sabato 10 gennaio 2009

Prof. Gagliardi: La riforma liturgica del Concilio Vaticano II non è conclusa. Commento al volume di N. Bux, "La riforma di Benedetto XVI..."(Zenit)


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La riforma liturgica del Concilio Vaticano II non è conclusa

Intervista a un Consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice

di Miriam Díez i Bosch

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 gennaio 2009 (ZENIT.org).

La liturgia è chiaramente uno degli ambiti che sta più a cuore a Papa Benedetto XVI il quale, oltre a celebrare esemplarmente la liturgia, ha emanato il Motu Proprio Summorum Pontificum, che ha reinserito a pieno titolo la liturgia tradizionale nell'uso della Chiesa.
Il tema liturgico suscita anche un vivo dibattito tra gli studiosi, come testimoniano le diverse prese di posizione su un recente volume di Nicola Bux.

ZENIT ha parlato con don Mauro Gagliardi, Ordinario di Teologia presso l'Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma e Consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

L'ultimo volume di don Nicola Bux sulla riforma liturgica di Benedetto XVI sta conoscendo un buon successo presso i lettori, ma sta anche suscitando un certo dibattito tra gli specialisti. Prof. Gagliardi, potrebbe darci qualche linea di interpretazione di questo volume?

Gagliardi: In una mia breve presentazione dell'ultimo libro di Nicola Bux, "La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione", Piemme, Casale Monferrato 2008 (cf. Sacrum Ministerium 14 [2008/2], pp. 144-145), esordivo scrivendo: «Il Concilio Vaticano II ha dato l'avvio ad una riforma della liturgia che ha conosciuto diverse fasi e che è ancora in corso. Va interpretato in quest'ottica il bel titolo dell'ultimo libro di don Nicola Bux». Con queste parole notavo implicitamente la sintonia da me avvertita tra lo spirito espresso dal volume del noto studioso pugliese e quanto io stesso avevo sostenuto un anno prima nel mio libro dal titolo "Introduzione al Mistero eucaristico. Dottrina – liturgia – devozione", San Clemente, Roma 2007, in cui avevo affermato che la riforma liturgica, avviata con il Concilio Vaticano II (ma in realtà già prima), non sia affatto conclusa, bensì ancora «in fieri». Perciò, in modi e misure diverse, tutti i papi postconciliari vi hanno apportato il proprio contributo: da Paolo VI a Benedetto XVI.
Naturalmente simile riforma, essendo un lavoro lungo e laborioso – non si dimentichi che essa è cominciata da soli quarant'anni! – comporta un'enorme fatica e soprattutto un'enorme pazienza, come pure la consapevolezza di dover essere sempre vigilanti sulla sua corretta applicazione, ma anche l'umiltà di saper rivedere degli aspetti – persino se universalmente autorizzati, o addirittura promossi dalla vigente normativa – se questi aspetti dovessero essere problematici, o anche solo migliorabili. D'altro canto, chi oggi ritiene che il rito di Paolo VI abbia migliorato quello di San Pio V non afferma anche, più o meno direttamente, che la normativa precedentemente stabilita e vigente doveva essere migliorata? E perché, allora, la normativa che riguarda il Novus Ordo dovrebbe ritenersi perfetta ed intoccabile? In una riforma liturgica ciò che conta non è affermare le proprie idee a tutti i costi, anche contro l'evidenza, bensì aiutare la Chiesa ad adorare sempre meglio la Santissima Trinità. Tutti, infatti, o quasi, convengono nel riconoscere che l'adorazione del Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo è l'essenza e al tempo stesso il fine della sacra liturgia, o culto divino. Essendo questo punto comune pressoché a tutti gli studiosi seri, si vede che bisogna costruire a partire da qui.

Lei ritiene, dunque, che il recente libro del suo collega don Nicola Bux sia di aiuto a comprendere l'indole teologica della liturgia?

