domenica 29 marzo 2009

Libertà religiosa e reciprocità: ispirarsi al papa di Regensburg (Padre Cervellera, AsiaNews)


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Libertà religiosa e reciprocità: ispirarsi al papa di Regensburg

di Bernardo Cervellera

L’intervento del direttore di AsiaNews, al convegno sul tema “Libertà religiosa e reciprocità” svoltosi a Roma il 26 e 27 marzo presso la Pontificia università della Santa Croce.

Roma (AsiaNews)

Il 26 e 27 marzo, presso la Pontificia università della Santa Croce di Roma, si è svolto il convegno dal titolo “Libertà religiosa e reciprocità”.
Ai due giorni di lavori, promossi dalla facoltà di diritto canonico dell’ateneo, hanno partecipato tra gli altri il card. Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo religioso, il card. Peter Erdo, primate d’Ungheria, e padre Maurice Borrmans, islamista e docente presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica. Nella giornata di giovedì il convegno ha ospitato la tavola rotonda sul tema “La comprensione della libertà religiosa nelle varie religioni”. Ad essa sono intervenuti tra gli altri padre David Maria Jaeger, docente di diritto canonico e membro della Custodia francescana di Terra Santa, padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, e Michele Zanzucchi, direttore della rivista “Città Nuova”. Presentiamo di seguito l’intervento tenuto da padre Cervellera.

I.

Forse tutte le religioni e i loro Libri presentano aperture alle altre religioni e in ogni caso espressioni di tolleranza verso gli altri credo.
Il buddismo, ad esempio, fin dai testi più antichi contiene esortazioni alla non violenza e al rispetto dell’altro basati sulla cosiddetta regola d’oro (presente in molte religioni e filosofie antiche): “Non fare agli altri quello che tu non vorresti fosse fatto a te”[1].
Nei confronti delle altre religioni, in generale il buddismo le vede come delle espressioni meno pure, uno stadio più basso e primitivo dello sviluppo spirituale, che si compie nel dharma.
L’induismo, con la concezione di un Assoluto, che si rivela solo parzialmente ad ogni essere vivente, ha una buona base per esprimere tolleranza, che talvolta rasenta il relativismo verso ogni concezione, come pure una potente capacità di assimilazione verso ogni credo. È noto il proverbio indù secondo cui “La verità è Una, ma differenti saggi la chiamano con nomi differenti”. A questa frase è legato l’aneddoto della ricerca della Verità paragonata alla descrizione di un elefante scoperto e toccato da tanti ciechi (ognuno assolutizza quella parte che egli tocca). Ed è pure noto che nei templi indù potete trovare immagini di Ganesh, di Buddha, di Gesù, della Madonna, ecc…
Anche nell’islam, nel Corano – soprattutto nel cosiddetto periodo “meccano” – e nelle hadith si trovano parole inneggianti al rispetto e alla tolleranza verso gli altri credo[2].
Proprio nell’Islam vi sono però frasi del Corano e detti del profeta Maometto che si prestano alla guerra santa e all’uccisione dell’apostata[3].
D’altra parte, anche il Vangelo e la Bibbia sono stati talvolta tirati a giustificare un atteggiamento di chiusura (se non di violenza) verso le altre religioni. Si dice che questo dipende dalla pretesa “esclusivistica” di ogni religione, soprattutto di quelle monoteistiche, che escluderebbe le altre. In realtà questo non è vero: anche religioni fortemente “tolleranti” come l’induismo o il buddismo, hanno nella loro storia momenti e periodi di forte violenza e tensione verso le altre religioni (v. buddisti in Sri Lanka, che propongono leggi anti-conversione; i tibetani e la persecuzione dei cristiani nei secoli scorsi;…).
Ma quello che mi pare importante, proprio a partire dal cristianesimo cattolico, è che l’atteggiamento verso le religioni dipende da una interpretazione guidata in modo autorevole, che recupera dagli scivoloni estremisti di chi vede nelle religioni solo una cosa diabolica o chi li vede come strada maestra alla salvezza, che rende inutile l’annuncio. Così il Vaticano II e l’insegnamento dei papi sta facendo riemergere la dottrina tradizionale del Cristo, unico salvatore, insieme alla concezione delle religioni contenenti i “semi del Verbo”.
Questo tipo di “interpretazione guidata” manca però in tutte le altre religioni e ciò porta a estremismi e violenze, spesso nemmeno condannate da chi vive con amore e rispetto la religione a cui si attribuiscono i crimini.
Il problema dell’interpretazione guidata del Corano, è vista da molti studiosi e personalità del mondo islamico come il problema più cocente. Perfino chi la propone rischia minacce di morte da parte degli stessi correligionari.

