle lettere iniziali (acrostico) e finali (telestico) di ciascun rigo - si svolge nell'anno duecentosessantesimo dell'era locale della Mauretania (che inizia nel 39 dell'era cristiana), corrispondente all'anno consolare 299. È ovvio immaginare che intorno alla tavola vi fossero le klinai ("letti tricliniari") sulle quali si disponevano semisdraiati i commensali, i quali fino a tarda ora si trattengono nel rievocare le virtù della "vecchietta" (vetula) e gli eventi che ne contrassegnarono la vita: in qua magna eius memorantes plurima facta (...) libenter fabulas dum sera reddimus hora / castae matri bonae laudesque.
Per l'iscrizione di Aelia Secundula è quasi d'obbligo il confronto con un mosaico funerario iscritto su una mensa, inserita al centro di un letto tricliniare nella consueta forma lunata (sigma): l'impianto fu realizzato verso la fine del IV secolo nella vasta area cimiteriale di Matarès prossima alla città di Timgad (Mauretania Caesarensis, Algeria). Sullo sfondo dell'epigrafe - in sintonia con la funzionalità di un impianto destinato ai banchetti - è rappresentato una variegata e realistica "campionatura" di fauna marina più che appetibile: vi si distinguono agevolmente uno sciarrano, un pagello, una sardina, una aragosta, una cernia. L'iscrizione mentre ripropone la realtà di un banchetto funerario, qualifica in termini inequivocabili l'identità dei committenti nella formula iniziale: in Chr(isto) Deo, pax et concordia sit convivio nostro: "In (nome) di Cristo Dio regni nel nostro banchetto pace e concordia" (L'Année épigraphique, 1979, n. 682).
La concordia e la pax evocate nel mosaico di Timgad richiamano immediatamente uno straordinario (anche per l'eccezionale stato di conservazione) complesso figurativo-epigrafico del cimitero romano dei santi Marcellino e Pietro sulla via Labicana. Si tratta di scritte tracciate a pennello che accompagnano e "danno la parola" a una serie di personaggi rappresentati mentre banchettano, si direbbe, in composta allegria: i convitati, solo uomini, semisdraiati sui letti tricliniari, richiedono "il bere" alle ancelle (solo donne), chiamandole sempre con i nomi di Irene e Agape: Agape misce nobis ("Agape versaci da bere"), Irene por(ri)ge calda ("Agape dammi [acqua] calda" (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, vi 15942-1594). La ricorrenza per ben dodici volte dei medesimi nomi (Agape e Irene) induce legittimamente a supporre che questi forme onomastiche - peraltro diffusissime nella tarda antichità - rivestano la doppia funzione di designare, seppur genericamente, le inservienti e nel contempo evocare i concetti espressi nelle due forme onomastiche, vale a dire "pace" e "carità". I commensali si rivolgono alle ancelle con espressioni tipicamente conviviali che, seppure ellittiche, consentono di decifrare tipo e qualità della bevanda consumata: la menzione dell'aggettivo sostantivato "calda" (sincope per calidam) traduce esattamente la prassi abituale dei romani che bevevano vino stemperato con acqua calda o fredda: una miscela, che nel linguaggio comune veniva appunto denominata mixtio, come indica ad esempio un graffito pompeiano (Corpus Inscriptionum Latinarum, iv, 1292) e, ancor più dettagliatamente, la dedica di un collegium fabrorum che, in occasione del giorno della nascita dell'imperatore Adriano, provvede alla distribuzione gratuita di pane e vino (le sportulae) e al relativo servizio: panem et vinum et caldam praestari placuit (Corpus Inscriptionum Latinarum, vi, 33885). In età romana il vino puro (merum), se non miscelato con acqua calda o fredda e talvolta con miele (mulsum), era praticamente imbevibile, perché denso, amaro, eccessivamente alcolico.
Le coppie lessicali-onomastiche concordia-pax e Agape-Irene sono ambedue funzionali a evocare, a Timgad come a Roma, l'atmosfera che presiedeva o doveva presiedere allo svolgimento di un convito funerario; ma a Roma non passa inosservata la presenza del termine identitario agape (caritas) in luogo di concordia, meno ideologicamente connotato. Non è allora pura casualità che nelle iscrizioni funerarie di Roma, accanto alle normative e diffusissime in pace / en eirene, si leggano le acclamazioni greche èis agàpen, en agàpe, metà agàpes nonché il calco latino in agape (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, i 2976; vi, 15869; iv, 12185; i, 3025, 3426, 3781; iv, 12469; v, 14282) e che nell'onomastica di Roma si osservi una notevolissima diffusione dei nomi Irene e Agape (tecnicamente si tratta di cognomina): il primo largamente impiegato fin dal I secolo anche in ambiente pagano, il secondo pressoché esclusivo dei cristiani; l'uno e l'altro (e soprattutto Irene) particolarmente diffusi in ambiente servile e libertino (Die Griechischen Personennamen in Rom. Ein Namenbuch, I-III, von Heikki Solin, Berlin - New York, 2003², pp. 458-463, 1277-1278).
Queste testimonianze sono solo una esemplificazione di un fenomeno di enorme portata che soprattutto tra i secoli iii e vi si manifesta in tutta l'area mediterranea, con una documentazione rilevante che si estende dalle testimonianze archeologiche a quelle epigrafiche e figurative. L'epicentro di queste pratiche funerarie si localizza soprattutto in Africa donde - come sembra - si estende rapidamente a tutta l'area del Mediterraneo con particolare incidenza in Spagna (Cartagena, Italica, Tarragona), a Malta, in Sardegna (Cornus e Turris Libisonis), a Roma (nelle catacombe e nel sepolcreto dell'Isola Sacra).
Una lettura storico-culturale di questo fenomeno epocale fa emergere una inscindibile interrelazione tra la commemorazione privata del dies mortis e la relativa pratica del banchetto funerario. Due momenti - tra loro complementari - di un evento commemorativo periodico, definito e regolato in codici rituali che, nel corso della tarda antichità e particolarmente nel bacino mediterraneo occidentale, è condivisa e praticata sia dalla componente pagana sia da quella cristiana della società tardoantica. Il terreno su cui si sviluppa e dal quale prende alimento non è quello di uno specifico "religioso", ma piuttosto quello della "memoria condivisa", in cui si sedimentano i vincoli familiare e sociali, trasversali alle diverse identità. C'è al fondo - per dirla con Gabriel Sanders - quella "sincronia dei discorsi sulla morte", il cui ingrediente qualificante e coesivo è il rifiuto istintivo che la vita oppone all'irruzione, sempre umanamente traumatica, dell'evento ultimo.