Gagliardi: Nicola Bux dedica a questo punto basilare, ossia alla comprensione teologica della sacra liturgia, i primi due capitoli del suo libro. Gli altri capitoli si rivolgono, invece, ad analizzare lo stato attuale della riforma liturgica ancora in atto: la situazione concreta, ma anche la storia recente che ha condotto ad essa. Egli riconosce che «è in atto una battaglia sulla liturgia» (p. 45; cf. p. 50). La liturgia è attualmente oggetto conteso tra innovatori e tradizionalisti – anche il sottotitolo del libro fa riferimento a ciò – ed ognuno cerca di tirare l'acqua al suo mulino, sottolineando gli aspetti teologici e giuridici che fanno al caso proprio e insabbiando o "reinterpretando" i dati sfavorevoli alla propria tesi preconcetta.
Simile atteggiamento si trova sia nella cosiddetta "destra" che nella cosiddetta "sinistra". Invece, Don Bux avvisa: «Non ha senso essere a oltranza innovatori o tradizionalisti» (p. 46) e mi pare che tutto il suo libro vada inteso in quest'ottica. Innanzitutto va ricordato che si tratta di un libro volutamente sintetico, che getta sul tappeto i temi da discutere, più che fornire lunghi approfondimenti su ciascuno di essi. È un invito alla riflessione, al dialogo, allo studio, anche – se si vuole – al confronto serrato tra le diverse posizioni, ma curando che il confronto sia fondato su argomentazioni e non su pregiudizi di parte. È un libro che si propone di essere equilibrato e di invitare all'equilibrio. «Si tratta di un ammonimento agli uni e agli altri – scrive l'Autore, a proposito di un tema particolare, riferendosi agli innovatori ed ai tradizionalisti – perché ritrovino l'equilibrio» (p. 63). Questo è il tentativo e la proposta che don Bux vuol fare con il suo volume.
In questo modo entriamo nel vivo dibattito tra gli studiosi, che attualmente assumono posizioni diverse non solo sulla teologia liturgica ma anche sulle concrete disposizioni disciplinari che la Chiesa stabilisce in materia.
È chiaro che la posizione moderata è sempre la più difficile, sia da esporre che da difendere. Non mancheranno, infatti, attacchi sia da "destra" che da "sinistra". Simile reazione sembra esserci anche nei confronti dell'opera di cui stiamo parlando. Vorrei illustrare questo stato di fatto, chiamando in causa due imminenti recensioni al libro di don Bux. Da una parte, quella di Bernard Dumont, che apparirà a breve nel numero invernale della rivista francese Catholica; dall'altra, quella di Matias Augé, che circola in internet da qualche tempo e, si prevede, verrà prossimamente pubblicata su una rivista italiana.
Dumont dà una valutazione tutto sommato favorevole del libro di Bux, ma gli rimprovera di non essere andato fino in fondo con la sua critica alla liturgia attuale (ossia, alla forma ordinaria). Secondo Dumont, infatti, Bux avrebbe fatto dei lievi cenni di critica alla riforma liturgica in sé, ma si sarebbe soffermato soprattutto sulla critica agli abusi, che ovviamente sono deformazioni della riforma e non parte di essa. Egli scrive (la traduzione dal francese è mia): «Nicola Bux [...] ritiene che la prima causa [dell'attuale situazione] è l'applicazione all'ambito liturgico della "svolta antropologica" formulata da Karl Rahner. [...] Questa famosa "svolta" (che – aggiunge Dumont – è piuttosto un capovolgimento, tra l'altro manifestato molto bene dal capovolgimento degli altari, non previsto esplicitamente in origine) ha tuttavia dei forti appoggi giuridici, sui quali converrebbe essere chiari. Perché ci sono degli atti giuridici che hanno permesso o istituito questo capovolgimento, e non solo le pressioni di attivisti o il mimetismo delle équipes di animazione: ma le decisioni di vescovi, le decisioni di dicasteri e consigli della Curia debitamente comandate, e i discorsi stessi di Paolo VI che esprimono il suo assenso».
Egli continua in seguito: «L'Autore menziona tuttavia le critiche del rito riformato (e non della sua sola pratica) fatte da mons. Klaus Gamber, Lorenzo Bianchi e Martin Mosebach, ma egli non vi insiste. Tatticamente, egli rigetta mano a mano, in una simmetria retorica perfetta, tradizionalisti e progressisti. Avendo fatto ciò, egli può ripartire con nuovo slancio in una critica molto ampia degli abusi liturgici». Tuttavia, avvisa Dumont, «gli abusi così stigmatizzati non sono altro che la pratica più o meno universalmente diffusa del nuovo Ordo dopo il 1969». In sintesi, la critica di Dumont consiste nel riconoscere il seguente difetto nell'opera di don Bux: stigmatizzerebbe gli abusi, ma farebbe solo brevi cenni al fatto che è il Novus Ordo in sé il problema, nonché tutta la conseguente normativa, sia dei dicasteri vaticani che delle conferenze episcopali; normativa che avrebbe per lui incoraggiato, o almeno permesso, uno stile celebrativo come quello che oggi conosciamo. Allora, non si tratterebbe più di abusi, ma della norma. Pertanto, l'attuale ordinamento liturgico, siccome non tradurrebbe più il senso divino della liturgia, andrebbe rigettato in toto.
Se ci spostiamo ora alla seconda recensione, la critica fatta da Matias Augé è di tutt'altro ordine. Lungi dal criticare la riforma liturgica postconciliare, il noto liturgista attribuisce a don Bux la responsabilità di tale critica. Egli scrive che, a partire dal III capitolo, nel libro «il tono del discorso è fortemente polemico diventando una serrata critica dell'applicazione della riforma liturgica postconciliare nonché della riforma stessa» (corsivo mio) e che l'Autore fa una descrizione della «battaglia sulla riforma liturgica [...] in cui lo sconfitto è la cosiddetta "forma ordinaria" del rito romano, e cioè la riforma della liturgia attuata dopo il Vaticano II». Uno dei rilievi che Augé ripete più di una volta nella sua recensione consiste nell'individuare nel testo un «intreccio» e una «confusione» di «valutazioni negative sulla liturgia riformata [...] con le valutazioni pure esse negative sulla sua celebrazione».

