sabato 17 gennaio 2009

A colloquio con l'arcivescovo di Teheran dei caldei Garmou: "Il fermento di una comunità piccola ma vivace" (Osservatore Romano)


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A colloquio con l'arcivescovo di Teheran dei caldei Garmou

Il fermento di una comunità piccola ma vivace

di Nicola Gori

Una piccola comunità, una chiesa di minoranza, una presenza secolare che affonda le sue radici nella predicazione dell'apostolo Tommaso. È la Chiesa cattolica iraniana, divisa in tre riti: caldeo, armeno e latino. Vitale, motivata, piena di speranza nonostante le difficoltà e i limiti sociali, che si raduna intorno alla Parola di Dio per trovare la forza per mantenere accesa la fede. Ne abbiamo parlato in un'intervista al nostro giornale con monsignor Ramzi Garmou, arcivescovo di Teheran e Presidente della Conferenza episcopale iraniana.

Siete chiamati oggi a rispondere in particolare a diverse sfide: essere comunità minoritarie e cercare di far fronte all'emigrazione continua di cristiani verso altri Paesi. Come pensate di affrontare queste sfide?

Si tratta di problemi che riguardano tutto l'Oriente. Anzitutto occorre precisare che, alla luce della Parola di Dio e dei suoi duemila anni di storia, è possibile affermare che la Chiesa è sempre stata in minoranza. La Chiesa che testimonia la sua fede in Gesù Cristo, che accetta le difficoltà, che accetta il martirio, ha sempre rappresentato una minoranza. Anche oggi, secondo me, la Chiesa di Gesù Cristo è in minoranza. Guardando alla cultura che pervade l'Europa, non si può dire che sia una cultura cristiana. Il modo di vivere della gente in Europa, soprattutto dei giovani, non può certo essere definito vita cristiana, animata dai valori evangelici. Quando consideriamo la storia della nostra Chiesa, forse è un bene avere un'idea anche della storia della Chiesa in altri continenti. Nei primi secoli l'Iran ha conosciuto una Chiesa molto vivace, molto feconda. Veniva chiamata la Chiesa d'Oriente o la Chiesa di Persia. I missionari di questa Chiesa per la prima volta hanno trasmesso il Vangelo a popoli molto lontani, per esempio in Cina, in Giappone, nelle Filippine e in India. Questa Chiesa ha conosciuto anche persecuzioni molto dure, specialmente durante il regno dei sassanidi. Prima dell'islam regnava infatti la dinastia dei sassanidi, i quali erano zoroastriani, veneravano il sole. Tra i re sassanidi uno in particolare, Sapore ii, inflisse quarant'anni di persecuzioni ai cristiani. Molti sono morti martiri in quegli anni. Ma proprio grazie al sangue di quei martiri la Chiesa ha continuato a essere presente in Iran fino a oggi. E questo è un fatto importante da sapere: il cristianesimo è sempre esistito in Iran. Vi sono state delle epoche molto feconde e molto fertili, perfino di grande potenza a livello spirituale, e vi sono stati dei periodi di minore visibilità come quello attuale.

Come lo spiega?

Il motivo di questi mutamenti nella vita della Chiesa in Iran è proprio costituito dal fatto che si sono alternate epoche di persecuzioni. Alcuni cristiani non sono riusciti a resistere. Dunque la Chiesa ha vissuto diverse situazioni sfavorevoli. Nel vii secolo è comparso l'islam e in seguito, nel xiv secolo c'è stata l'invasione dei mongoli che erano ostili ai cristiani. Alcuni dei loro re hanno invaso Iran e Iraq distruggendo chiese, monasteri e libri cristiani. In seguito c'è stata la dominazione ottomana, anch'essa ostile ai cristiani. Anche nello scorso secolo, si sono susseguite diverse vicende che hanno contribuito a creare un clima di incertezza e disordini che hanno sconvolto il Medio Oriente. Ecco, io direi che queste sono alcune delle cause che hanno fatto sì che la Chiesa perdesse un po' della sua importanza, della sua grandezza. Ma c'è anche una ragione più importante di tutte le altre, una ragione interiore: l'indebolimento della fede. Una Chiesa muore quando la fede dei suoi membri perde vigore. Le ragioni esterne non possono indebolire la Chiesa, anzi. Direi perfino che la rafforzano. Ma le ragioni interiori rappresentano un pericolo. Anche la nostra Chiesa ha conosciuto momenti di debolezza della fede.

Perché?

Le tentazioni del mondo sono molte e anche la Chiesa è insidiata da esse: il potere, il denaro. Attualmente l'Iran conta 70 milioni di abitanti. Ha una superficie di quasi un milione e duecentomila chilometri quadrati, è quindi molto più grande dell'Italia. Tra questi abitanti si contano circa 100.000 cristiani appartenenti alle diverse confessioni. La maggior parte appartiene alla Chiesa armena ortodossa gregoriana. Si dice che di questa Chiesa facciano parte 80.000 persone. I cattolici sono suddivisi in tre riti - caldeo, armeno e latino - e i tre riti o le tre Chiese cattoliche contano circa 8.000 fedeli.