Ma queste pratiche non perdurano all'infinito: alla fine della tarda antichità vengono progressivamente abbandonate e con l'inizio dell'alto medioevo tendono progressivamente a scomparire o, quantomeno, a modificarsi. Le cause prossime di questo mutamento si possono cogliere in due fattori concomitanti. In primo luogo vi è l'abbandono dei cimiteri suburbani e il rientro dei morti nell'ambito stesso della città, dove le deposizioni di concentrano all'interno stesso delle chiese o in prossimità di esse, creando un'unità inscindibile tra cimitero ed edificio di culto. Ai grandi spazi funerari del suburbio succedono le superfici anguste e comunque definite delle chiese e questo aspetto produce un progressivo mutamento comportamentale nel rispetto stesso delle sepolture, che sempre più frequentemente vengono manomesse e riutilizzate; anche l'uso dell'iscrizione funeraria si riduce sensibilmente e finisce per essere monopolizzata dalle élites cittadine laiche ed ecclesiastiche, che talvolta manifestano la preoccupazione per la intangibilità delle loro sepoltura lanciando terribili minacce verso i potenziali violatori. In secondo luogo c'è un progressivo cambiamento di mentalità, una più consapevole percezione del mistero della morte, già sollecitata da figure di spicco come Agostino e Gregorio Magno: la sollicitas verso i defunti si sposta progressivamente dal sepolcro, dal corpo corruttibile e si volge verso l'anima.
Agostino indica proprio nella sua Africa il luogo dove, in occasione dei rituali funerari, più che altrove si manifestavano eccessi incompatibili con l'identità vocazionale dei cristiani: "Se l'Africa per prima cercasse di eliminare siffatti disordini (cioè le ubriachezze e le dissolutezze dei conviti), meriterebbe di essere degna di imitazione da parte di tutti gli altri Paesi: e invece noi, mentre nella maggior parte dell'Italia e in tutte o quasi tutte le altre Chiese transmarine essi non esistono (...) come possiamo ancora esitare nel correggere una usanza così abominevole? (Epistolae, 22, 1, 4). La risposta di Agostino è quella, di stringente coerenza, esposta nel De cura pro mortuis gerenda, scritto appositamente per rispondere ai preoccupati quesiti che gli poneva Paolino di Nola circa la liceità e l'utilità delle sepolture ad sanctos: "In definitiva noi pensiamo di poter essere di aiuto ai morti soltanto suffragandoli devotamente con il sacrificio eucaristico, con le preghiere, con le elemosine (...) Riguardo poi alle onoranze del corpo qualunque cosa si faccia, non porta alcun vantaggio alla sua salvezza, ma è un dovere di umanità per quell'affetto naturale per il quale - come diceva Paolo (Efesini, 5, 29) - nessuno ha mai avuto in odio la propria carne" (18, 22). Non diversamente Gregorio Magno insisteva, forse più che sant'Agostino, sul ruolo fondamentale della celebrazione eucaristica. Al suo nome non a caso è collegata la pratica delle "trenta messe" da celebrare per trenta giorni consecutivi e passate alla storia appunto come "messe gregoriane". Origine e motivazioni di questa iniziativa sono raccontate con toni vivaci e immaginifici in un passo dei Dialoghi (4, 57, 14): "Erano ormai passati trenta giorni dalla morte di Giusto (un monaco confratello di Gregorio) e io cominciai ad avere compassione di lui (...) e mi chiedevo se vi fosse qualche mezzo per liberarlo (con allusione al Purgatorio). Allora, chiamato il priore del nostro monastero, Prezioso, accorato gli dissi: da tanto tempo, ormai, quel nostro fratello morto è nel tormento del fuoco. Gli dobbiamo un atto di carità (...) Va', dunque, e da oggi, per trenta giorni consecutivi, abbi cura di offrire per lui il Santo Sacrificio".
Il progressivo prevalere di pratiche specificamente cristiane - preghiera, sacrificio eucaristico, elemosine - apriva nuove prospettive spirituali, mentali e comportamentali ormai diverse rispetto alle consuetudini ancestrali. Soprattutto per iniziativa delle comunità monastiche maturò un nuovo "modello", che poneva la comunità cristiana (e con ruolo prevalente la gerarchia) al centro della commemorazione dei defunti, accanto o addirittura in sostituzione della famiglia: l'Eucaristia, celebrata in occasione dei funerali e degli anniversari della morte, l'evocazione di tutti i defunti nel corso della messa (memento), la distribuzione delle elemosine ai poveri, contribuirono a "spiritualizzare" un culto che per secoli si era mosso tra i confini non sempre definiti del sacro e del profano. Da queste trasformazioni derivano indotti collaterali che avranno fortuna secolare. È intorno alla metà dell'VIII secolo che cominciano a costituirsi le prime forme associative - da cui le confraternite - costituite da vescovi e abati, con lo scopo di assicurare il conforto religioso ai "soci" defunti, con la celebrazione di messe "speciali" e la recitazione del Salterio. Un'associazione di questo tipo è quella, ad esempio, che si costituisce ad Attigny nel 762 per iniziativa di ecclesiastici (vescovi e abati) che accolgono però anche laici: i primi si impegnano a far recitare cento volte il Salterio, celebrare personalmente trenta messe e farne celebrare personalmente altre cento alla morte di ciascun socio; i secondi contribuiscono con donazioni alle diverse comunità religiose rappresentate nell'associazione. Il numero degli aderenti a queste pie confraternite diviene col tempo così alto, che i loro nomi durante le celebrazioni, anziché essere pronunciati, sono tacitamente ricordati deponendo sull'altare i libri memoriales o libri vitae: elenchi di defunti, talvolta lunghissimi, come quello del monastero di Reichnau (chiesa di Niederzell dedicata a Pietro e Paolo) che arrivò nel tempo a contenere oltre quarantamila nomi. Generalmente trascritti su supporti pergamenacei, gli elenchi erano talvolta incisi sulle lastre d'altare (sempre a Reichnau), ovvero sul retro di dittici eburnei tardo antichi, come nel caso della riutilizzazione di un celebre esemplare - prodotto nel V secolo a Costantinopoli - reimpiegato alla fine del VII secolo in Provenza per accogliere anche qui una lunga lista, che si apre con una serie di oltre trecento nomi di vescovi e si chiude con la menzione dei sovrani franchi succedutisi fra il 575 e il 662.
Nella società cristiana altomedievale - acquietati i dibattiti sull'aldilà e sui tempi e i modi della sorte immediata delle anime - si andava ormai imponendo il principio che l'unica morte da temere era quella dell'anima e che dunque solo a essa doveva rivolgersi la sollicitas dei sopravvissuti. In questo nuovo ordine di "idee" l'angoscia per la morte fisica e il timore del giudizio cui era destinata l'anima furono convogliate verso una prospettiva penitenziale, mentre l'"esperienza visibile" della ineluttabile consunzione del corpo si proponeva come elemento di forte impatto per la denuncia e il disprezzo delle realtà mondane e, nel contempo, come motivo di riflessione verso la "conversione".
Gli ammonimenti di sant'Agostino erano ormai penetrati in profondità nella Chiesa occidentale. La grandiosità delle esequie, la pratica delle commemorazioni possono consolare quelli che restano ma non recano alcun vantaggio a quelli che se ne vanno" (magis sunt vivorum solatia, quam subsidia mortuorum). E in questa nuova prospettiva il vescovo di Ippona aveva richiamato la parabola del povero Lazzaro (Luca, 16, 19-22): "se per il ricco vestito di porpora tutta la servitù familiare allestì un funerale splendido agli occhi degli uomini (in cospectu hominum), molto più splendido agli occhi di Dio (sed multo clariores in cospectu Domini) ne fu allestito un altro per quel povero pieno di piaghe da parte degli Angeli, i quali non lo deposero in un mausoleo di marmo, ma lo innalzarono nel seno di Abramo" (De cura, 2, 4).