Che impressioni ha di queste opposte critiche?

Gagliardi: Mi pare di poter dire che i due Recensori concordino su un solo punto: il volume in analisi non offrirebbe secondo loro una valutazione corretta del rapporto tra la riforma in sé e gli abusi che si verificano nella celebrazione svolta secondo il Novus Ordo. Tuttavia, mentre Dumont afferma ciò dicendo che gli abusi coincidono con la riforma stessa e quindi essa va invalidata, Augé separa nettamente le due cose, dicendo che la riforma in sé è più che valida e ha migliorato la celebrazione rispetto al rito cosiddetto "di San Pio V", mentre per quanto riguarda gli abusi, anch'egli stigmatizza «la stupida faciloneria con cui alcuni presbiteri presiedono le celebrazioni liturgiche» (corsivo mio); e conclude: «Vorrei però che tutto questo proliferare di abusi non sia un alibi per smontare pezzo a pezzo la riforma liturgica» (di nuovo, corsivo mio: mi pare che tra le due espressioni evidenziate ci sia contraddizione). Di fronte alla possibilità di rivedere la riforma operata sotto Paolo VI, Augé conclude chiedendosi: «Tale eventuale riforma della riforma dove dovrebbe prendere ispirazione, dal Messale del 1962 o dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium? Invece di spendere tante energie in questa operazione, non sarebbe meglio spenderle per approfondire sempre più intensamente la liturgia della Chiesa "celebrata secondo i libri attuali e vissuta prima di tutto come un fatto di ordine spirituale"?». Alla base di queste due domande di Augé sembrano esserci due presupposti: primo, che la «riforma della riforma» possa consistere o nel tornare al rito di San Pio V, o nel seguire il dettato conciliare. Ma questo presupposto non si basa sull'idea che tra l'insegnamento liturgico del Vaticano II e quello precedente vi è un'insanabile discontinuità? Non vi sono spazi per un «et-et»? Il secondo presupposto si nota nell'espressione «liturgia della Chiesa», applicata per indicare la normativa postconciliare. Esprimendosi come fa Augé, non si afferma indirettamente che il Messale promulgato nel 1962 dal Beato Giovanni XXIII non è «liturgia della Chiesa»? O, se l'espressione «liturgia della Chiesa» va caratterizzata in base al testo da lui citato (ripreso dalla Vicesimus quintus annus), non c'è il rischio di lasciar intendere che la liturgia preconciliare non era «un fatto di ordine spirituale»?

