martedì 24 marzo 2009

Anche sulle parole pronunciate ieri dal cardinale Angelo Bagnasco si è verificato l'ennesimo esercizio di manipolazione (Osservatore Romano)


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Sulla prolusione del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana

Credenti e non credenti
Il confronto non è uno scontro


Anche sulle parole pronunciate ieri dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), si è verificato l'ennesimo esercizio di manipolazione.

Al punto che il naturale "fronteggiarsi" di "due culture riferibili all'uso della ragione" - queste sono le espressioni usate dal porporato nella prolusione al Consiglio permanente - sono diventate un ben più attraente, sotto l'aspetto mediatico, "scontro di civiltà" fra credenti e non credenti, aprendo il consueto moltiplicarsi di polemiche.

Il quotidiano "Avvenire" chiama in causa le agenzie di stampa, che nella quasi totalità si sono distinte per una sintesi frettolosa della prolusione.

E già nella serata di ieri la stessa Cei è stata costretta a ripetere quanto già chiaramente affermato dal cardinale Bagnasco, e cioè che, come si desume dal testo, si tratta non di uno scontro, ma di due modi di intendere la ragione, uno "relazionale e solidale, l'altro individualista ed egoista".

Su questo terreno - si nota alla Cei - chi crede e chi non crede possono incontrarsi e già si incontrano. Affermare che la vita è un valore da tutelare, infatti, è "un principio antropologico che può unire il credente, per il quale il dono della vita viene da Dio, e il non credente".
La contrapposizione - come ha sottolineato il cardinale - è invece tra la ragionevolezza di considerare la libertà come un valore da leggere alla luce di questo principio etico e l'assolutizzazione della libertà individuale sganciata da qualunque riferimento etico. La distorsione delle parole del porporato risulta poi paradossale se si tiene conto che molta parte del suo intervento, che ieri avevamo sintetizzato nei punti principali, era stato dedicato proprio alle strumentalizzazioni fatte in questi ultimi giorni delle parole del Papa. Della prolusione del cardinale riportiamo ampi stralci.
Di certo si è prolungato, oltre ogni buon senso, un pesante lavorio di critica - dall'Italia e soprattutto dall'estero - nei riguardi del nostro amatissimo Papa, a proposito dapprima della remissione della scomunica ai quattro vescovi consacrati da monsignor Lefebvre nel 1988, e al caso Williamson che imponderabilmente vi si è come sovrapposto. Sul merito di queste due vicende, quello che di importante c'era da dire l'abbiamo sollecitamente detto appunto in occasione della precedente prolusione. Nessuno tuttavia poteva aspettarsi che le polemiche sarebbero proseguite, e in maniera tanto pretestuosa, fino a configurare un vero e proprio disagio, cui ha inteso porre un punto fermo lo stesso Pontefice con l'ammirevole Lettera del 10 marzo 2009, indirizzata ai vescovi della Chiesa cattolica. Di proposito non vogliamo tornare sulle accuse maldestre rivolte con troppa noncuranza al Santo Padre. Merita molto di più invece concentrarci sulla citata Lettera che, come atto autenticamente nuovo, ha subito attirato un vasto consenso. La grande impressione che essa ha suscitato è per buona parte dovuta alla forza interiore che emerge dall'intero testo e da ciascuna delle sue parole, anche le più amare. La sua disamina, per certi versi conturbante, degli ultimi episodi - ma, per analogia, anche di certe discutibili e ricorrenti prassi ecclesiali - ha fatto emergere come per contrasto il candore di chi non ha nulla da nascondere circa le proprie reali intenzioni, le motivazioni concrete delle proprie scelte, la coerenza di una vita vissuta unicamente all'insegna del servizio più trasparente alla Chiesa di Cristo. Per questo non stentiamo affatto a riconoscere nell'iniziativa papale l'azione di quello Spirito di Dio che svela i disegni dei cuori e sa trarre il massimo bene anche dalle situazioni più irte e penose. Il che non significa naturalmente attenuare la severità di un giudizio che nella carità va pur dato circa atteggiamenti e parole che hanno portato a una situazione cui non si sarebbe dovuti arrivare, alimentando interpretazioni sistematicamente allarmistiche e comportamenti diffidenti nei riguardi della gerarchia.