(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2009)

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"Caritas in veritate"

L'enciclica della fraternità universale

di Rosino Gibellini

La Caritas in veritate si potrebbe definire l'enciclica della fraternità universale perché questa è la categoria teologica centrale nel discorso complesso di Benedetto XVI sulla realtà sociale del nostro mondo in via di globalizzazione.
Il Papa si inserisce nella dottrina sociale della Chiesa con una modalità particolare, espressa, appunto, dalla categoria della fraternità universale. È stato osservato che Giovanni Paolo II parlava spesso di socialità, un tema che Benedetto XVI riconduce alla sua fonte teologica, e cioè la fraternità. Il terzo capitolo dell'enciclica (n. 34-42) s'intitola Fraternità, sviluppo economico e società civile e si può considerare il centro teologico del testo papale.
Il concetto di fraternità è caro alla teologia di Joseph Ratzinger, che vi aveva dedicato il corso viennese del 1958, quando il giovane teologo era agli inizi della sua docenza nel seminario filosofico-teologico di Frisinga. Il corso sarà poi pubblicato nel 1960 (quando Ratzinger era già arrivato all'università di Bonn), con il titolo Die christliche Brüderlichkeit (München, 1960; nuova edizione, München, Kösel-Verlag, 2006; traduzione italiana, Roma, 1962; nuova traduzione, Brescia, Queriniana, 2005). La fraternità cristiana - si spiega in quel testo - è quella interna alla Chiesa: è "la reciproca fraternità dei cristiani" che invocano Dio, confidenzialmente, come Abba ("Padre nostro"), come Gesù ci ha insegnato. Ed è una fraternità aperta, perché la Chiesa è sempre - citando von Balthasar - "uno spazio aperto e un concetto dinamico"; essa "è infatti il movimento di penetrazione del regno di Dio nel mondo, nel senso di una totalità escatologica" (La fraternità cristiana, p. 100).
La fraternità cristiana traccia anche dei confini, pone una dualità tra Chiesa e non chiesa. Ma "la comunità cristiana fraterna non è contro, bensì a favore del tutto" ed "è chiaro che l'opera di Gesù non mira propriamente alla parte, bensì al tutto, all'unità dell'umanità" (ivi, p. 94). La fraternità cristiana non è riducibile a filantropia, non è assimilabile al cosmopolitismo stoico o illuminista, ma è espressione di "vero universalismo", perché è posta "al servizio del tutto", tramite agàpe ("amore") e diakonìa ("servizio").
Nel testo richiamato è bene evidenziata la differenza tra fraternità universale nell'illuminismo e nel cristianesimo. È vero che l'illuminismo ha ampliato il concetto di fratello, parlando di fraternità universale sulla base della comune natura umana. Ma una fraternità così estesa può diventare irrealistica e vaga espressione di umanitarismo, come evidenziano le parole del pur grande inno alla gioia di Schiller: "Abbracciatevi, moltitudini". La fraternità cristiana, invece, si apre all'altro, e si fa fraternità universale appunto nell'agàpe e nella diakonìa, abbattendo così, nella concretezza della vita, ogni barriera. È il tema ripreso nell'enciclica.
Nella Caritas in veritate si afferma infatti che la vera fraternità, operante oltre ogni barriera e confine, nasce dal dono, la cui logica è introdotta nel tessuto economico, sociale e politico: "La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna né essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare una comunità veramente universale: l'unità del genere umano, una comunione fraterna oltre ogni divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-amore. Nell'affrontare questa decisiva questione, dobbiamo precisare, da un lato, che la logica del dono non esclude la giustizia e non si giustappone a essa in un secondo momento e dall'esterno e, dall'altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio gratuità come espressione di fraternità" (n. 34).
Secondo il Papa, nel tempo della globalizzazione in cui ormai l'umanità è entrata, e in cui essa diventa "sempre più interconnessa" (n. 42), gli esseri umani hanno bisogno come singoli e come comunità di un criterio etico fondamentale. Questo criterio è una categoria teologica, quella della fraternità universale, che ci fa considerare membri della stessa "famiglia umana". Se si volesse citare una sola affermazione dell'enciclica, per andare al centro della visione che essa propone, si potrebbe scegliere questa: "La globalizzazione è fenomeno multidimensionale o polivalente, che esige di essere colto nella diversità e nell'unità di tutte le sue dimensioni, compresa quella teologica. Ciò consentirà di vivere e orientare la globalizzazione dell'umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione" (n. 42).
È questa la parte più strettamente teologica, sul cui registro sono da leggere le indicazioni concrete di etica sociale ed economica contenute nell'enciclica, che insieme propone come chiave di lettura la visione della "fraternità universale" e la logica conseguente della "relazionalità" e della "condivisione" come criterio fondamentale e come orientamento "teologico". Per essere "capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie al servizio di un vero umanesimo integrale" (n. 78).

(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2009)

domenica 1 novembre 2009

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Clicca qui per leggere il commento di Andrea Tornielli sul suo blog.

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Il Papa ci salvi dalle brutte chiese (Francesco Borgonovo)

Appello al Santo Padre Benedetto XVI per un'Arte sacra autenticamente cattolica

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Il Papa: i popoli non sacrifichino la loro identità culturale (Apcom)

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Chiarimento del direttore della Sala Stampa della Santa Sede (Osservatore Romano)

Nota di padre Lombardi sulla Costituzione Apostolica sugli anglicani che desiderano entrare in piena comunione con la Chiesa Cattolica (R.V.)

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Il nuovo sito BENEDICT XVI.TV. Grazie a Gattorusso :-)

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Riceviamo e con grande piacere pubblichiamo:

PAPA: LUTERANI E CATTOLICI D'ACCORDO SU VERITA' FONDAMENTALI

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 1 nov.