In conclusione, come ci si deve orientare per comprendere il senso dell'attuale dibattito e delle decisioni del Santo Padre in materia liturgica?

Gagliardi: Le domande ed osservazioni sopra esposte ci permettono di affacciarci su quello che, in fondo, è il punto di appoggio del volume di Don Bux e quindi anche delle critiche ad esso: il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Don Bux ritiene che esso rappresenti un segno evidente di un progetto di rinnovamento liturgico e di incremento della sacra liturgia, che senza alcun ragionevole dubbio sta certamente a cuore al Papa.

La decisione pontificia – da molti ridotta ad una prospettiva strettamente ecumenica, come "concessione" ai lefebvriani (che tuttavia, questo lo si dimentica, non avevano bisogno del Motu proprio, perché da sempre celebrano con il rito antico) – ha per l'Autore un significato molto più ampio e che va nella direzione di un «superamento della cesura operata nel processo di riforma della liturgia contrapponendo il nuovo rito all'antico» (p. 45).

A me pare che don Bux veda giusto: il Santo Padre stesso ha dichiarato, nella Lettera apostolica che accompagna il Summorum pontificum, che l'obiettivo della sua decisione è quello di «giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa».

Non si tratta solo di una riconciliazione con chi è "fuori" della Chiesa, come formalmente sono (per ora) i lefebvriani; si tratta di una riconciliazione «interna»: quindi tra i cattolici. Perciò il punto debole della riforma postconciliare va individuato, come fa Don Bux, non tanto nella riforma in sé (che pure presenta, come ogni cosa umana, aspetti migliorabili e altri persino da rivedere), quanto nel fatto di aver voluto presentare il Novus Ordo non solo come nuovo, ma come opposto all'Antiquior.

È questo strappo alla continuità della tradizione che ha causato e causa incomprensioni, polemiche e sofferenze. La riforma postconciliare deve essere compresa come novità nella continuità: solo questo permetterà di condurla in porto. Sì, perché – lo ripeto – essa non è affatto conclusa. Non ho qui, purtroppo, la possibilità di analizzare punto per punto le altre critiche mosse al volume in questione – si può discutere su ognuna e valutare quanto colga nel segno, o quanto fraintenda, per aver operato una lettura selettiva e parziale di esso. Ma resta certo che un volume come questo è destinato, nell'attuale momento, ad essere segno di contraddizione proprio perché cerca di favorire – in modo particolare tra gli studiosi del settore, ma anche tra le contrapposte "fazioni" di sostenitori di una sola delle due forme del rito romano – l'umiltà, la comprensione, la tolleranza e l'apertura mentale (cf. p. 87), obiettivo che coincide con quello di Benedetto XVI.

Su un punto almeno, però, voglio prendere posizione chiara a fianco dell'Autore: anch'io sono convinto che la formazione liturgica del popolo di Dio – pur doverosa e raccomandata come minimo dal Concilio di Trento in poi – non sia da sola sufficiente per favorire il vero spirito liturgico e il corretto stile adorante del culto cristiano. Il Concilio di Trento insegnò che «la natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questa ragione la Chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti [...] per rendere più evidente la maestà di un sacrificio così grande e introdurre le menti dei fedeli, con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà» (DS 1746). Ciò vuol dire che le menti si elevano a Dio non solo attraverso la formazione, ma anche e soprattutto attraverso i segni visibili e sacri del culto divino, che proprio per questo vengono fissati dalla Chiesa.

Perciò don Bux può rallegrarsi del fatto che «sta nascendo un nuovo movimento liturgico che guarda alle liturgie di Benedetto XVI; non bastano le istruzioni preparate da esperti, ci vogliono liturgie esemplari che facciano incontrare Dio» (p. 123).

