mercoledì 1 aprile 2009

Il Papa alle suore liberate: "Grazie per la vostra testimonianza" (Sir)


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BENEDETTO XVI: SUORE LIBERATE, “GRAZIE PER LA VOSTRA TESTIMONIANZA”

“Sono veramente molto contento della vostra liberazione, vi ringrazio della testimonianza che avete dato della vostra forza e del vostro coraggio mostrato durante la prigionia”.
Sono le parole con cui Benedetto XVI ha salutato oggi, al termine dell’udienza del mercoledì, suor Maria Teresa Olivero e suor Caterina Giraudo, le missionarie prigioniere per 102 giorni in Somalia.
A riferirle al Sir è l’arcivescovo di Torino, il card. Severino Poletto, che accompagnava le due religiose del Movimento contemplativo missionario padre Charles de Foucauld di Cuneo.
“Le suore erano molto emozionate, - è il racconto del cardinale - sono stati brevi momenti, per giunta anche sotto la pioggia. Ho presentato le suore al Papa dicendo: ‘sono le due suore per le quali Sua Santità ha fatto, anche dalla finestra, un appello per la liberazione, sono rimaste in mano al gruppo dei rapitori per 102 giorni’.
Benedetto XVI si è allora rivolto loro con queste parole: ‘sono veramente molto contento della vostra liberazione, vi ringrazio della testimonianza che avete dato della vostra forza e del vostro coraggio dimostrato durante la prigionia’. Le suore a loro volta hanno ringraziato Benedetto XVI per la preghiera ed il sostegno spirituale che hanno sentito in quei giorni da parte della Chiesa tutta”.

© Copyright Sir

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Dal Papa le due suore rapite in Kenya

Perdonare i rapitori è stato naturale perché "siamo missionarie per amore di Cristo": ecco la testimonianza che Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo - le due religiose missionarie in Kenya liberate il 19 febbraio dopo centodue giorni passati nelle mani dei sequestratori - hanno portato stamani a Benedetto XVI. Sono venute all'udienza innanzitutto a dire grazie al Papa per le preghiere e gli appelli in loro favore. Erano accompagnate dal cardinale Severino Poletto, arcivescovo di Torino. Entrambe originarie della provincia di Cuneo, fanno parte del movimento contemplativo missionario Charles de Foucauld e hanno iniziato la loro opera in Africa nel 1972.
Le due religiose stanno ora vivendo "un tempo di silenzio e preghiera nello stile della loro comunità che rimarca la centralità dell'Eucaristia e la condivisione della vita dei poveri dove essi vivono, senza grandi strutture". Spiegano che "con questa difficile esperienza Dio ci ha dato tantissimo, ma ci ha chiesto anche tantissimo.
Ora è il momento di trovare le perle dentro questa nostra storia". Tornerete in Africa? "Adesso non è possibile perché le nostre due missioni sono chiuse a causa della mancanza di sicurezza" rispondono.
"Quella gente è diventata la nostra gente. Forse anche per questo non abbiamo mai provato risentimento e men che mai odio per chi ci ha rapite. Anzi, a quella gente noi vogliamo bene, la sentiamo nostra. Sì, anche quei ragazzi che ci hanno rapite con violenza li sentiamo nostri". Li hanno perdonati subito.
Ci tengono a ricordare che "dire oggi grazie al Papa per il sostegno nei giorni della prigionia è come dirlo a tutti". E raccontano un episodio: "Eravamo nelle mani dei rapitori da due mesi quando ci venne data l'opportunità di parlare al telefono con le nostre consorelle di Nairobi. Suor Gianna ci disse che tutta la Chiesa stava pregando per noi e che persino il Papa ci aveva ricordate nella preghiera, aveva chiesto la nostra liberazione. Ci prese una grande commozione e quando i rapitori ci tolsero il telefono iniziammo a piangere di gioia. Pur separate con la forza dalla nostra comunità, abbiamo sentito di essere in comunione, che la Chiesa è una e ci unisce sempre".
A Benedetto XVI hanno portato il libro L'impossibile è possibile che racconta la storia della loro comunità, nata nel 1951 a Cuneo quando don Andrea Gasparino accolse cinque ragazzi rimasti senza famiglia per via della guerra. Negli anni questo servizio ai poveri si è diffuso in Europa, America Latina, Asia e Africa.
Anche per la presenza delle due missionarie, l'udienza generale di stamani è stata una nuova "espressione dell'amore e della gratitudine che il popolo italiano ha per il Papa, per la sua testimonianza e per il suo magistero": è con queste parole che il cardinale Angelo Bagnasco commenta la grande partecipazione di migliaia di persone giunte in piazza San Pietro da tutta Italia per incontrare Benedetto XVI. In particolare, il presidente della Conferenza episcopale ha accompagnato trecentocinquanta fedeli per ricambiare la visita compiuta dal Papa a Genova nel maggio di un anno fa.
"Siamo venuti innanzitutto per dire grazie. È una riconoscenza che a Genova non sentono solo i credenti. Tutta la città - ha detto - ricorda con affetto la visita del Papa e conserva nel cuore le sue parole, i suoi insegnamenti". Accanto ai pellegrini genovesi c'erano quelli venuti dalle diocesi di Isernia-Venafro, Carpi e Udine e da tantissime parrocchie, scuole, associazioni. Un'altra ricchezza per la Chiesa italiana è il ricordo vivo di don Primo Mazzolari a cinquant'anni dalla morte: all'udienza erano presenti i rappresentanti della fondazione intitolata al sacerdote
che hanno donato al Papa la medaglia commemorativa e alcuni libri. A guidare la delegazione il vescovo di Mantova, monsignor Roberto Busti, e il presidente della fondazione, don Giuseppe Giussani, che sottolinea la forza della vivace testimonianza di don Mazzolari, come "apostolo di pace, precursore del concilio e prete sempre in prima linea contro le ingiustizie, accanto ai poveri". Una forza che può incidere ancora oggi nella società.
"Riscoprire il suo profilo è anche un passo importante per il prossimo anno sacerdotale indetto del Papa" dice don Giussani, e annuncia che il 14 aprile le poste italiane emetteranno un francobollo commemorativo.