Esiste ''un consenso tra luterani e cattolici'' su ''verita' fondamentali'' della dottrina che ''ci conducono al cuore stesso del Vangelo e a questioni essenziali della nostra vita''. Lo ha affermato oggi il Papa parlando ai 40 mila fedeli presenti in piazza San Pietro per l'Angelus.
L'occasione per questa affermazione sono stati i dieci anni della dichiarazione congiunta sulla Giustificazione che, ha sottolineato, ''Giovanni Paolo II defini' 'una pietra miliare sulla non facile strada della ricomposizione della piena unita' tra i cristiani'''.
Per Benedetto XVI questo anniversario rappresenta ''un'occasione per ricordare la verita' sulla giustificazione dell'uomo, testimoniata insieme, per riunirci in celebrazioni ecumeniche e per approfondire ulteriormente tale tematica e le altre che sono oggetto del dialogo ecumenico''.
''Spero di cuore - ha aggiunto il Pontefice teologo - che questa importante ricorrenza contribuisca a far progredire il cammino verso l'unita' piena e visibile di tutti i discepoli di Cristo''.
Nel suo breve discorso, Papa Ratzinger ha anche sintetizzato il tema della Giustificazione.
''Da Dio - ha spiegato - siamo accolti e redenti; la nostra esistenza si iscrive nell'orizzonte della grazia, e' guidata da un Dio misericordioso, che perdona il nostro peccato e ci chiama ad una nuova vita nella sequela del suo Figlio; viviamo della grazia di Dio e siamo chiamati a rispondere al suo dono; tutto questo ci libera dalla paura e ci infonde speranza e coraggio in un mondo pieno di incertezza, inquietudine, sofferenza''.

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I prelati della diocesi ambrosiana pensino più alle anime e meno alla politica!

Monsignor Bottoni: "La democrazia sta morendo"

MILANO - Scintille alla cerimonia in memoria dei caduti partigiani al cimitero Maggiore di Milano. E' stato l'intervento di monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano, ad accendere le polemiche criticando indirettamente, ma duramente il governo e il premier, Silvio Berlusconi, in particolare. "E' in corso una morte lenta e indolore della democrazia", ha detto monsignor Bottoni, che ha parlato anche di ''uno Stato padrone a gestione personale". La replica dell'assessore Stefano Pillitteri: "Trovo impropria una polemica di carattere politico in una sede come questa".

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Mi rifiuto di commentare.
R.

Il Papa all'Angelus: i Santi ci invitano a seguire Gesù con gioia e senza complessi. Vivere con spirito cristiano la Commemorazione dei defunti (R.V.)


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Il Papa all'Angelus: i Santi ci invitano a seguire Gesù con gioia e senza complessi. Vivere con spirito cristiano la Commemorazione dei defunti

La Solennità di Tutti i Santi ci invita a “seguire con gioia le orme di Gesù”, "senza complessi o mediocrità", “tendendo con umiltà alla perfezione dell’amore” e “rifiutando tutto ciò che non è degno della nostra condizione di cristiani”: è quanto ha detto oggi all’Angelus Benedetto XVI. Circa 40 mila i pellegrini giunti da tutto il mondo in Piazza San Pietro, in una stupenda giornata di sole. Il Papa ha quindi invitato a vivere con autentico spirito cristiano la Commemorazione dei fedeli defunti, domani 2 novembre, nella consapevolezza che “nelle tombe, riposano solo le spoglie mortali dei nostri cari in attesa della risurrezione finale”. Infine ha ricordato il decimo anniversario della Dichiarazione Congiunta cattolico-luterana sulla Dottrina della Giustificazione, pietra miliare del cammino ecumenico. Il servizio di Sergio Centofanti:

“Non abbiate paura di essere santi! E’ il miglior servizio che potete dare ai vostri fratelli”: questa l’esortazione del Papa nella Solennità di Tutti i Santi che - afferma - “invita la Chiesa pellegrina sulla terra a pregustare la festa senza fine della Comunità celeste, e a ravvivare la speranza nella vita eterna”:

“In questo Anno Sacerdotale, mi piace ricordare con speciale venerazione i santi sacerdoti, sia quelli che la Chiesa ha canonizzato, proponendoli come esempio di virtù spirituali e pastorali; sia quelli – ben più numerosi – che sono noti al Signore. Ognuno di noi conserva la grata memoria di qualcuno di essi, che ci ha aiutato a crescere nella fede e ci ha fatto sentire la bontà e la vicinanza di Dio”.

Benedetto XVI invita poi a vivere domani la Commemorazione di tutti i fedeli defunti “secondo l’autentico spirito cristiano, cioè nella luce che proviene dal Mistero pasquale. Cristo è morto e risorto e ci ha aperto il passaggio alla casa del Padre, il Regno della vita e della pace. Chi segue Gesù in questa vita è accolto dove Lui ci ha preceduto”:

“Mentre dunque facciamo visita ai cimiteri, ricordiamoci che lì, nelle tombe, riposano solo le spoglie mortali dei nostri cari in attesa della risurrezione finale. Le loro anime – come dice la Scrittura – già ‘sono nelle mani di Dio’ (Sap 3,1). Pertanto, il modo più proprio ed efficace di onorarli è pregare per loro, offrendo atti di fede, di speranza e di carità. In unione al Sacrificio eucaristico, possiamo intercedere per la loro salvezza eterna, e sperimentare la più profonda comunione, in attesa di ritrovarci insieme, a godere per sempre dell’Amore che ci ha creati e redenti”.

Il Papa sottolinea quanto sia “bella e consolante la comunione dei santi”, “una realtà che infonde una dimensione diversa a tutta la nostra vita”:

“Non siamo mai soli! Facciamo parte di una 'compagnia' spirituale in cui regna una profonda solidarietà: il bene di ciascuno va a vantaggio di tutti e, viceversa, la felicità comune si irradia sui singoli. E’ un mistero che, in qualche misura, possiamo già sperimentare in questo mondo, nella famiglia, nell’amicizia, specialmente nella comunità spirituale della Chiesa. Ci aiuti Maria Santissima a camminare spediti sulla via della santità, e si mostri Madre di misericordia per le anime dei defunti”.