Il pieno recupero dell'Usus Antiquior per la celebrazione della Messa non va forse in questa direzione, sottolineando, come ha scritto il Papa, che «le due forme del rito possono arricchirsi a vicenda»? È in questa direzione, tracciata da Benedetto XVI, che si incammina la proposta di Nicola Bux e credo che tutti coloro che hanno a cuore il bene della Chiesa – il che io do per presupposto, sia da parte dei tradizionalisti che degli innovatori, al di là delle concrete vedute parziali – dovrebbero accogliere l'invito a confrontarsi, camminando sul sentiero della riforma ancora «in fieri».

© Copyright Zenit

Bellissima intervista! Don Bux ed il Prof. Gagliardi hanno descritto perfettamente le intenzioni di Papa Benedetto XVI che, con "l'umiltà, la comprensione, la tolleranza e l'apertura mentale", tenta di mettere pace nella Chiesa, di unire, facendo in modo che il Concilio sia interpretato nella maniera corretta.
Ecco lo scopo del motu proprio, ecco la ragione per cui il Papa insiste molto sull'aspetto liturgico.
Il Santo Padre ci mostra come deve essere celebrata la Santa Messa ed utilizza (ricordiamolo!) il Messale di Paolo VI!
Cio' non toglie che i fedeli che desiderano partecipare alle celebrazioni secondo il rito tridentino abbiano tutto il diritto di chiederlo ai propri parroci ed i vescovi dovrebbero cessare di mettere i bastoni fra le ruote agli uni (i fedeli) ed agli altri (i parroci volenterosi).
Noi Cattolici pretendiamo dai nostri Pastori lo stesso comportamento che osserviamo nel Papa: "l'umiltà, la comprensione, la tolleranza e l'apertura mentale"!
La riforma liturgica del Vaticano II non e' compiuta: permettiamo al Santo Padre di mostrarci la via della sua piena attuazione
.
R.

15 commenti:

Luisa ha detto...

Ho letto il libro di Mons. Bux che consiglio vivamente anche per le informazioni che dà sul movimento liturgico, prima del Concilio e su come andarono "le cose" durante e dopo il Concilio.
Sto leggendo il libro di Annibale Bugnini sulla riforma liturgica, posso confermare, nel mio piccolo, che Mons, Bux non inventa nulla, anzi leggendolo ho capito meglio certi avvenimenti o decisioni che avevano suscitato le mie domande e perplessità.
Detto questo quando leggo nell`articolo...

Simile atteggiamento si trova sia nella cosiddetta "destra" che nella cosiddetta "sinistra".

...mi viene spontaneamente da dire.... con la sola differenza che quelli di "destra" hanno dovuto lottare durante 40 anni per mantenere viva la Tradizione e che solo da poco tempo possono esprimersi liberamente, senza essere immediatamente zittiti, perchè prima il terreno era "occupato" unicamente dagli ideologi di "sinistra del post concilio che si sono appropriati dei testi conciliari, della Sacrosanctum Concilium, la Costituzione sulla Liturgia, per interpretarla a modo loro, con tutte le creatività, le applicazioni errate che nemmeno i diversi interventi dei pontefici successivi hanno potuto correggere.
I risultati li abbiamo sotto gli occhi oggi.

Resta il fatto che le lotte, gli abusi, le diverse creazioni lutigiche, lel iturgie fabbricate sono un`offesa, un insulto e un controsenso quando si sa che la Liturgia è la fonte e il culmine della fede di un cattolico. O dovrei dire dovrebbe essere?...

Leggo ancora:..

in cui lo sconfitto è la cosiddetta "forma ordinaria" del rito romano, e cioè la riforma della liturgia attuata dopo il Vaticano II».

Quando si legge la Sacrosanctum Concilium e si vede come è stata interpretata e applicata, o meglio non applicata, come non dare ragione a Monsignor Bux?
La Sacrosanctum Concilium non prevedeva la soppressione del latino, il capovolgimento degli altari e potrei continuare ma mi fermo qui.

don Marco (liturgista-teologo) ha detto...

anche io ho letto il libro....a me non piace.
se è liturgista, non capisco perchè fa finta di non sapere troppe cose.....captatio benevolentiae?
Tempo fa lessi su un blog che finalmente era stata ripristinata la liturgia di sempre, risposi dicendo che nostro Signore non mi pare abbia celebrato la Messa di Pio V, non fosse altro per motivi storici.
Il concetto di Tradizione per essere credibile deve partire dal Nuovo testamento, non da Pio V.

anonimo liturgista ha detto...

