martedì 24 marzo 2009

Il Papa non sta al gioco dello spariglio, che assolve alla fine sempre tutti. Per questo il suo viaggio è stato un successo (Bobbio)


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Ma il viaggio africano è stato un successo

Alberto Bobbio

L'ultimo appello è per le classi dirigenti dell'Africa, perché si occupino dei loro popoli e non dei propri interessi personali. Il Papa parla davanti al presidente Eduardo Dos Santos all'aeroporto di Luanda, prima di imbarcarsi sul volo Alitalia. Benedetto XVI rivela che «il nostro cuore non può darsi pace finché ci sono fratelli che soffrono per mancanza si cibo, di lavoro, di una case e di altri beni fondamentali».
Poi sull'aereo viene tra i giornalisti e traccia un bilancio del suo viaggio.
Spiega che tra i ricordi che porta con sé vi é «la cordialità esuberante dell'Africa, la consapevolezza di appartenere alla stessa famiglia di Dio».
E alle tante immagini belle, se ne aggiunge una di lutto, quella delle due ragazze morte allo stadio di Luanda: «Sono rimasto molto colpito e addolorato. Ho pregato e continuo a pregare per loro. Speriamo che in futuro l'organizzazione di questi eventi sappia evitare simili tragedie». Una delle due giovani non è stata ancora identificata. Nessuno si è fatta avanti per cercarla.
Anche questa è l'Africa che il Papa ha lasciato. Non era una missione facile, anche se a molti era apparso un viaggio routine: prima le Americhe, oggi l'Africa, domani l'Asia.
Anche i grandi network televisivi lo hanno snobbato. A bordo dell'aereo non c'erano Cnn, Fox, Sky né i grandi giornali americani. L'analisi di come si comportano i media non dice certamente tutto circa l'attenzione verso il Papa, ma aiuta a capire.
L'Africa interessa poco al resto del mondo. È una questione di cattiva coscienza: l'Africa serve e va sfruttata, ma quasi mai i ricchi si pongono il problema di chi ci abita e ci muore.
Era abbastanza evidente che Ratzinger avrebbe condannato tutto ciò che ha ferito il continente, più povero e insieme più ricco del mondo.

Ma le immagini di un Papa che bussa alla coscienza del mondo possono disturbare chi tiene in mano le chiavi dello sviluppo distorto e la cassaforte finanziaria del mondo.

Oggi l'Africa oltretutto ha un problema in più: quello di non cedere al nuovo colonialismo cinese, che rischia di stravolgere davvero ogni identità culturale del continente, in nome di un capitalismo feroce innestato su quel che rimane del marxismo. La via africana al socialismo di Agostinho Neto, padre dell'indipendenza angolana, e di Julius Nyerere, leader della Tanzania indipendente, che fu un tentativo negli Anni Sessanta di liberare il marxismo dal leninismo per proporne solo il valore scientifico e storico di liberazione dall'oppressione, avrebbe potuto dare frutti abbondanti. Eppure ciò che poi è andato in scena è stato una versione stravolta di questi ideali.
I leader africani quasi sempre hanno proposto lo stesso schema coloniale, solo che al posto degli antichi colonizzatori si sono presentate al potere le etnie vincenti, dando vita a vere e proprie oligarchie sostenute da antichi e nuovi colonizzatori, perché alla fine sono sempre gli affari che contano. Così l'Africa è tornata ad essere una preda. C'è l'idea che i popoli neri siano inferiori, ma i neri d'Africa e non più i neri d'America, ora che alla Casa Bianca abita un inquilino di colore.

Il Papa non ha mai parlato di popoli neri, non ha fatto un solo accenno al colore della pelle, neppure con senso rivendicativo, che potrebbe pure essere politicamente corretto. Si è riferito sempre e solo all'uomo, senza distinzioni.

Il teologo Ratzinger ha spazzato via anche qualche suggestione che affascinato la Chiesa in passato, circa una teologia nera, ma anche circa il mito del «buon selvaggio», elaborato persino da qualche congregazione missionaria, o circa l'inculturazione ad ogni costo, forzando teologia e ecclesiologia. Ratzinger ha detto che la pastorale in Africa va rinnovata. Non sono parole scontate, dove l'intreccio tra le etnie e le regole tribali vengono spesso prima del Vangelo. Un Papa che lo va a dire in Africa è coraggioso, perché rischia di perdere fedeli a vantaggio delle sette e degli stregoni e potrebbe essere anche accusato di poco rispetto per le culture locali. Eppure è questa la via perché l'inculturazione va ripulita da incrostazioni ideologiche, perché la globalizzazione ha sparigliato le carte e occorrono nuove categorie per rendersi conto delle pratiche odiose degli africani corrotti e dei loro corruttori stranieri.
Il Papa ha attribuito responsabilità precise a tutti.
Lo ha fatto a casa di Dos Santos e nel Cameroun del presidente più corrotto del mondo.
Lui al gioco dello spariglio, che assolve alla fine sempre tutti, non ci sta. Per questo la missione africana è stata un successo.

© Copyright Eco di Bergamo, 24 marzo 2009

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