II

Il nostro tempo presenta continui casi di inimicizia fra le religioni o di guerre con motivi religiosi. Basta pensare ai difficili rapporti che corrono fra islam, cristiani ed ebrei; o a quelle fra cristiani e indù in India, in Orissa; o a musulmani e indù nel Gujarat; o a musulmani e buddisti nel sud della Thailandia; o a musulmani sunniti e sciiti in Pakistan, Arabia Saudita, Iraq…
Molto spesso queste guerre “di religione” hanno delle motivazioni politiche. Non solo nel senso che dietro di esse si nasconde qualche disegno politico, di altri. Più precisamente, in queste guerre la religione viene considerato un partito politico, un’esperienza di vita che va difesa con un esercito che si lancia contro tutto ciò che lo attacca.
L’esempio più lampante è l’interpretazione “guerriera” dell’islam fondamentalista contro l’occidente. A partire dalla rivoluzione khomeinista, e poi diffondendosi in molti stati a maggioranza musulmana, si è aperta una lotta contro l’occidente perché esso è visto come immorale, sostenitore di governi islamici corrotti, nemico della cultura e della religione musulmana. Basti per questo aver ascoltato o letto qualche farneticante messaggio di Al Qaeda, o guardare alle manifestazioni nel mondo musulmano che bruciano bandiere Usa, d’Israele, fantocci del papa. Anche le distruzioni di chiese in Pakistan, o Indonesia, o Iraq vengono giustificate con la lotta contro l’occidente aborrito, identificando (volutamente) Chiesa e occidente, e dimenticando che le comunità cristiane in quei luoghi non sono frutto del colonialismo, ma hanno una storia molto più antica dell’islam.
Anche il pogrom scatenato contro i cristiani in Orissa dall’agosto scorso (ma ve ne sono stati anche nei decenni passati) è motivato dal voler “salvare l’India” dall’influenza degli stranieri; fermando le conversioni dall’induismo: il loro numero è tale – secondo i gruppi radicali – che l’India rischia di assistere allo svuotamento e all’abbandono dei templi indù. Per questo occorre bloccare le conversioni; riconvertire chi ha osato divenire cristiano o musulmano; purificare la nazione da ogni “inquinamento” minoritario e che viene dall’esterno.
Anche qui si può constatare una manipolazione della verità storica: l’India è da millenni patria di diverse religioni e culture; il cristianesimo non è stato impiantato anzitutto da soldati portoghesi o inglesi, ma dalla predicazione nell’età apostolica. Ma questi sono solo alcuni elementi di manipolazione della storia che i gruppi radicali dell’Hindutva stanno operando perfino nei testi scolastici per compiere quella che viene definita la “zafferanizzazione” del Paese e della cultura (il giallo zafferano è colore indossato dai saniassi, gli asceti indù).
La contraddittorietà di queste posizioni – che si manifesta nella manipolazione della verità storica – è anche più evidente se si pensa che da una parte queste ideologie religiose condannano ed esorcizzano in blocco l’occidente; dall’altra, nella loro lotta essi utilizzano elementi occidentali.
Al Qaeda usa il sistema finanziario internazionale per trasferire soldi da un gruppo all’altro; usa la scienza e i computer occidentali per programmare i suoi atti di morte; si avvantaggia della rete mondiale dell’informazione per lanciare i suoi messaggi e farsi pubblicità.
In un modo molto simile, i gruppi radicali dell’Hindutva – v. il Vishwa Hindu Parishad, o il Rashtriya Swayamsevak Sangh – hanno costituito la loro ideologia religiosa su imitazione delle filosofie nazionaliste europee dell’800 e del ‘900 ed è nota la loro ispirazione e simpatia verso il nazismo e lo stesso Hitler[4].
Essi da una parte negano ogni rapporto, dall’altra invece vivono tale rapporto come un “saccheggio” culturale, che è semplicemente una bruttissima copia di un possibile dialogo fra culture e religioni.

III

La violenza che si manifesta nel rapporto fra le religioni è spesso - anzi quasi sempre - sostenuta o almeno tollerata dal potere politico. Nei Paesi arabi ( e in Iran), la lotta contro Israele e la riconquista di Gerusalemme è un elemento che fa da collante per la società fatta di tante minoranze divise; in India, il Bharatiya Janata Party, il partito nazionalista, protegge e sostiene i gruppi dell’Hindutva e spera con questo di vincere le prossime elezioni di maggio. In Indonesia, il conflitto sanguinoso fra cristiani e musulmani nelle Molucche (1999-2002) ha avuto come catalizzatore lo stesso esercito indonesiano, che cercava di conquistare il potere in parlamento. Anche in Siria, lo spauracchio del fondamentalismo islamico è un modo con cui il potere degli Assad tiene insieme, sottomesse e devote, le minoranze cristiane, sciite, druse…
In Vietnam, il governo della città di Hanoi, contestato dai cattolici per l’esproprio di terreni da una parrocchia, ha scatenato la rivendicazione buddista sullo stesso terreno, per poi decidere in modo quasi salomonico, di trasformare l’area in un parco pubblico.