(©L'Osservatore Romano - 2 aprile 2009)

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IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DEL SANTO PADRE AI VESCOVI CATTOLICI SULLA REMISSIONE DELLA SCOMUNICA AI QUATTRO VESCOVI "LEFEBVRIANI"

Riceviamo e con grande piacere pubblichiamo questa bella (e vera) riflessione di Bruno Mastroianni:

Recensire Ratzinger

Non s’è mai parlato tanto di fede come in questi giorni polemici

di Bruno Mastroianni

Per tutti quelli che sono inquieti dopo settimane di attacchi nei confronti del Papa. Per coloro che iniziano a pensare che forse è vero, il Santo Padre ha perso il controllo della situazione. Per quelli che lo pensano da sempre e ora credono di trovarne una conferma sui media.
Attenzione: i casi mediatici che stanno accompagnando il pontificato di Benedetto XVI non sono ciò che sembrano. Il discorso di Ratisbona, la mancata visita alla Sapienza, la revoca della scomunica ai lefebvriani e il recente caso Africa-preservativo sono solo in apparenza una collezione di sconfitte.
Il sistema mediatico, attratto dai facili contrasti, sta dando alle polemiche un peso sproporzionato.
In realtà quei casi stanno avendo un effetto ben più importante: mai come di questi tempi si è parlato tanto delle questioni fondamentali della fede.
Si pensi al dialogo con i musulmani e gli ebrei, al senso del Concilio Vaticano II o al rapporto tra fede e ragione. Il Papa di fatto continua a registrare pienoni nelle udienze e i suoi viaggi sono un successo dietro l’altro – in Africa, negli Stati Uniti, in Australia e perfino nella laica Francia.
Il “dibattersi mediatico” potrà anche creare scompiglio sul momento, ma alla lunga ciò che conta è la sostanza.
Il messaggio di Benedetto XVI si muove secondo una logica diversa e la gente lo sta capendo: parla di verità, e per quanto generi polemiche e divergenze, non lascia nessuno indifferente.

© Copyright Tempi, 1° aprile 2009

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Usate l’intelligenza

«Certi ambienti laicisti sono spiazzati da un capo della Chiesa che parla della fede secondo ragione. Per questo lo aggrediscono». Intervista esclusiva ad Angelo Bagnasco

di Luigi Amicone

Se per una volta trovassero la strada della considerazione spassionata di ciò che ascoltano, se non proiettassero su ciò che ascoltano l’amor proprio e l’interesse dell’approvazione luogocomunista, perfino il Manifesto avrebbe capito tutto. Ida Dominijanni ha letto la prolusione del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, e ne ha colto il succo: «Dallo “scontro di civiltà” a quello “fra due diverse, per molti aspetti antitetiche, visioni antropologiche”». Sintesi perfetta. Peccato che poi l’autrice glissi sull’argomento e non discuta l’osservazione del capo della Cei se non con una ritirata strategica in politica. E nell’accusa, incomprensibile, di «fondamentalismo ontologico». Ma insomma, cos’è questa benedetta ontologia? Può perfino essere che si annidi nella creazione di un fondo nazionale a favore dei lavoratori e delle famiglie. Fondo annunciato dallo stesso Bagnasco e istituito da una Chiesa cattolica essa stessa dipendente dalla generosa e libera carità della gente italiana (l’8 per mille) e non dal prelievo automatico dalla cassa dello Stato. Coincidenza vuole che sua eminenza ci riceva in una casa di ospitalità delle suore di Eugenia Ravasco, una milanese nobile e agiata del tempo di Manzoni, beatificata da Giovanni Paolo II nel 2003, orfana dei genitori, che rinunciò a un ingente patrimonio (e al matrimonio con un marchese) «per consacrarsi al Sacro Cuore di Gesù», ospitare nella sua casa l’“Associazione per il bene” e dedicare la vita alle scuole per i giovani e all’assistenza di ammalati e bambini poveri. Su cosa abbiamo discusso e ci siamo divisi a proposito di Eluana Englaro? Su cosa discute e si divide il Parlamento italiano in materia di disposizioni di fine vita? E poi c’è l’aborto che assedia i nuovi poveri. C’è l’annosa “emergenza educativa”. Insomma parliamo di tentativi di associazione per scongiurare il male e sostenere il bene. Personale e sociale. Al contrario di quanto faccia trasparire una certa rigidità di figura e di biografia (è stato ordinario militare e la sua severa e ieratica postura non lo dimentica), i modi del cardinale Bagnasco sono molto cortesi e affabili. Si capisce che siamo di fronte a un uomo che sa ascoltare e volentieri concede quaranta minuti della sua impegnativa giornata per rispondere a domande, anche impertinenti.