....la cosa ke mi lascia più perplesso è ke la liturgia è diventata come la "scuola italiana": tutti devono dire la loro!!!! Anche coloro a cui non compete....!!!! Possibile che il
E la cosa più bella è ke sia il Bux, sia il Gagliardi sono teologi "dogmatici" (...guarda caso :)...) e non liturgisti...!!!! D'altronde, nessuna meraviglia.... l'Ecc.mo Maestro è un canonista!!!!!!!!!!!!!!
Resto ancora più perplesso....!!!!!

don G.Luigi ha detto...

caro don Marco, non sono un liturgista e nemmeno un teologo, però so che la messa di Pio V non fu una creazione ex novo, ma una semplice ripulitura del Messale che veniva usato precedentemente. So anche che S.PioV non cancellò i riti con più di 200 anni di vita, come quello ammbrosiano o quello patriarchino, mentre dopo il concilio, si fece credere al popolo cristiano che il rito precedente fosse stato abolito.

Se Gesù non ha celebrato secondo il rito di Pio V, non penso abbia usato quello odierno o tu c'eri?!

Dicesi tradizione ciò che è stato tramandato dagli apostoli fino a noi e certamente quello che celebriamo oggi non è parte della tradizione apostolica, ma un rito fatto a tavolino da liturgisti che non erano pastori, ma studiosi.

Esempio la struttura della messa non è rispettata dal NO perché la fa iniziare dal Confesso, mentre fin dalla più remota antichità iniziava con il canto dell'Introito.
Che dire poi della formula della consacrazione che è stata conservata intatta per 1900 anni,per essere modificata con quale motivazione? Non si sa!

Altro che rispetto della tradizione, questo è archeologismo liturgico, condannato da Pio XII nella Mediator Dei

Anonimo ha detto...

CHE NE PENSATE DI APRIRE UN DIBATTITO SERIO SULLA LITURGIA?

don Marco (parroco liturgista) ha detto...

don GianLuigi, ti rispondo solo dicendo: leggiti la Quo primum che trovi all'inizio del Messale di Pio V....altro che non ha abolito, vedi che toni minacciosi usa, e dopo la sua morte i suoi successori hanno messo mano a nuove riforme.
Non ero nato quando Gesù era nel cenacolo ma forse l'attuale riforma si avvicina di più a quello che il Maestro fece. Sicuramente si devono conciliare varie concezioni sulla Messa, sia quella sacrificale esasperata nel Messale del 1570 sia conviviale, esasperata nel Messale, o nelle interpretazioni del Messale del 1970.
Attenzione caro confratello che marcando la mano si arriverà a dire che da Giovanni XXIII a oggi la chiesa è stata eretica, e non credo che sia esatto.
I fronzoli ci sono stati, ci sono e ci saranno, il mio problema non sono le mitrie di 2 metri ma sentire un papa fare un discorso sulla sobrietà bardato come un albero di Natale con gemme e pietre preziose, non mi ha dato fastidio, ma era imbarazzante.
Dover dire messa con quel crocione davanti e quel candelotto dietro mi fa sorridere come mi fa ridere vedere abusi di ogni genere e stravaganze gratuite dei preti modernisti.
Cmq, attenzione, molte cose le dice il Papa ma moltissime gli vengono attribuite e nemmeno le pensa, tanto che nella sua summa voleva togliere quel capitolo o parte legato all'orientamento per non essere frainteso.
Come vedi il papa sa benissimo quel che vuole, forse non lo sa il suo entourage, il che è molto diverso.
Sia chiaro, io sto con Benedetto non con le farfalle che gli girano intorno.

anonimo liturgista ha detto...

...come sempre don Marco molto kiaro e "concreto"....!!!! Studiate gente, studiate...
Buona domenica a tutti!!!!

Anonimo ha detto...