IV

Talvolta il potere politico si fa “garante” del dialogo fra le religioni, ma a prezzo del loro svilimento. L’esempio più eloquente è quello della Cina. In questo grande Paese sono permesse solo 5 religioni (buddismo, taoismo, islam, protestantesimo, cattolicesimo), ma è permessa solo la libertà di culto, o poco più. Un vero dialogo e collaborazione fra le religioni è assente. I capi religiosi vengono usati per delle apparizioni controllate quando devono sostenere la politica del Partito. Rappresentanti ufficiali delle religioni riconosciute si sono pronunciati a difesa del massacro di Tiananmen; per invitare gli stranieri a venire alle Olimpiadi; per condannare pubblicamente il Dalai Lama o il Falun Gong; pe fare gli auguri al Capodanno cinese; per lodare in modo sperticato la politica religiosa del Partito comunista. In tal modo il cuore spirituale delle religioni viene emarginato nel privato, per usare solo la loro funzione pubblica.- Allo stesso tempo, il Partito – come Religione suprema – pretende di gestire, trasformare e controllare il credo delle religioni inferiori. Basti qui ricordare la pretesa del governo-Partito di avere l’ultima parola sulle reincarnazioni dei budda; sulla scelta del Panchen Lama o del futuro Dalai Lama; le nomine dei vescovi; ecc..
Un fatto simile avviene anche in occidente, dove la tolleranza verso le religioni vale solo nella misura in cui esse vengono ricondotte alla sfera privata. Non appena qualche religione osa esprimersi nella sfera pubblica, piovono le condanne (v. polemica contro il papa sulle sue affermazioni a proposito dell’uso del condom e la sua efficacia contro l’Aids in Africa[5]).

V

Per tratteggiare una via in positivo per far crescere la libertà religiosa e la reciprocità non vedo via migliore di quella indicata da Benedetto XVI a Regensburg, che potremmo sintetizzare in questo modo: correggere le patologie della religione e quelle della ragione[6].
Occorre un cammino perché le religioni si liberino della violenza, aderendo alla realtà, studiando la storia, educando all’accettazione e al confronto fruttuoso. Per fare questo c’è bisogno che ogni credente o comunità alzi lo sguardo da se stesso, dal proprio narcisismo, e cerchi davvero il legame con la Realtà che è oltre tutti noi.
Occorre anche una ragione allargata alla religione, che non consideri la religione un relitto inutile del passato, ma un’espressione ragionevole della persona umana. Solo così l’occidente potrà di nuovo incontrare i popoli del mondo in un modo meno strumentale.
E infine è necessario che gli Stati divengano garanti della vita delle religioni in tutte le loro espressioni. Ciò avviene se ogni governo si sottomette alla comune legge naturale (o almeno alla Carta dei diritti umani Onu che essi hanno firmato, senza rivendicare un carattere di “eccezionalità” per sé rispetto alla norma.

[1] V.: “Non offendere (ferire) gli altri in modi che tu stesso troveresti offensivi” in Udana-Varga, 5, 18; oppure: “Colui che causa male agli altri non è vero asceta” in Mahapadana Suttanta.

[2] Qualche esempio dal Corano: “Non vi sia costrizione nella fede” (2,256); “La Verità viene dal vostro Signore: chi vuole creda, chi non vuole respinga la fede” 18,29. E nelle hadith: “Colui che infligge un danno a un ‘protetto’ [cristiano o ebreo] io stesso sarò suo avversario e gli intenterò causa nel giorno del Giudizio finale”.

[3] Per un’esauriente spiegazione sull’argomento v. AsiaNews.it, 29/03/2006, L'Islam umilia libertà religiosa dei cristiani e diritti umani dei musulmani. È tempo di cambiare, di Samir Khalil Samir.

[4] Cfr. AsiaNews.it, 25/08/2008, CARVALHO N., Vescovo dell’Orissa: Nazionalismo indù, “un cancro” dell’India.

[5] Cfr. in AsiaNews.it, 19/3/2009 il mio La “minaccia” della Chiesa cattolica e l’Aids.

[6] Cfr. in AsiaNews.it, 12/09/2006, Papa: Fede e ragione per sfuggire alla violenza e al suicidio dell' Illuminismo.

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