Eminenza, la lettera che Benedetto XVI ha scritto ai vescovi per chiarire le ragioni e i confini del suo “gesto di misericordia” nei confronti dei lefebvriani ha colpito tutti. Il Pontefice ha rilevato gli errori compiuti dalla stessa istituzione ecclesiale, ha spiegato il suo gesto e ha richiamato i cattolici, conservatori e progressisti, a non compiere lo speculare errore di considerare la Chiesa un fatto precedente o conseguente al Concilio Vaticano II. Ha sorpreso, inoltre, il modo particolarmente profetico, confidente, apostolico, con cui il Papa ha richiamato i fondamenti del primato petrino e chiesto l’unità del popolo cristiano, smettendola i cristiani di “divorarsi” a vicenda. Lei, a proposito di questa lettera, ha parlato di un “fatto storico”. Conferma?

Confermo. Ho subito ritenuto e anche detto in alcune sedi che questa lettera passerà alla storia come la cifra di un Papa e di un papato. Di un Papa che non ha niente da nascondere di proprio e quindi non ha paura di presentarsi ai suoi confratelli nell’episcopato, alla Chiesa e al mondo intero con una straordinaria, grandiosa umiltà.
In questo quadro di estrema trasparenza e umiltà disarmante il Santo Padre ha dato la corretta interpretazione del suo Pontificato e del servizio petrino. Che è per confermare la fede del popolo di Dio, per custodire e promuovere l’unità della comunità cristiana.
Nello stesso tempo egli mette anche in evidenza ciò che gli sta più a cuore: la conferma della fede dei fratelli, l’unità della Chiesa, il cammino ecumenico, il dialogo interreligioso. Facendo appello a tutta la cristianità perché si stringa attorno al servizio di Pietro per questi stessi scopi.

Impressiona anche la preoccupazione del Papa circa il fatto che la fede scompare «da vaste zone della terra» e «Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini». Lo scrittore Vittorio Messori ci vede un richiamo alla priorità della fede e del Cristo storico rispetto all’istituzione ecclesiale. Cosa ne pensa?

Certamente l’ansia apostolica, l’ansia evangelica che è tipica di san Paolo – «guai a me se non predicassi il Vangelo» – è l’anima dell’istituzione. Non c’è e non ci può essere una contrapposizione ma semmai una profonda unità tra quello che è il carisma dell’annunzio evangelico e quello che è l’istituzione che questo carisma, quest’anima, informa.
La passione per l’evangelizzazione è propria di Pietro e si declina in Benedetto XVI all’insegna di una particolare chiarezza di predicazione e di una particolare profondità. Profondità che non è oscurità di linguaggio perché arriva al cuore di tutti in quanto l’attuale magistero petrino usa sia della fede, che è la chiave interpretativa di accesso alla rivelazione, ma anche della ragione.
Per questo la figura di questo pontefice sembra suscitare in un certo mondo laicista qualche problema in più, qualche maggiore apprensione. Sentono di aver di fronte un uomo e un Papa che si presenta alla Chiesa e al mondo con il linguaggio della fede non disgiunto dalla ragione.

Da Ratisbona all’Africa, gli appelli di Benedetto a una «laicità positiva» non sembrano essere stati raccolti. Anzi. Gli osservatori e i media internazionali, dal New York Times a Le Monde, da al Jazeera a El País, hanno moltiplicato le ingiunzioni all’“abiura” e le richieste di “scuse” da parte del Papa.

Il candore del Papa è disarmante e colpisce tutti, credenti e non credenti. È un candore che non ha paura ad entrare direttamente nei problemi – anche i più spinosi, i più delicati – di fronte ai quali il Papa sente la sua profonda responsabilità di pastore e di maestro a cui non può sottrarsi.
Ripeto, capisco le apprensioni dei detrattori di un papato che entra nei problemi con quella mitezza e semplicità che certamente ha guadagnato e guadagna il cuore e l’attenzione di molti, cattolici o meno. Questo stile non aggressivo, aperto e, starei per dire, laico, suscita probabilmente l’aggressività e le reazioni bigotte di qualcuno.
Come dicevo poc’anzi, Benedetto è il Papa della fede non separata dalla ragione. Il timore è che l’aggressione nei suoi confronti derivi dallo spiazzamento che produce in certi ambienti laicisti questa sollecitudine verso tutto ciò che è umano, quindi cristiano.
Già, perché non si può proprio dire, come talvolta i superficiali usano dire, che il Papa fa semplicemente il suo mestiere, parla esclusivamente a chi ha la fede, non ci riguarda quel che dice perché non siamo credenti. Non si può più dire in modo così tranchant e sistematico che ogni parola che il Papa dice sia una parola che vale solamente per i fedeli. Non si può più dire perché il Papa usa una ragionevolezza di fondo che si presenta e si offre a qualunque uomo di pensiero, di intelligenza e di riflessione. In sintesi, la sua semplicità, il suo candore, la sua mitezza persuasiva suscitano qualche reazione particolarmente virulenta. Con la sua chiarezza, il Papa, ad esempio in Africa, ha messo il dito su argomenti di estrema importanza che vanno a toccare interessi economici e politici rilevanti. Per questo certi ambiti altolocati reagiscono con astio e irrisione.