Dopo la preghiera dell’Angelus, il Pontefice ha ricordato il decimo anniversario della firma ad Augsburg, in Germania, della Dichiarazione Congiunta cattolico-luterana sulla Dottrina della Giustificazione, a cui aderì nel 2006 anche il Consiglio Metodista Mondiale.
Un evento che Giovanni Paolo II definì “una pietra miliare sulla non facile strada della ricomposizione della piena unità tra i cristiani” e che attesta - ha rilevato Benedetto XVI - “un consenso tra luterani e cattolici su verità fondamentali della dottrina della giustificazione, verità che ci conducono al cuore stesso del Vangelo e a questioni essenziali della nostra vita”:

“Da Dio siamo accolti e redenti; la nostra esistenza si iscrive nell’orizzonte della grazia, è guidata da un Dio misericordioso, che perdona il nostro peccato e ci chiama ad una nuova vita nella sequela del suo Figlio; viviamo della grazia di Dio e siamo chiamati a rispondere al suo dono; tutto questo ci libera dalla paura e ci infonde speranza e coraggio in un mondo pieno di incertezza, inquietudine, sofferenza…Spero di cuore che questa importante ricorrenza contribuisca a far progredire il cammino verso l’unità piena e visibile di tutti i discepoli di Cristo”.

Infine, il Papa ha rivolto il suo cordiale saluto ai partecipanti alla “Corsa dei Santi”, iniziativa “che unisce lo sport e l’impegno umanitario”, e ai fedeli radunati a Paderno Dugnano, presso Milano, per la conclusione della peregrinatio della statua della Madonna di Fatima, nel 50° della consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria.

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Benedetto il radicale (Patrick J. Deneen)

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Il dialogo non è un tè tra signore cortesi (Bruno Mastroianni)

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Giornata della Santificazione Universale per scoprire che i santi spesso vivono accanto a noi

Oggi si celebra la Giornata della Santificazione Universale sul tema “La santità, dono per tutti”. L’iniziativa è promossa dal Movimento Pro Sanctitate che vuole diffondere nel mondo l’ideale della santità e della fraternità. Ma cosa vuol dire essere santi? Tiziana Campisi lo ha chiesto a Teresa Carboni, segretaria nazionale del Movimento Pro Sanctitate:

R. – C’è una via, ecco: è Gesù stesso che ci dice “Io sono la via”. Credo che l’umanità di Gesù sia la via per diventare santi. Gesù è stato una persona forte e nello stesso tempo mite, dolce; ha saputo perdonare, ha saputo accogliere, ha saputo parlare il linguaggio di tutti. Credo che questa scuola di umanità di Gesù, che ha saputo stare 30 anni nel silenzio e nella laboriosità e poi anche nell’annuncio, che ha saputo percorrere la via della croce, che ha saputo mangiare con i propri amici e stare a tavola con i peccatori. Questa mi sembra la via più semplice, la più bella e quella più percorribile.

D. – Come accostarsi alla santità? Talvolta viene vista come una parola lontana dalla realtà di oggi …

R. – Certamente, parlare di santità ad un uomo post-moderno quando sembra che i valori quasi non ci siano, può sembrare difficile. Eppure proprio quando si tocca il fondo nasce prepotente nell’uomo il desiderio di Dio.

D. – Il Movimento Pro Sanctitate promuove iniziative per la santificazione universale. In che modo?

R. – Il Movimento è nato proprio come una voce che vuole ricordare all’uomo che abbiamo un destino comune da inseguire e anche da accogliere come dono da Dio, che è proprio la santità. Nello stesso tempo, accompagna ogni uomo e direi anche ogni famiglia, ogni situazione umana per poter diventare evangelica, perché davvero questa buona notizia che Dio ci dà sia l’abitazione, ecco, nella quale l’uomo si trova a suo agio. Quindi, il Movimento Pro Sanctitate promuove iniziative – incontri, momenti di preghiera – soprattutto mira alla formazione della coscienza attraverso la stampa, attraverso il nostro mensile “Aggancio” che offre proprio una formazione di tipo ecclesiale-spirituale-liturgico: tutto quello che può servire perché l’uomo prenda coscienza di questo dono e diventi in qualche modo anche il promotore, nella sua vita e nella vita degli altri. Quindi, non solo un aiuto per il cammino della santità, ma anche un aiuto a diventare apostoli della santità.

D. – Santità e festa di Tutti i Santi: come guardare a queste due cose?

R. – Il nostro fondatore, già dal 1957, aveva avuto questa grande intuizione della Giornata della Santificazione universale, quindi di una giornata nella quale ricordare a tutti che i santi che sono in cielo ci guidano per poter diventare anche noi santi. Abbiamo questa potenzialità e questa possibilità reale per il dono del Battesimo; quindi la solennità di Tutti i Santi è un grande aiuto e nello stesso tempo, grazie a questa giornata promossa dal Movimento in tutte le parti del mondo, è proprio anche l’impetrazione, la richiesta a Dio di santi nuovi per il mondo di oggi: uomini e donne che anche oggi, in questa nostra società, possano vivere questa profonda unione con Dio.

D. – E come superare i limiti che impediscono di guardare ai santi come persone lontane?

R. – I santi non sono persone lontane da noi, sono persone che vivono accanto a noi. Io parlerei proprio del santo della porta accanto, ma forse direi anche il Santo di casa nostra. Cioè, quelle persone che nell’ordinario della loro vita, nella quotidianità vivono la straordinaria bellezza del Vangelo: credo che questa distanza possa essere colmata proprio dal fatto che riscopriamo anche accanto a noi persone imitabili per la loro bontà, per la loro mansuetudine, per le loro rettitudini, per la ricerca della giustizia …

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VATICANO

Papa: Nella Comunione dei santi non siamo mai soli, come in famiglia o fra amici

Benedetto XVI corregge l’interpretazione macabra della festa di Halloween. La festa di tutti i santi è una festa di solidarietà. Nella visita ai cimiteri occorre ricordare che le anime dei defunti “sono nelle mani di Dio”. Un ricordo della Dichiarazione comune di Augusta, fra Federazione luterana mondiale e Chiesa cattolica, definita da Giovanni Paolo II “una pietra miliare sulla non facile strada della ricomposizione della piena unità tra i cristiani”.

Città del Vaticano (AsiaNews)