Caro Don Marco,
con tutto il rispetto possibile, considerato che non ci conosciamo personalmente, ritengo che qualcuno come Lei, che si definisce Liturgista, non possa esprimersi con le seguenti parole:
"bardato come un albero di Natale con gemme e pietre preziose".
Queste sono parole di chi non è competente in Liturgia.
Caro Don GianLuigi,con tutto il rispetto possibile, considerato che non ci conosciamo personalmente, ritengo alcune sue espressioni provocatorie, specie nei riguardi di Don Marco il quale ha poi risposto pure a tono.
La questione liturgica non è il frutto dell'ideologia del momento: bisognerebbe affrontare la questione con molta competenza e rispetto, senza scendere nei personalismi.
Avevo invocato un dibattito serio sulla Liturgia: se si continua così non è possibile!

don Marco (albero di natale) ha detto...

anonimo ritieni troppe cose!!
Temo che il dibattito te lo sei già fatto ed hai le risposte, quindi trovo sia inutile .
cura ut valeas

Anonimo ha detto...

Caro Don Marco,
mi perdonerà se al suo tu, continuo a darle del Lei: dopotutto non ci conosciamo!
Non condivido la sua opinione sul mio intervento precedente: cmq, ne prendo atto!
Condivido che è inutile un dibattito con questa tensione emotiva.
Cura, ut valeas!

don G.Luigi ha detto...

Caro don Marco non stai al punto. prima critichi il libro e ti riferisci a quello che hai trovato in un blog, senza entrare nel merito del libro. Poi affermi che la messa di sempre non è quella di S. Pio V, perché Gesù non ha usato quel rito. Poi, riferendoti alla Bolla Quo primum, dici che ha abolito i riti precedenti con toni severi e continui a svicolare su quello che avevo detto, che cioè quel documento aveva lasciato i riti più antichi di 200 anni (per il semplice motivo che erano preservati dall'eresia luterana)

Questo modo di procedere in un confronto sulla liturgia per un liturgista e quanto meno scorretto:

1. Perché un liturgista sa che PioV non ha creato un nuovo messale, bensì che ha riordinato in misura marginale quello precedente e la Bolla sopra citata fa riferimento al recupero della purezza della litugia antica!

2. Perché i riti con più di 200 anni sono stati effettivamente lasciati.

3. La natura e la struttura della Messa è essenzialmente sacrificale e quindi non può essere che la liturgia tradizionale pecchi per eccesso di "sacrificionalismo". Ad esempio, il ripetersi di segni di croce e di genuflessioni, la ricchezza dei paramenti e degli elementi accessori aboliti dalla riforma come superflui o dannosi, erano importanti perché davano il senso del mistero e del divino ed evidenziavano il carattere sacrificale.

Le ripetizioni del Kyrie, del Domine non sum dignus sarebbero inutili. Dillo agli Orientali che non devono più ripetere preghiere inutilmente o segni di croce, dillo che è ridicolo fare continui riferimenti alla passione come quando incide il pane come se avesse in mano una lancia che trafigge il corpo di Gesù.

Penso che la Tradizione non possiamo inventarla noi saltando 15 secoli di storia in cui lo Spirito Santo ha condotto la Chiesa.

Ma io non sono né liturgista né teologo e le mie parole non valgono niente.

Dillo a loro di togliere quei paramenti e quelle ferule dei patriarchi che li fanno sembrare degli alberi di Natale e poi fammi sapere se possiamo sperare nell'unità delle chiese.

don G.Luigi ha detto...

Caro Anonimo, anch'io son d'accordo con don Marco: Lei ritiene troppe cose e pretende di dettare le regole di un confronto, anche serrato, ma sempre civile. Non vedo il motivo di questa sua preoccupazione. Io ho il massimo rispetto di don Marco pur non condividendo le sue idee e se uso qualche espressione risoluta è per rendere più brevi e chiari gl'interventi non per aggredire.
Pace e bene

Anonimo ha detto...