Ambiti “neocolonialisti” come lei ha detto alla Cei?

È lo stesso Papa Benedetto che ha parlato di “neocolonialismi” e questa parola deve far riflettere il mondo occidentale. Mi chiedo se questo polverone creato attorno a un brevissimo passaggio sui preservativi – fatto sull’aereo che lo portava in Africa e nel contesto di una conversazione con i giornalisti, esponendo nel merito nient’altro che la posizione della Chiesa di sempre, nulla di nuovo – non puntasse a distogliere l’attenzione sugli altri temi, decisivi, che il Papa ha toccato nel suo viaggio.

Sta dicendo che l’incomprensione è voluta? Che è la ricaduta politica delle dichiarazioni del Papa a impedire una discussione schietta delle sue posizioni?

La fede ha sempre una dimensione e quindi una ricaduta pubblica, sociale, che si riflette nei diversi campi della vita, dalla politica all’economia, dalla cultura alla finanza. La dimensione comunitaria, che va oltre il privato delle singole persone, è parte costitutiva della fede. Non ha senso per la persona e non è concepibile nella storia una fede confinata nel privato.
L’interpretazione privatistica della fede e quindi una visione della Chiesa confinata nel mondo della sacrestia o dentro il recinto sacro è una concezione che, qualora vi sia, non è conforme al Vangelo né alla presenza della Chiesa nella storia. Certamente il fatto che la fede ricada sul vissuto, sia delle persone, sia delle società, dei popoli, delle culture, non dovrebbe spaventare. E non dovrebbe diventare una preclusione ascoltare il magistero della Chiesa.
Non dico di accogliere tale magistero, dico semplicemente di ascoltarlo per potersi poi confrontare serenamente in modo non pretestuoso e non pregiudizialmente polemico. Restare fermi alla preclusione non è una posizione intelligente, di apertura alla realtà, comunque si configuri, che poi uno può accettare o respingere.
Il primo atto dell’intelligenza è riconoscere che la realtà ci precede.

Perdoni la brutalità, ma la Chiesa dimostra di avere maggior feeling con il governo Berlusconi rispetto a quello precedente. È giusto che la Chiesa sia schierata da una parte?

La Chiesa è sempre schierata da una parte: dalla parte di Cristo e quindi dell’uomo. Perché l’uomo è amato da Dio ed è redento. La Chiesa continua la missione di Cristo e quindi è schierata dalla parte dell’uomo perché Dio si è schierato dalla nostra parte. E Cristo crocifisso è la prova storica di questo parteggiare di Dio per l’umanità, così com’è, per salvarla. Quanto a ciò a cui lei allude bisogna distinguere. La Chiesa, il Santo Padre, i vescovi ricevono chiunque si presenti nei modi dovuti alle udienze. Tanto più se queste persone rivestono cariche civili e istituzionali. Il rispetto per le istituzioni fa parte dello stare al mondo della Chiesa. Quanto al resto, invece, la Chiesa non sposa parti politiche, ma pronuncia le sue valutazioni alla luce del Vangelo, della dottrina e dell’insegnamento sociale sui singoli valori e le scelte che i parlamenti, comunque siano composti, fanno.

Faccia conto di avere davanti un lavoratore pendolare. Apro uno di quei giornali che regalano in stazione e leggo che i sondaggi danno ragione ai detrattori del Papa. Le cancellerie internazionali confermano le critiche a Benedetto («Le sue frasi sul preservativo sono pericolose per la salute pubblica»). Gli italiani non sono d’accordo con la Chiesa. Se lei fosse il pendolare che mi siede accanto, come commenterebbe queste notizie?

Suggerirei di leggere il Vangelo, dove Gesù non ha misurato la verità della sua predicazione con il consenso delle folle. Le quali a volte erano consenzienti. O mostravano di esserlo. Altre erano all’opposizione. Spesso nel rifiuto. Basta pensare al discorso sul pane della vita: chi non mangia la mia carne e non beve del mio sangue non avrà la vita eterna. Tutti se ne sono andati. E Gesù li ha lasciati andare. Nella fattispecie, se vogliamo accennare al caso che tante polemiche ha suscitato, le parole del Papa sui preservativi, mi è stato riferito di illustri studiosi e comunque operatori impegnati in prima linea nella ricerca e lotta contro l’Aids, che hanno espresso pieno accordo con le parole del Pontefice. È il caso per esempio di un autorevole ricercatore di Harvard (Edward Green, direttore dell’Aids Prevention Research Project della Harvard School of Public Health and Center for Population and Development Studies, vedi ilSussidiario.net e Il Foglio del 25 marzo, ndr). Mi pare quindi che a volte certe contestazioni sono un po’ enfatizzate. Ci sono, per carità, le critiche ci sono e sono legittime. Il problema è che spesso vengono presentate come universali quando in realtà sono unilaterali.

Anche a proposito del caso Englaro ha parlato di un “fatto storico” che contraddice secoli di civiltà. Qual è il suo bilancio di questa storia e cosa pensa della legge che si appresta a varare il Parlamento?