La “comunione dei santi” è una realtà “bella e consolante” perché dice che “non siamo mai soli”. Benedetto XVI ha presentato così la solennità di Tutti i santi – che si celebra oggi - ai fedeli radunati nella piazza san Pietro per l’Angelus. La definizione del papa si mette in totale opposizione al modo in cui questa festa è stata commercializzata, trasformandola in “Halloween” e in una festa macabra, di mostri e di zombie nemici dell’uomo.
“Facciamo parte di una ‘compagnia’ spirituale in cui regna una profonda solidarietà: il bene di ciascuno va a vantaggio di tutti e, viceversa, la felicità comune si irradia sui singoli. E’ un mistero che, in qualche misura, possiamo già sperimentare in questo mondo, nella famiglia, nell’amicizia, specialmente nella comunità spirituale della Chiesa”.
Il pontefice ricorda l’antico culto dei martiri nella Chiesa primitiva, divenuto poi culto per tutti i santi, "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua (Ap 7,9)”.
Fra tutti, in questo Anno sacerdotale, il papa ricorda “i santi sacerdoti, sia quelli che la Chiesa ha canonizzato…; sia quelli – ben più numerosi – che sono noti al Signore”.
“Ognuno di noi – sottolinea il pontefice - conserva la grata memoria di qualcuno di essi, che ci ha aiutato a crescere nella fede e ci ha fatto sentire la bontà e la vicinanza di Dio”.
Il papa offre anche spunti per riflettere e vivere la giornata di domani, di Commemorazione dei fedeli defunti. “Vorrei invitare - ha detto il pontefice - a vivere questa ricorrenza secondo l’autentico spirito cristiano, cioè nella luce che proviene dal Mistero pasquale. Cristo è morto e risorto e ci ha aperto il passaggio alla casa del Padre, il Regno della vita e della pace. Chi segue Gesù in questa vita è accolto dove Lui ci ha preceduto. Mentre dunque facciamo visita ai cimiteri, ricordiamoci che lì, nelle tombe, riposano solo le spoglie mortali dei nostri cari in attesa della risurrezione finale. Le loro anime – come dice la Scrittura – già ‘sono nelle mani di Dio’ (Sap 3,1). Pertanto, il modo più proprio ed efficace di onorarli è pregare per loro, offrendo atti di fede, di speranza e di carità. In unione al Sacrificio eucaristico, possiamo intercedere per la loro salvezza eterna, e sperimentare la più profonda comunione, in attesa di ritrovarci insieme, a godere per sempre dell’Amore che ci ha creati e redenti”.
Dopo la preghiera mariana, Benedetto XVI ha ricordato i 10 anni dalla Dichiarazione congiunta di Augusta, firmata il 31 ottobre 1999 fra la Federazione Luterana Mondiale e la Chiesa cattolica, che Giovanni Paolo II definì “una pietra miliare sulla non facile strada della ricomposizione della piena unità tra i cristiani”.
“Quel documento – ha detto il papa - attestò un consenso tra luterani e cattolici su verità fondamentali della dottrina della giustificazione, verità che ci conducono al cuore stesso del Vangelo e a questioni essenziali della nostra vita. Da Dio siamo accolti e redenti; la nostra esistenza si iscrive nell’orizzonte della grazia, è guidata da un Dio misericordioso, che perdona il nostro peccato e ci chiama ad una nuova vita nella sequela del suo Figlio; viviamo della grazia di Dio e siamo chiamati a rispondere al suo dono; tutto questo ci libera dalla paura e ci infonde speranza e coraggio in un mondo pieno di incertezza, inquietudine, sofferenza”.
“Questo anniversario - ha continuato - è dunque un’occasione per ricordare la verità sulla giustificazione dell’uomo, testimoniata insieme, per riunirci in celebrazioni ecumeniche e per approfondire ulteriormente tale tematica e le altre che sono oggetto del dialogo ecumenico. Spero di cuore che questa importante ricorrenza contribuisca a far progredire il cammino verso l’unità piena e visibile di tutti i discepoli di Cristo”.

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Il Papa: tanti sacerdoti santi, ognuno di noi ne ha conosciuto uno (Izzo)


Riceviamo e con grande piacere pubblichiamo:

PAPA: TANTI SACERDOTI SANTI, OGNUNO NE HA CONOSCIUTO UNO

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 1 nov.

Benedetto XVI ha voluto ricordare oggi ''con speciale venerazione'' i santi sacerdoti, ''sia quelli - ha detto - che la Chiesa ha canonizzato, proponendoli come esempio di virtu' spirituali e pastorali; sia quelli, ben piu' numerosi, che sono noti al Signore''.
''Ognuno di noi - ha detto prima dell'Angelus - conserva la grata memoria di qualcuno di essi, che ci ha aiutato a crescere nella fede e ci ha fatto sentire la bonta' e la vicinanza di Dio''.

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Chiarimento ufficiale sul clero anglicano sposato (traduzione di Messainlatino.it)

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Papa: Venerazione per Santi, anche quelli noti al Signore

E su 2 novembre: Onorare morti con preghiere e spirito cristiano

"L'odierna domenica coincide con la solennità di Tutti i Santi. In questo Anno Sacerdotale, mi piace ricordare con speciale venerazione i santi sacerdoti, sia quelli che la Chiesa ha canonizzato, proponendoli come esempio di virtù spirituali e pastorali; sia quelli - ben più numerosi - che sono noti al Signore.
Ognuno di noi conserva la grata memoria di qualcuno di essi, che ci ha aiutato a crescere nella fede e ci ha fatto sentire la bontà e la vicinanza di Dio".
E' quanto ricorda Papa Benedetto XVI in un passaggio dell'Angelus pronunciato in piazza San Pietro.
"Domani, poi, ci attende l'annuale Commemorazione di tutti i fedeli defunti.
Vorrei invitare a vivere questa ricorrenza secondo l'autentico spirito cristiano, cioè nella luce che proviene dal Mistero pasquale. Cristo è morto e risorto e ci ha aperto il passaggio alla casa del Padre, il Regno della vita e della pace.
Chi segue Gesù in questa vita è accolto dove Lui ci ha preceduto. Mentre dunque facciamo visita ai cimiteri, ricordiamoci che lì, nelle tombe, riposano solo le spoglie mortali dei nostri cari in attesa della risurrezione finale.
Le loro anime - come dice la Scrittura - già 'sono nelle mani di Dio'. Pertanto, il modo più proprio ed efficace di onorarli è pregare per loro, offrendo atti di fede, di speranza e di carità", conclude.

© Copyright Apcom

"Quanto è bella e consolante la comunione dei santi! E’ una realtà che infonde una dimensione diversa a tutta la nostra vita. Non siamo mai soli!"

Clicca qui per leggere le parole del Papa alla recita dell'Angelus.

Il Papa: non siamo mai soli, i Santi camminano con noi (Izzo)


Vedi anche:

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Appello al Santo Padre Benedetto XVI per un'Arte sacra autenticamente cattolica

Brescia, Benedetto XVI torna dal suo amico Papa (Brontesi)

Sacra Liturgia, intervista al card. Cañizares sulla "riforma della riforma" (Messainlatino)

Il Papa: i popoli non sacrifichino la loro identità culturale (Apcom)

Chiarimento ufficiale sul clero anglicano sposato (traduzione di Messainlatino.it)

Chiarimento del direttore della Sala Stampa della Santa Sede (Osservatore Romano)

Nota di padre Lombardi sulla Costituzione Apostolica sugli anglicani che desiderano entrare in piena comunione con la Chiesa Cattolica (R.V.)