Tra qualche settimana l'Iran celebrerà i trent'anni della rivoluzione islamica. Cosa è cambiato per i cristiani in questi trent'anni?

Che i due terzi di loro hanno lasciato il Paese. E l'emigrazione continua. Ciò significa che bisogna aspettarsi che il numero dei fedeli cristiani diminuisca ancora. Per noi è un dato estremamente visibile, poiché siamo già pochi di numero.

Esiste secondo lei un rischio di scristianizzazione in Iran, se non addirittura in Asia?

Nel discorso che faremo al Papa diremo di nutrire la salda speranza di riuscire a mantenere accesa la fiamma della fede cristiana in Iran. Viviamo nella speranza. L'importanza di una Chiesa è data dalla sua testimonianza e dalla sua credibilità.

Quali sono le basi di questa speranza?

Anzitutto, la promessa di Gesù Cristo alla sua Chiesa. Molto importante, poiché non bisogna mai dimenticarlo. Gesù ha detto a Pietro: "Tu sei pietra, sasso, roccia, e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa". Questo è molto importante. Ma questa promessa di Gesù deve essere vissuta nel quotidiano, è bene non dimenticarlo. Dobbiamo viverla in mezzo alle difficoltà e alle prove che affrontiamo come Chiesa di minoranza. Gesù stesso nel suo Vangelo parla del piccolo gregge: non aver paura, mio piccolo gregge. Dunque, il fondamento della nostra speranza è la nostra fede nella promessa di Gesù Cristo.

E in concreto?

Ma ciò è concreto! La speranza è concreta, non è sentimentale. Concretamente, questa speranza e questa fede in Gesù viene alimentata e rafforzata dalla preghiera. La preghiera è indispensabile perché la Chiesa possa testimoniare la sua fede. Una Chiesa che non prega è destinata a scomparire, come un albero senza frutto. Per questo nella nostra liturgia orientale paragoniamo la preghiera all'acqua: quando versiamo dell'acqua su un terreno arido, secco, la terra viene trasformata. Produce alberi, frutti, fiori. Quando preghiamo, le nostre attività diventano come alberi pieni di frutti, come giardini pieni di splendidi fiori. A livello delle attività, la nostra piccola Chiesa ha dei gruppi di giovani in cui si studia il Vangelo, la Bibbia. Abbiamo una casa dedicata alle attività dei giovani. In questa casa dei giovani prima di tutto vengono la preghiera e la Bibbia. Poi, ai giovani vengono insegnati dei mestieri, per esempio l'utilizzo del computer. Vengono insegnate loro le lingue straniere, il lavoro di sarto e di cuoco. Quando questi giovani avranno imparato un mestiere potranno trovare un lavoro e avere un salario. Pensiamo alla vita spirituale e alla vita quotidiana. Bisogna anche vivere. Abbiamo anche una residenza per anziani e un gruppo di dame che tengono delle riunioni pubbliche e rendono anche dei servizi ai poveri. Visitano i poveri. Abbiamo un gruppo di giovani che si occupano dei disabili, che ha dei programmi di preghiera e per il tempo libero. A Teheran abbiamo due parrocchie: la parrocchia-cattedrale di San Giuseppe, dove sto io, e la parrocchia di Maria Madre di Dio. Nelle due parrocchie, oltre la celebrazione dei sacramenti si svolgono attività per i bambini, gli adolescenti e i giovani. Cerchiamo di incontrare i cristiani che vivono nelle altre province. Cerchiamo di incontrarli per assicurare almeno la messa e anche la catechesi. Attualmente abbiamo un giovane seminarista che studia all'Urbaniana; spero che concluda la sua formazione il prossimo anno e riceva l'ordinazione sacerdotale. Abbiamo una giovane che si prepara alla vita religiosa in Iraq. Abbiamo un gruppo di sottodiaconi, due o tre dei quali pensano al sacerdozio. La Chiesa anche se piccola ha varie attività pastorali. Per esempio nella diocesi di Urmyl dei caldei vi è una residenza per anziani e un gruppo che si occupa di handicappati. Anche nella diocesi di Ispahan dei latini e in quella di Ispahan degli armeni vi sono diverse altre attività.

C'è libertà di culto anche pubblicamente?

Le celebrazioni e l'educazione cristiana si svolgono negli edifici religiosi.

Qual è lo stato del dialogo tra i cristiani e i musulmani?

Esiste un dialogo tra cristiani e musulmani. Si svolge ogni due anni, una volta qui, una volta a Teheran. Vi sono anche dialoghi con altre confessioni cristiane. Proprio prima di venire qui, circa un mese fa, una delegazione di Ginevra, del Consiglio delle Chiese di Ginevra, è venuta a Teheran, e anch'io sono stato invitato a partecipare a questo dialogo.

(©L'Osservatore Romano - 17 gennaio 2009)

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