Innanzitutto rimane un grande dolore. Perché è successo quello che si sperava non accadesse mai nel nostro paese. Il dolore non dovrebbe passare. Non dovrebbe passare in fretta. Non dovrebbe passare mai. È una ferita che deve lasciare il segno per farci più attenti e pensosi, più lucidi e meno ideologici nell’affrontare il grande tema della vita e della morte. Le circostanze, determinate dalla Cassazione e dalla magistratura in genere, come a tutti è noto, hanno indotto ad auspicare una legge che preveda che non si possa interrompere l’idratazione e l’alimentazione in modo che non debbano più accadere tragedie come quella di Eluana. Una legge che sia veramente promotrice della vita, soprattutto della vita fragile, che solleciti la società ad accompagnare la vita ferita. Senza permettere, come il Santo Padre ha detto, che ci siano scorciatoie come quella dell’eutanasia, o di altra natura, che non portano il bene della persona. Tutta la società deve coinvolgersi in un impegno ulteriore, in un supplemento di amore, di sacrificio, di cura, di presa in carico, che costituisce il criterio per giudicare la civiltà di una comunità umana.

Non si può negare, però, che anche nella comunità ecclesiale siano emerse critiche e divisioni rispetto alla linea espressa dal Papa, dai casi Eluana e lefebvriani alle ultime polemiche sul condom.

Guardi, lo scorso settembre si è svolto il sinodo mondiale dei vescovi. È stata un’esperienza di grazia straordinaria, una specie di Concilio in miniatura. Ora, se c’è stato un ritornello tra le moltissime testimonianze ascoltate e che ha attraversato le tre intense settimane, è quello che ha invitato a riprendere la Costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II. Costituzione che ricorda che la parola di Dio è Gesù Cristo, il quale ci parla nella duplice voce della parola scritta, la Sacra Scrittura, e della parola tramandata, la Tradizione. Entrambe queste forme, scritta e tràdita, sono affidate al magistero della Chiesa. Basterebbe che la formazione dei cristiani mantenesse ben salda questa verità della fede ribadita dal Concilio Vaticano II e ripresa fortemente dal Sinodo perché certe sbavature non si ripetano.

Eminenza, a proposito di formazione, non le sembra paradossale che ci siano “scuole” laiche che seguono il magistero petrino con più attenzione di tante altre religiose? Penso all’accademia giornalistica del Foglio di Giuliano Ferrara e a quella cattolica del San Raffaele di Milano…

Senza entrare nel merito delle persone e istituzioni citate, torniamo all’eccezionalità della figura di questo Pontefice. Che mostra una grande capacità di comunicazione della dottrina che presenta ai diversi uditori come plausibile. Chiunque rifletta sul suo insegnamento, qualunque sia la posizione in cui si trova, comprende che ci può essere una consonanza anche tra persone che dichiarano di non avere una fede particolare.

Nella sua prolusione lei invita vescovi e fedeli a usare “gli strumenti”. A cosa si riferiva e qual è la preoccupazione che soggiace a questo richiamo?

Gli strumenti che il mondo cattolico ha sono notevoli e alla portata di tutti. Mi riferisco innanzitutto al patrimonio di letteratura, filosofico, teologico che è a disposizione. Ma anche agli strumenti a cui tutto il popolo di Dio può accedere tranquillamente e facilmente come il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, naturalmente la Bibbia… E poi ancora, al livello più diffuso, ci sono i mezzi di comunicazione, riviste cattoliche di larga diffusione, Avvenire e l’Osservatore Romano, la tv Sat 2000, Radio inBlu… Sono strumenti molto semplici ma anche molto documentati, di facile accesso e di grande utilità.

Proprio su Avvenire si è letto un intervento del cardinale Angelo Scola: stiamo attenti, ha detto il patriarca di Venezia, da una parte a non intendere il cristianesimo come religione civile, dall’altra a non ritrarci in un irenismo che annuncia Gesù ma si ritira dalle questioni civili e culturali. Si può dire che laici, associazioni e movimenti debbano oggi assumere nuove responsabilità?

Tutta la comunità cristiana ha la responsabilità di incarnare la fede nella storia! Ben sapendo che la fede non può essere al servizio di una religione civile. L’altare non può e non deve essere al servizio di nessun trono, e viceversa, in nome del principio di lacità la cui radice è nel Vangelo: Cesare e Dio. Chi tentasse di rendere il cattolicesimo una religione civile farebbe una operazione scorretta che la Chiesa non potrebbe mai sposare. D’altra parte, testimoniando il Vangelo nella propria vita e ispirando le realtà temporali, come ricorda il Concilio Vaticano II, alla luce del Vangelo, la comunità cristiana esprime quella ricaduta della fede nella vita personale e nella vita sociale, nella cultura e nella società, che è intrinseca al Vangelo. Perché il Vangelo di Cristo è l’espressione dell’incarnazione del Figlio di Dio nel mondo, nella storia così com’è. Quindi non può non essere incarnata la fede, non può non illuminare dall’interno le realtà umane. Perché? Perché Dio si è incarnato. Perché Dio si è fatto uomo per salvare non solo tutti gli uomini, ma per salvare tutto l’uomo in tutte le sue dimensioni e in tutte le sue espressioni.

Anche Tony Blair è stato insultato semplicemente perché ha creato una fondazione che si occupa del fatto religioso e inaugurato una “colonna della fede” sul New Statesman, storica rivista dei laburisti inglesi, dove ha scritto che così come l’ideologia è stata protagonista del secolo scorso, nel XXI saranno le religioni a fare la differenza e il bene comune.