Lo "strano" caso della nota della Santa Sede sugli Anglicani e su Andrea Tornielli

Il nuovo sito BENEDICT XVI.TV. Grazie a Gattorusso :-)

Anglicani, Padre Lombardi: nessun disaccordo sul celibato (Izzo)

Santa Sede: il ritardo nella pubblicazione della Costituzione sugli Anglicani non è dovuto ai preti sposati. Per i futuri seminaristi regola celibato

Non è da cristiani la cultura del sospetto (Salvatore Izzo)

Le lenti appannate di Scalfari (Volontè)

Grandi cardinali a un passo dalla pensione (Bevilacqua)

Benedetto il radicale (Patrick J. Deneen)

La «Caritas in veritate» in 10 parole (Mondo e Missione via Missionline)

Il dialogo non è un tè tra signore cortesi (Bruno Mastroianni)

Il teologo anglicano Milbank: «Dal Papa nessun atto di dominio. Ratzinger ha saputo dimostrare grande immaginazione,è un passo verso l’unità» (Mazza)

Il vero volto degli ecumenisti di professione (Messainlatino)

COSTITUZIONE APOSTOLICA CIRCA GLI ORDINARIATI PERSONALI PER ANGLICANI CHE ENTRANO NELLA CHIESA CATTOLICA: LO SPECIALE DEL BLOG

Riceviamo e con grande piacere pubblichiamo:

PAPA: NON SIAMO MAI SOLI, I SANTI CAMMINANO CON NOI

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 1 nov.

''Non siamo mai soli''. Benedetto XVI ha ricordato la dimensione ''bella e consolante'' della Comunione dei Santi nel discorso ai 40 mila fedeli riuniti in piazza S. Pietro per l'Angelus. ''Questa realta' - ha detto commentando la festa liturgica del 1 novembre, detta di Ognissanti - infonde una dimensione diversa a tutta la nostra vita. Facciamo parte di una compagnia spirituale in cui regna una profonda solidarieta': il bene di ciascuno va a vantaggio di tutti e, viceversa, la felicita' comune si irradia sui singoli''.
Per il Papa teologo, si tratta di ''un mistero che, in qualche misura, possiamo gia' sperimentare in questo mondo, nella famiglia, nell'amicizia, specialmente nella comunita' spirituale della Chiesa''.
Il Pontefice ha ricordato all'Angelus anche ''l'annuale Commemorazione di tutti i fedeli defunti'' che ricorre domani.
''Vorrei invitare a vivere questa ricorrenza - ha chiesto - secondo l'autentico spirito cristiano, cioe' nella luce che proviene dal Mistero pasquale: mentre dunque facciamo visita ai cimiteri, ricordiamoci che lì, nelle tombe, riposano solo le spoglie mortali dei nostri cari in attesa della risurrezione finale''. ''Le loro anime - ha concluso citando la Scrittura - gia' 'sono nelle mani di Dio'.
Pertanto, il modo piu' proprio ed efficace di onorarli e' pregare per loro, offrendo atti di fede, di speranza e di carita'''.

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Recitiamo l'Angelus con il Santo Padre...clicca qui

La diocesi di Milano decide che oggi non è la Festa di Ognissanti


Cari amici, oggi ho fatto "obiezione di coscienza".
Vi sarete chiesti che fine ho fatto stamattina. Beh, ho cambiato diocesi :-)
Stamattina mi sono recata a Como dove vige il rito romano per ascoltare la Santa Messa nella Solennita' di Tutti i Santi.
Non comprendo come mai la diocesi ambrosiana abbia deciso di anticipare la celebrazione a ieri, per cui ho adottato la tecnica del "fai da te" :-)
Saro' relativista? :-)
Di seguito trovate le "giustificazioni" della diocesi di Milano.
Questa continua voglia di distinguersi e' francamente urticante.
Oggi tutti ricordano i Santi, noi ambrosiani no...alla faccia dell'unità e della cattolicità.

Raffaella

Indicazioni per le Liturgie

Solennità di Tutti i Santi

Secondo la norma ambrosiana, che è particolarmente attenta a salvaguardare il primato della Domenica, la festa liturgica della solennità di Tutti i Santi quest’anno dovrà essere anticipata a Sabato 31 Ottobre, a decorrere dall’eventuale Messa Vespertina di Venerdì 30. La partecipazione alla Santa Messa in questo giorno è vivamente raccomandata a tutti i fedeli, ma non ha l’obbligo del precetto festivo. A partire dalla liturgia vespertina vigiliare di Sabato 31 Ottobre, e per tutta la Domenica 1 Novembre le Messe saranno della II Domenica dopo la Dedicazione. Un’intenzione della preghiera dei fedeli può essere opportunamente ispirata a Tutti i Santi. In questa Domenica è però consentita un’unica messa in onore di Tutti i Santi (Cfr. Norme Generali per l’Ordinamento dell’Anno Liturgico e del Calendario, n. 54), da celebrare nell’orario ritenuto pastoralmente più utile al bene dei fedeli.

http://www.chiesadimilano.it/liturgia

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Vedi anche:

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Il Papa ci salvi dalle brutte chiese

Francesco Borgonovo

Quando a Foligno è stata inaugurata la chiesa a forma di cubo progettata da Massimiliano Fuksas, i cittadini umbri hanno tempestato il web di messaggi per protestare contro l’opera, da alcuni considerata tra gli edifici più brutti d’Italia.
Quel caso ha permesso che fra critici e architetti si aprisse un dibattito, di cui ha dato conto su queste pagine Caterina Maniaci qualche tempo fa.
Ora la questione viene sollevata nientemeno che di fronte a Papa Benedetto XVI, tramite un appello che sarà reso pubblico il prossimo 4 novembre, in previsione dell’incontro con gli artisti provenienti da tutto il mondo che si terrà il 21 del mese.
Il documento sta ancora circolando fra gli esperti, ma finora pare abbia raccolto adesioni importanti. Per esempio quella dello scrittore Martin Mosebach, autore di Eresia dell’informe, del giornalista Sandro Magister, dell’architetto Ciro Lomonte, del filosofo Enrico Maria Redaelli. E ancora compaiono lo storico Paul Badde (corrispondente del giornale Die Welt), il filologo Francesco Colafemmina, il teologo Michele Loconsole e l’editore Manuel Grillo.