Caro Don Luigi,
non condivido le sue affermazioni in ordine a qualche mia pretesa: le assicuro che io non pretendo nulla.
Se è pretesa chiedere a qualcuno che non è un mangiapreti, in modo indiretto, latente e gentile, di evitare di definire il Papa bardato come un albero di natale, non ci siamo proprio!
Non conoscendo Sia Ella che Don Marco ho fatto presente quello che Ella definisce essere una mia preoccupazione: del resto, io non vi conosco.
La ringrazio per le precisazioni dalle quali capisco che entrambi avete un vostro modo di comunicare specifico e che io rispetto.
Siccome entrambi scrivete su un diario pubblico, ritengo che voi non teniate in considerazione che vi leggono altre persone le cui sensibilità, ve lo assicuro, sono diverse dalle vostre.
Alla fine, con tutta la carità cristiana, siete voi due che dettate le regole di un confronto, non io.
Mi scuso se vi ho importunati: continuerò a leggervi perchè siete entrambi interessanti e competenti ma, considerato quanto sopra, mi asterrò da qualunque futuro intervento nei vostri riguardi.
Pace e bene.

don Marco (assonnato) ha detto...

Carissimo don Gina Luigi concordo con te, ma questo è un blog non un'aula universitaria. Anche se ti professi, a torto, non liturgista, dimostri di saperne molto, anzi abbastanza.
Volevo solo dire che in realtà sai bene che alla riformma di Pio V non ha resistito nessun rito salvo quello ambrosiano (visto il tutto nel tempo fino ad oggi) e il rito mozarabico rispolverato a toledo.
Pewr il resto non mi pare sia rimasta traccia di alcunchè.
Ritengo che forse il Concilio avrebbe potuto operare una Riforma in modo graduale visti i tempi ed il 68 incombente ma rapportato al 1570 temo abbia fatto razzia allo stesso modo.
Come ben sai tutte le cose devono assestarsi, come le scosse di terremoto :)))
sia chiaro, non apprezzo certe stravaganze moderne, ma nemmeno le scopiazzature maldestre di Bux.
concordo con te che occorre mettere ordine. prima il rigorismo era eccessivo, ma anche oggi certe norme o indicazioni poco chiare lasciano molti dubbi.
condivido il tuo pensiero sulla solennità e sulla eleganza da dare ai sacri riti ma ho la sensazione che il tutto sia stato in mano a chi predilige semplicemente l'estetica e non la verità dei segni.
Definisco bizzarra la scelta di piero Marini la notte del 2000 a S.. pietro con quel piviale decisamente stravagante e inadatto, come trovo decisamente ridicoli quei pizzi ormai superati dalla storia e da ogni cultura e volutamente motivati con scelte di continuità che non stanno nè in cielo nè in terra.
sono il primo a dire che verso il mirabile Sacramento occorre rispetto e venerazione ma non so onestamente se siamo sulla strada giusta. Riconosco innumerevoli abusi, e a volte sacrilegi verso il Santissimo corpo del Signore ma non penso che i pizzi del 700 possano ridare dignità alla verità del mistero.
Probabilmente è necessario intervenire soprattutto nella formazione dei presbiteri che non di rado confondono il pane con il PANE, dove tutto è decisamente e pericolosamente orizzontale, dove manca il senso del mistero, della verità paventata da papa Benedetto.
Ma mi domando se la settima candela e la croce nel mezzo risolvono il problema. Penso di no.
Un incompetente alle celebrazioni papali se si arrampica sugli specchi non risolve il vero problema che cioè l'Eucarestia e protestantizzata. Penso che una radicale riforma vada fatta nei seminari e nella formazione del clero che non conoscono quasi nulla della teologia eucaristica e ti assicuro che i pizzi e le trine non risolvono il problema, forse lo acuiscono. Capire il papa fino in fondo richiede studio e volontà di andare avanti, ma non so quanti son disposti a farlo o son capaci di farlo.

don Marco (burlone e di più) ha detto...

Caro Anonimo se darti del Lei ti fa stare meglio non mi costa nulla. E' un blog non Se lo scordi, prostrato al bacio della Sacra pantofola porgo deferenti omaggi.
Mi perdoni se darLe del tu ha determinato sensi inopportuni di pericolosa confidenza tra la Sua sublime saggezza e la mia modesta cultura da professorino imbiancato dalla canizie e dall'esperienza.
Le assicuro che non accadrà mai più che mi attardo in inopportune confidenze.
Mi prostro nuovamente al bacio del sacro piede.