Con ferma e concreta convinzione facciamo nostro l'appello alla riconciliazione più genuina e disarmata cui la Lettera papale sollecita l'intera Chiesa. E questo naturalmente esclude che si perpetuino letture volte a far dire al Papa ciò che egli con tutta evidenza non dice. Che è un modo discutibilissimo, persino un po' insolente, per costruirsi una posizione distinta dal corretto agire ecclesiale. Molto meglio identificarsi in quella che è la migliore tradizione del nostro cattolicesimo: stare con il Papa, sempre e incondizionatamente. Il che da una parte comporta il nostro sintonizzarci sulle ancor più evidenti priorità del suo ministero: "Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia" e "avere a cuore l'unità dei credenti", priorità che coinvolgono tutti, ciascuno per la propria responsabilità. E, dall'altra, esige di pregare intensamente per lui e con lui, ossia con le sue stesse intenzioni: e questo aiuta a purificare il nostro sguardo sulla Chiesa, mistero di salvezza per il mondo.
In queste ore peraltro il Santo Padre sta portando a termine un'importante visita apostolica nel Camerun e in Angola. Nelle sue intenzioni essa aveva "per orizzonte" l'intero continente africano (cfr Benedetto XVI, Saluto all'arrivo a Luanda, 20 marzo 2009). Si è trattato di un viaggio impegnativo e a un tempo ricco di speranza. Ciò che lì è avvenuto e il magistero che vi si è esplicato hanno avuto localmente una grande eco, come in noi hanno suscitato un profondo coinvolgimento e una viva commozione: per questo non mancheremo di ritornare sul significato di codesto pellegrinaggio, che fin dall'inizio è stato sovrastato nell'attenzione degli occidentali da una polemica - sui preservativi - che francamente non aveva ragione d'essere. Non a caso, sui media africani non si è riscontrato alcun autonomo interesse, se non fosse stato per l'insistenza pregiudiziale delle agenzie internazionali, e per le dichiarazioni di alcuni esponenti politici europei o di organismi sovranazionali, cioè di quella classe che per ruolo e responsabilità non dovrebbe essere superficiale nelle analisi né precipitosa nei giudizi. Si è avuta come la sensazione che si intendesse non lasciarsi disturbare dalle problematiche concrete che un simile viaggio avrebbe suscitato, specie in una fase di acutissima crisi economica che richiede ai rappresentanti delle istituzioni più influenti una mentalità aperta e una visione inclusiva. Non ci sfugge tuttavia che nella circostanza non ci si è limitati a un libero dissenso, ma si è arrivati a un ostracismo che esula dagli stessi canoni laici. L'irrisione e la volgarità tuttavia non potranno far mai parte del linguaggio civile, e fatalmente ricadono su chi li pratica. Infatti, la conferma più significativa circa la pertinenza delle parole del Papa sull'argomento è venuta da quanti - professionisti, politici e volontari - operano nel campo della salute e dell'istruzione. C'è da promuovere un'opera di educazione ad ampio raggio, che va inquadrata nella mentalità degli africani e si concretizza in particolare nella promozione effettiva della donna; soprattutto bisogna alimentare le esperienze di cura e di assistenza, finanziando la distribuzione di medicinali accessibili a tutti. Com'è noto la Chiesa, compresa quella italiana, è coinvolta con persone e mezzi in questa linea di sviluppo. Ma chiediamo anche ai Governi di mantenere i propri impegni, al di là della demagogia e di logiche di controllo neo-colonialista. E mentre invitiamo i diversi interlocutori a non abbandonare mai il linguaggio di quel rispetto che è indice di civiltà, vorremmo anche dire - sommessamente ma con energia - che non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso. Per tutti egli rappresenta un'autorità morale che questo viaggio ha semmai fatto ancor più apprezzare. Per i cattolici è Pietro che, con le reti del pescatore e nel nome del Signore Gesù, continua a raggiungere i lidi del mondo. Noi, che con trepidazione e preghiera l'abbiamo accompagnato in questo pellegrinaggio, ci apprestiamo ora a salutare con affetto il suo felice ritorno.
La dinamica contestativa di cui dicevamo, per le forme subdole che talora assume ma anche per gli appoggi clamorosi di cui gode, è una delle tracce che ci portano a identificare la cifra più marcata del nostro tempo qual è il secolarismo. È su questo che vorrei dire oggi una parola. Sembra a me infatti che vari segnali ci rendano vieppiù avvertiti che il trapasso culturale dentro al quale ci troviamo vada assumendo il carattere di un vero e proprio spartiacque. Chi, tempo addietro, paventava uno scontro di civiltà, facendolo magari derivare in parte da divaricanti matrici religiose, oggi si trova dinanzi agli occhi una situazione alquanto diversa, e non necessariamente più complessa da descrivere: si fronteggiano sostanzialmente due culture riferibili all'uso della ragione. Al centro di entrambe c'è - come sempre - una specifica risposta alla domanda sull'uomo. Da cui discendono due diverse, per molti aspetti antitetiche, visioni antropologiche. Su un versante c'è la cultura che considera l'uomo come una realtà che si differenzia dal resto della natura in forza di qualcosa di irriducibile rispetto alla materia. Qualcosa che è qualitativamente diverso e che costituisce la radice