È l’Europa che deve fare questa riscoperta riscoprendo tutto il resto del mondo! Perché fuori dall’Europa la religione non è ostracizzata. Ma è inclusa, riconosciuta, valorizzata, proprio nella costruzione della società civile e della cultura. Quanto più l’Europa pretende di cancellare Dio dal suo orizzonte, tanto più questo atteggiamento determina nel resto del mondo un clima di sospetto. E anche di deprezzamento. Questo è un fatto. D’altra parte negare il valore della dimensione religiosa nella persona, con la ricaduta che ha nella società – perché la persona non può vivere scissa tra privato e pubblico, la persona è sintesi non schizofrenia tra privato e pubblico – vuol dire andare fuori dalla realtà. Finito il tempo delle ideologie, l’Europa dovrebbe riconoscere con molta onestà intellettuale che la dimensione religiosa fa parte dell’impasto dell’uomo e quindi fa parte dell’impasto della società. Con le debite distinzioni, appunto, Cesare e Dio, ma anche senza separazioni e neutralismi…

Come dimostra il viaggio di Benedetto XVI in Africa… Ma quello che abbiamo raccontato noi qui in Europa è diverso da ciò che è accaduto davvero in Camerun e Angola tra il Papa e il popolo.

Certo. E questo succede proprio perché c’è un filtro pregiudiziale. E forse anche un filtro determinato da interessi di tipo politico ed economico.
Per cui è bene oscurare certe tematiche che il Papa ha annunciato con molta forza e chiarezza nel mondo africano e che interessano il mondo occidentale proprio nel suo rapporto con l’Africa.

© Copyright Tempi, 1° aprile 2009

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Nei prossimi mesi, inviati del Papa visiteranno la Congregazione dei Legionari di Cristo

“Profonda gratitudine al Santo Padre” esprime padre Álvaro Corcuera, direttore generale dei Legionari di Cristo, annunciando quanto reso noto a tutti i confratelli, in una lettera del 29 marzo: la prossima Visita apostolica di un’équipe di prelati, per conto del Papa, alle istituzioni della Congregazione, così come era stato anticipato in una missiva del 10 marzo, a lui indirizzata dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. Il servizio di Roberta Gisotti.

La notizia con allegato il testo delle due epistole è apparsa ieri sul sito Internet della Congregazione, con l’invito - esteso oltre che ai membri del movimento Regnum Christi e a tutti i fratelli e amici in Cristo, anche ai lettori - di pregare e collaborare “perché questo aiuto speciale del Santo Padre abbondi in frutti di autentica devozione a Dio e di fecondità apostolica a servizio della Chiesa”.

Sottolinea a tale proposito il cardinale Bertone nella sua missiva l’importanza “fondamentale” dell’opera svolta dai Legionari di Cristo in varie parti del mondo, “mossi dal desiderio di far crescere, secondo le esigenze della giustizia e della carità, il Regno di Cristo tra gli intellettuali, i professionisti e le persone impegnate nel campo sociale e dell’educazione”. Per questo - riferisce il porporato – il Papa “rinnova ai Legionari di Cristo”, “la sua solidarietà e la sua preghiera in questi momenti delicati”, incoraggiandoli “a continuare la ricerca del bene per la Chiesa”, attraverso le loro iniziative ed istituzioni, potendo “contare sempre sull’aiuto della Santa Sede affinché, attraverso la verità e la trasparenza, in un clima di dialogo fraterno e costruttivo,” possano superare “le difficoltà esistenti”.

Da qui la riconoscenza di padre Corcuera verso la “sollecitudine paterna” offerta da Benedetto XVI “per affrontare le attuali vicende legate ai gravi fatti” emersi nella vita di padre Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, sottoposto ad un’indagine dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, conclusasi nel maggio del 2006, con l’invito ad una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando ad ogni ministero pubblico; gravi fatti che sono poi tornati alla luce più di recente. “Siamo profondamente dispiaciuti - ribadisce nella sua lettera padre Corcuera - e chiediamo sincero perdono a Dio e a quanti sono stati feriti per questo motivo”.

Per questo, “ricolmi di fiducia” nella Provvidenza divina e nella Chiesa, “che vigila per l’autentico bene dei suoi figli”, ci prepariamo già da ora - assicura il direttore generale della Congregazione - ad accogliere i Visitatori apostolici, che durante i prossimi mesi verranno “a conoscere da vicino la vita e l’apostolato della Legione di Cristo” , per poi riferirne alla Santa Sede.