Strutture poco amate dai fedeli

Il fatto è che molte delle nuove chiese - come quella di Dio Padre Misericordioso nel quartiere di Tor Tre Teste a Roma, quella di San Giovanni Rotondo progettata da Renzo Piano o quella di Gesù Redentore a Modena ideata da Mauro Galantino - non spiccano per bellezza e, soprattutto, non sono amate dai fedeli.
«Vediamo crescere di giorno in giorno edifici sacri spogliati del sacro e costruiti senza alcuna cognizione della liturgia, ma modellati sul funzionalismo o sull’estro inconsulto e arbitrario dell’architetto creatore», recita l’appello. «Vediamo le nostre chiese pullulare di immagini e simbolismi più genericamente “religiosi”, ma che non illustrano alcuna realtà genuinamente cattolica». Secondo gli estensori, «l’arte e l’architettura sacre oggi non sembrano favorire l’incontro dolce e vivificante» con Dio, ma piuttosto «ostacolano e pervertono costantemente».
Di chi è la responsabilità se i credenti si devono raccogliere in edifici orrendi? Non solo degli architetti che li progettano, ma anche di chi commissiona le opere.
Ecco che, su questo punto, l’appello fa riferimento al Discorso intorno alle immagini sacre e profane del cardinal Gabriele Paleotti, risalente al 1582, secondo il quale «gli abusi non sono tanto da ascrivere agli errori che gli artisti commettono nel dar forma alle immagini, quanto piuttosto agli errori dei signori che le commissionano e che trascurano di commissionarle come si dovrebbe: essi sono le vere cause degli abusi, in quanto gli artisti non fanno che seguire le loro indicazioni».
Insomma, anche i committenti si fanno spesso incantare dalle sirene della moda, motivo per cui si affidano ad archistar come Massimiliano Fuksas o Renzo Piano, forse senza pensare che i trend passano, ma gli edifici restano.
«L’opera artistica e architettonica», scrivono Lomonte e gli altri, «a differenza della liturgia, permane anche dopo la conclusione della liturgia stessa. Essa ha perciò il compito aggiuntivo di essere eco della liturgia, una volta che questa sia terminata. Pertanto la decorazione della chiesa e la sua struttura architettonica debbono rivendicare una inalienabile funzione pedagogica e protrettica verso la fedeltà al messaggio evangelico e liturgico».

Il sito internet per le adesioni

Dunque basta con le chiese che assomigliano a capannoni o cubi di cemento, meglio qualcosa di più semplice, che però si adatti al ruolo che gli edifici sacri devono svolgere.
Il documento, come dicevamo, sarà disponibile online dal prossimo 4 novembre sul sito internet http://www.appelloalpapa.blogspot.com/.

Per aderire, invece, basta scrivere una email all’indirizzo appelloalpapa@gmail.com. Chissà che Benedetto XVI non decida di prendere personalmente in mano la questione.

© Copyright Libero, 1° novembre 2009 consultabile online anche qui.

Appello al Santo Padre Benedetto XVI per un'Arte sacra autenticamente cattolica

Clicca qui per accedere al sito pienamente disponibile dal 4 novembre. Mi fa molto piacere pero' segnalarvelo in anticipo perche' so il grande lavoro che c'e' dietro. Ne parla anche "Libero" in edicola oggi.

Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica: comunicato

Artisti in Vaticano senza confini. Verdon: tornare al significato. Un appello di laici in difesa del sacro (Calabrò)

Insieme al Papa per l'arte sacra (Colafemmina)

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Benedetto XVI rende omaggio a Paolo VI. Attese 12 mila persone sul sagrato

di ITALIA BRONTESI

BRESCIA
LA VISITA ERA in programma già nel 2008 per i 30 anni dalla morte di papa Paolo VI. Ma il calendario degli impegni pontifici l'ha fatta slittare e papa Benedetto XVI sarà a Brescia domenica 8 novembre, nel segno del ricordo del papa bresciano Giovanni Battista Montini. Una decina di ore in tutto, dall'arrivo in elicottero il mattino alle 9,30 all'aeroporto militare di Ghedi, fino al ritorno a Roma. A Botticino sera, la prima tappa del viaggio. Nella chiesa parrocchiale il papa si raccoglierà in preghiera davanti al corpo di Sant'Arcangelo Tadini, fondatore all'inizio del secolo scorso della Congregazione delle suore operaie e canonizzato proprio da Benedetto XVI il 29 aprile del 2009.
ALLE DIECI e un quarto l'arrivo in città sul sagrato del Duomo, dove, davanti a una piazza capace di ospitare 12 mila persone, si terrà la celebrazione eucaristica con l'omelia del Santo Padre. Una pausa per il pranzo e un breve riposo al Centro pastorale Paolo VI, poi l'ultima tappa, a Concesio, il paese natale di Giovanni Battista Montini, che Benedetto XVI raggiungerà ancora a bordo della Papamobile, impegnata a percorrere in tutto una quarantina di chilometri, un numero insolitamente elevato per i viaggi del pontefice.
A Concesio il papa inaugurerà la nuova sede dell'Istituto Paolo VI, presieduto da Giuseppe Camadini, un centro di studi e ricerche, scritti e opere di e su il papa bresciano, e conferirà il premio internazionale Paolo VI arrivato alla sesta edizione e destinato quest'anno all'ambito dell'educazione.
Accanto al Centro studi, ospitato in una moderna struttura, sorge la casa natale di Giovanni Battista Montini dove è conservata intatta la camera con il letto stile impero dove Giuditta, la madre, diede alla luce il futuro Paolo VI. RATZTINGER era già stato a Brescia il 22 marzo del 1986. L'allora cardinale aveva tenuto in palazzo Loggia una conferenza su "Teologia e Chiesa" promossa dalla rivista cattolica internazionale Communio. Ci torna tredici anni dopo come pontefice.
"Il significato della visita è chiaro - ha detto ieri il vescovo di Brescia Luciano Monari nella conferenza stampa che si è tenuta in Curia, presenti il sindaco Adriano Paroli e il presidente della Provincia Daniele Molgora - sono trascorsi 30 anni, in realtà ormai 31, dalla morte di Paolo VI. La visita è fondamentalmente un omaggio a lui, un ricordo del suo pontificato, del concilio vaticano,del legame che Benedetto XVI ha avuto con Paolo VI". E' stato papa Montini a nominare Ratzinger prima vescovo e poi cardinale. Ed "era una specie di scelta strategica per Paolo VI - ha continuato il vescovo Monari - un teologo", Ratzinger, "che potesse rappresentare il concilio in modo pieno e equilibrato, un teologo notevolmente aperto e nello stesso tempo con radici nella tradizione cristiana".
Il legame con Paolo VI, ma anche una visita di "comunione tra la chiesa di Roma e la Chiesa bresciana e un'occasione per riflettere e confrontarsi: il magistero di papa Ratzinger - ha ricordato il vescovo - è stato attentissimo alla modernità, alla vita dell'uomo di oggi e ha collocato davanti al nostro vissuto i valori fondamentali della fede e della tradizione cristiana, i valori dell'uomo , dell'esistenza umana, della collaborazione tra fede e ragione: chiunque abbia a cuore la sorte dell'uomo su questi argomenti deve riflettere e confrontarsi".

© Copyright Il Giorno, 31 ottobre 2009