del suo valore e il fondamento della sua dignità. In altri termini, l'uomo - prima di metter mano a se stesso - si accoglie come dono che ha un'identità e una consistenza iscritte nella struttura del suo essere. Dono che non dipende da lui, che precede ogni sua autodeterminazione, e che ne fa quello che egli è: persona, appunto. È a partire da questo dato ontologico, e tenendolo fermo quale fatto oggettivo, che il soggetto cresce e si compie nello sviluppo della vita. In questa prospettiva, la natura umana, dentro lo scorrere della storia, è un perno fermo e insieme bussola per l'esercizio della libertà personale. Nel gioco stesso dell'uomo, la libertà trova così i riferimenti oggettivi per le scelte e i comportamenti coerenti alla sua autentica umanità. Nell'altro versante, invece, si esplica una cultura per la quale il soggetto umano è un mero prodotto dell'evoluzione del cosmo, ivi inclusa la sua autocoscienza. In quanto risultato di un processo evolutivo mai concluso, l'uomo sarebbe solamente un segmento di storia, sganciato cioè da qualunque fondamento ontologico permanente e comune a tutti gli uomini, privo quindi di riferimenti etici certi e universali. Essendo semplicemente uno sghiribizzo culturale fluttuante nella storia, l'individuo si trova sostanzialmente prigioniero di sé ma anche solo con se stesso. E se è ovvio che non sia questa la sede per richiamare, neppure nelle sue coordinate generali, la questione dell'evoluzionismo, di cui s'è infatti parlato recentemente in sedi autorevoli (cfr. la Conferenza internazionale svoltasi alla Pontificia Università Gregoriana su "Evoluzione biologica: fatti e teorie", Roma 3-7 marzo 2009), dobbiamo tuttavia segnalare come si annidi, proprio nella posizione che prima evocavamo, un'interpretazione esasperata e unilaterale del paradigma evoluzionistico.
Nel contempo, collegata alle due citate visioni antropologiche, e alla dialettica che le contrassegna, c'è una diversa concezione della libertà. Da una parte si ritiene - in base a una riflessione millenaria e all'esperienza universale - che la libertà umana sia uno dei valori più grandi (per i cristiani essa è addirittura dono di Dio creatore), non però un valore assoluto né solitario. La libertà infatti deve fare i conti con altri valori - come la vita, la pace, la giustizia, la solidarietà... - che in qualche modo vengono prima e le danno come sostanza, anzi la rendono vera in quanto sono per il bene dell'uomo, e lo realizzano secondo quella linea di appartenenza che si identifica nella natura umana e con i vettori che dall'interno le danno sviluppo pieno. Il tipo di società che ne deriva è chiaramente aperto e solidale: in essa il farsi carico degli altri - specialmente dei più deboli, dei meno dotati ed efficienti - è congenito e vitale. Dall'altra parte, invece, si afferma una libertà individuale non solo come valore, ma come valore assolutamente primo, sciolto da qualsiasi altro vincolo che lo possa misurare, con il pretesto che la libertà non può negare se stessa, andando con ciò - se occorre - anche contro la persona. In questa prospettiva, la libertà sembra priva di relazione, è legge a se stessa, al di fuori di ogni contesto relazionale. L'individuo, paradossalmente, finisce schiacciato dalla propria libertà, e ritenendo di essere pieno e assoluto padrone di se stesso arriva a disporre di sé a prescindere da ciò che egli è fin dal principio del suo esistere. E concepisce ogni suo desiderio, magari confuso in qualche caso anche con l'istinto, quale diritto che la società dovrebbe riconoscere come elemento costitutivo di se stessa. In questa direzione, si scivola inevitabilmente verso un nichilismo di senso e di valori che induce alla disgregazione dell'uomo e ad una società individualista fino all'ingiustizia ed alla violenza. Anzi, verso un nichilismo gaio e trionfante, in quanto illuso di aver liberato la libertà, mentre semplicemente la inganna rispetto a una necessaria e impegnativa educazione della stessa.

(©L'Osservatore Romano - 25 marzo 2009)

1 commento:

massimo ha detto...

io credo sia evidente ormai che vi sia una regia,un fine,dei fini,che mobilitano persone,mezzi,economie,volti a screditare il più possibile le gerarchie e sopratutto il Papa Bnenedetto,agli occhi e alla sensibilità dei cattolici.basta osservare il gornale diretto da Mauro,come vengono messi in evidenza le didascalie,sono slogan....o la sezione lettere del "mellifuo intenditor di tutto"tutto è volto al relativismo dei valori,ad onore del nichilismo è ovvio che la prima realtà da combattere sono i valori cattolici,la tradizione(ecco il terribile attacco al perdono della fsspx)il Papa,poi figuriamoci se il Papa è forte,lucido e chiaro.
dietro al giornale che ho sfiorato gran parte di interessi e politica si intrecciano.ciao a tutti.