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Benedetto XVI all’udienza generale: la Chiesa al fianco dei popoli africani per un futuro di giustizia e pace. Il Papa prega per la Beatificazione di Giovanni Paolo II

Per costruire realmente “un futuro di riconciliazione e di stabile pacificazione per tutti”, i popoli africani, devono fondare la loro speranza nella Parola di Dio: è l’esortazione di Benedetto XVI all’udienza generale di stamani in Piazza San Pietro, gremita da almeno 20 mila fedeli, nonostante la pioggia. Il Papa ha ripercorso i momenti salienti del suo recente viaggio apostolico in Camerun e Angola.
Salutando i pellegrini polacchi, Benedetto XVI ha ricordato l’eredità spirituale di Papa Wojtyla alla vigilia del quarto anniversario della morte. A margine dell’udienza, il commovente incontro con le suore missionarie italiane, rapite in Kenya e liberate dopo oltre tre mesi di prigionia. Il servizio di Alessandro Gisotti:


Una visita per abbracciare idealmente tutti i popoli africani: così Benedetto XVI ha tratteggiato il suo 11.mo viaggio apostolico internazionale. Ritornando con la memoria alla tappa camerunense della visita pastorale, il Papa ha messo l’accento sull’importanza dell’Instrumentum Laboris del secondo Sinodo per l’Africa. Un documento consegnato alla Chiesa africana al termine della grande Messa di Yaoundé, nella Festa di San Giuseppe:

“L’Assemblea sinodale si svolgerà a Roma, ma essa è in un certo senso già iniziata nel cuore del continente africano, nel cuore della famiglia cristiana che là vive, soffre e spera. Per questo mi è parsa felice la coincidenza della pubblicazione dello “Strumento di lavoro” con la festa di San Giuseppe, modello di fede e di speranza come il primo Patriarca Abramo”.

La fede in Dio, ha proseguito, “è la garanzia di una speranza affidabile, per l’Africa e per il mondo intero, garanzia di un futuro di riconciliazione, di giustizia e di pace”. Ed ha aggiunto: “Nella stagione attuale, che vede l’Africa impegnata a consolidare l’indipendenza politica e la costruzione delle identità nazionali in un contesto ormai globalizzato, la Chiesa accompagna gli africani, richiamando il grande messaggio del Concilio Vaticano II”:

“In mezzo ai conflitti purtroppo numerosi e drammatici che ancora affliggono diverse regioni di quel continente, la Chiesa sa di dover essere segno e strumento di unità e di riconciliazione, perché tutta l’Africa possa costruire insieme un avvenire di giustizia, di solidarietà e di pace, attuando gli insegnamenti del Vangelo”.

Il Papa non ha mancato di ricordare i suoi incontri con i vescovi del Camerun. L’urgenza dell’evangelizzazione, la formazione dei seminaristi, la promozione della pastorale famigliare, la difesa dei poveri e il contrasto delle sette sono stati i temi forti affrontati dal Papa con i presuli camerunensi. Nella nunziatura di Yaoundé, ha rammentato, si è svolto l’incontro con i rappresentanti della comunità musulmana. Incontro nel quale è stata ribadita “l’importanza del dialogo interreligioso e della collaborazione tra cristiani e musulmani per aiutare il mondo ad aprirsi a Dio”. Quindi, ha rivolto il pensiero alla sua toccante visita al Centro Cardinal Léger di Yaoundé per disabili e malati. Qui, ha affermato, vediamo “un segno forte dell’azione umanizzante del messaggio di Cristo” e si condivide con i sofferenti “la speranza che proviene dalla fede”. Benedetto XVI ha quindi svolto la sua riflessione sulla visita in Angola. Un Paese, ha rilevato, uscito da una lunga guerra interna ed impegnato ora in un’opera di riconciliazione e ricostruzione che, è stato il suo monito, non può avvenire a scapito dei più poveri:

“In Angola si tocca veramente con mano quanto più volte i miei venerati Predecessori hanno ripetuto: tutto è perduto con la guerra, tutto può rinascere con la pace. Ma per ricostruire una nazione ci vogliono grandi energie morali. E qui, ancora una volta, risulta importante il ruolo della Chiesa, chiamata a svolgere una funzione educativa, lavorando in profondità per rinnovare e formare le coscienze”.
Ha così ricordato la grande Messa del 21 marzo a Luanda il cui Patrono è San Paolo. Ancora una volta, ha detto, l’esperienza dell’Apostolo delle Genti ci ha parlato dell’incontro con il Risorto che trasforma le persone e le società:

“Cambiano i contesti storici – e bisogna tenerne conto -, ma Cristo resta la vera forza di rinnovamento radicale dell’uomo e delle comunità umane. Perciò ritornare a Dio, convertirsi a Cristo significa andare avanti, verso la pienezza della vita”.

Per esprimere la vicinanza della Chiesa agli sforzi di ricostruzione dell’Angola, ha proseguito, si sono tenuti due incontri speciali con i giovani e con le donne. Il primo evento purtroppo rattristato dalla morte di due ragazze rimaste schiacciate nella calca all’ingresso dello stadio:

“L’Africa è un continente molto giovane, ma troppi suoi figli, bambini e adolescenti hanno già subito gravi ferite che solo Gesù Cristo, il Crocifisso Risorto può sanare infondendo in loro, con il suo Spirito, la forza di amare e di impegnarsi per la giustizia e la pace”.

Alle donne, ha spiegato il Papa, ho ribadito “il loro pieno diritto ad impegnarsi nella vita pubblica” senza che venga però mortificata la loro missione fondamentale nella famiglia. Benedetto XVI ha dunque ringraziato quanti si sono prodigati per la riuscita della visita pastorale. Né ha mancato di ricordare l’azione generosa dei missionari, dei religiosi e dei volontari ed ha esortato tutti i fedeli a pregare per le popolazioni africane affinché “possano affrontare con coraggio le grandi sfide sociali, economiche e spirituali del momento presente”.
Al momento dei saluti, rivolgendosi ai pellegrini polacchi, il Papa ha ricordato Giovanni Paolo II, nel quarto anniversario della morte. “Che l’eredità spirituale del vostro Grande Connazionale – è stato il suo auspicio - ispiri la vostra vita personale, familiare, sociale e nazionale. Insieme con voi chiedo nella preghiera il dono della sua beatificazione”.
Momento particolarmente emozionante, a margine dell’udienza, l’incontro del Papa con suor Maria Teresa Olivero e suor Caterina Giraudo, le missionarie prigioniere in Somalia per 102 giorni. Le religiose del Movimento contemplativo missionario Padre Charles de Foucauld di Cuneo sono state presentate al Santo Padre dal cardinale arcivescovo di Torino Severino Poletto. Significativo anche il saluto ad una delegazione della Campagna italiana contro le mine antiuomo, che ha voluto ringraziare il Papa per il suo impegno contro le cluster bomb.
Sempre in italiano, il Pontefice ha rivolto un cordiale saluto, tra gli altri, ai fedeli di Genova guidati dal loro arcivescovo, il cardinale Angelo Bagnasco, venuti a ricambiare la visita alla loro diocesi. Un saluto anche alle Suore Calasanziane in occasione della chiusura dell’anno dedicato alla fondatrice, la Beata Celestina Donati.
Benedetto XVI ha infine ricordato la figura di don Primo Mazzolari in occasione del suo 50.mo anniversario della morte. Il Papa ha auspicato che venga riscoperta “l’eredità spirituale” e promossa “la riflessione sull’attualità del pensiero di un così significativo protagonista del cattolicesimo italiano del Novecento”:
“Auspico che il suo profilo sacerdotale limpido di alta umanità e di filiale fedeltà al messaggio cristiano e alla Chiesa, possa contribuire a una fervorosa celebrazione dell’Anno Sacerdotale, che avrà inizio il 19 giugno prossimo”.
Nell'imminenza della Settimana Santa “in cui ripercorreremo i momenti della passione, morte e risurrezione di Cristo”, ha concluso il Papa, “desidero invitarvi a compiere una pausa di intimo raccoglimento, per contemplare questo sommo Mistero, da cui scaturisce la nostra salvezza”.

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Almeno 20mila fedeli?
Mah...bah...

R.

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G20: PLAUSO DELLA FOCSIV PER LA LETTERA DEL PAPA, “RISPETTINO GLI IMPEGNI PRESI”

“Grande plauso e sostegno” di Volontari nel mondo-Focsiv alle parole indirizzate da Benedetto XVI a Gordon Brown in vista del G20 che si terrà a Londra domani.
Nella lettera al premier britannico il Papa esprime il suo “apprezzamento personale, per gli alti obiettivi che l’incontro si propone e che si fondano sulla convinzione, condivisa da tutti i Governi e gli Organismi internazionali partecipanti, che l’uscita dall’attuale crisi globale solo si può realizzare insieme, evitando soluzioni improntate all’egoismo nazionalistico e al protezionismo”.
“Scrivo questo messaggio di ritorno dall’Africa – dice Benedetto XVI -, dove ho potuto toccare con mano sia la realtà di una povertà bruciante e di una esclusione cronica, che la crisi rischia di aggravare drammaticamente, sia le straordinarie risorse umane di cui quel continente gode”.
Il Papa chiede di “fare ricorso ai meccanismi e agli strumenti multilaterali esistenti nel complesso delle Nazioni Unite e delle agenzie ad essa collegate, affinché sia ascoltata la voce di tutti i Paesi del mondo” e “le misure e i provvedimenti decisi negli incontri del G20 siano condivisi da tutti”. Secondo il Papa le crisi finanziarie “scattano nel momento in cui, anche a causa del venir meno di un corretto comportamento etico, manca la fiducia degli agenti economici negli strumenti e nei sistemi finanziari”.
Da qui l’auspicio di Benedetto XVI affinché “tutte le misure proposte per arginare la crisi” offrano “sicurezza alle famiglie e stabilità ai lavoratori”, per “ripristinare, tramite opportune regole e controlli, l’etica nelle finanze”.
Il Papa critica anche “la drastica riduzione dei piani di aiuto estero, specialmente per l’Africa e per gli altri Paesi meno sviluppati”. “L’aiuto allo sviluppo – sottolinea -, comprese le condizioni commerciali e finanziarie favorevoli ai Paesi meno sviluppati e la remissione del debito estero dei Paesi più poveri e più indebitati, non è stata la causa della crisi e, per un motivo di giustizia fondamentale, non deve esserne la vittima”.
Per richiamare i G20 agli impegni presi nel 2000 con gli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio, nei giorni scorsi anche la Focsiv, insieme alla Cidse (la rete di ong cattoliche per lo sviluppo dell’Europa e del Nord America) ed altre organizzazioni europee hanno chiesto al premier inglese “una regolamentazione dei paradisi fiscali e di misure efficaci per la lotta all’evasione fiscale”. “L’evasione fiscale – dice Sergio Marelli, direttore generale della Focsiv – è uno tra i maggiori ostacoli allo sviluppo, a cominciare da quella delle multinazionali che costa ai Paesi in via di Sviluppo 160 miliardi di dollari del reddito pubblico annuo, molto più dei 100 miliardi di dollari che ricevono in aiuto”.

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