martedì 17 marzo 2009

Perché il Papa difende la tradizione (Baget Bozzo)


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Commento

Perché il Papa difende la tradizione

di Redazione

Papa Benedetto ha posto la lettera ai vescovi cattolici sotto l’insegna dell’invito di San Paolo nella lettera a Galati a «non mordere se stessi».
È un documento singolare perché non è né dottrinale né disciplinare e si rivolge ai vescovi non come istituzioni ma come persone. Li invita a non fare dell’odio lo strumento della motivazione del loro compito nella vita della Chiesa.
Secondo il Papa la comunità di Econe è diventata un capro espiatorio, l’indicazione di ciò che va rimosso per garantire la purezza della Chiesa conciliare nella sua rinnovata identità. Ciò indica la presenza della tendenza a intendere il Vaticano II come un nuovo inizio della Chiesa, la rivoluzione della modernità compiuta oltre le istituzioni della controriforma. Significa annettere alla Chiesa il concetto moderno di rivoluzione, cioè quello di una identità ritrovata mediante la negazione e la rimozione della Tradizione, per cui il passato diviene, per usare l’espressione di Hans Kung, la «cattiva essenza» della Chiesa.
Che tale sia stata la lettura del Concilio nel mondo cattolico appare evidente. Lo apparve soprattutto negli anni di Paolo VI, in cui il Papa venne visto come la limitazione e la sconfessione della grande scelta di Giovanni XXIII di mutare radicalmente l’esistenza della Chiesa cattolica. Che tale non fosse l’intenzione di Papa Roncalli questo è evidente: e la beatificazione con cui è stato onorato indica che per la Chiesa di Roma la rottura della tradizione non era ciò che Giovanni XXIII intendeva per aggiornamento.
Roncalli esprimeva quello che potremmo chiamare modernismo moderato evitando le radicalizzazioni compiute dalle due parti sotto il Pontificato di San Pio X. Eppure che San Pio X non avesse avuto tutti i torti è apparso proprio dal fatto che il modernismo moderato di Papa Roncalli ha determinato una rivoluzione nel mondo cattolico e fatto del moderno la categoria a cui tutto va conformato.
Ciò comporta la negazione della Tradizione come fonte di verità nella Chiesa e soprattutto la rimozione del Papato come autorità suprema nella Chiesa fondata sul carisma petrino.
La fine del comunismo ha tolto di mezzo la grande provocazione che l’idea di rivoluzione suscitava nel mondo cattolico. Esso accettò di declinarsi, in forme molto diverse, con l’idea di una rottura rivoluzionaria con l’Occidente e il capitalismo, facendo del popolo di Dio il nuovo esercito dei sanculotti. Ma qualcosa di quell’idea rivoluzionaria è rimasta. E quando Papa Benedetto riporta l’idea di Tradizione e del carisma petrino come fondamento della Chiesa formalmente al centro del magistero suscita una contraddizione impotente perché non alternativa, non capace di indicare un’altra linea, ma appunto per questo più carica di odio. La modesta realtà della fraternità di San Pio X viene vista come un corpo maligno.
Benedetto offre la fraternità, la comprensione del carattere perenne della liturgia tradizionale e quindi l’occasione di compiere un grande gesto: cioè quello di confermare che l’interpretazione di Papa Ratzinger del Concilio come continuità è capace di estinguere lo scisma che l’idea del Concilio come rivoluzione aveva suscitato. Ciò comporta il riconoscimento non solo e non tanto della fraternità San Pio X, quanto di quella vasta e prevalente parte del mondo cattolico che aveva sentito il monopolio dei teologi progressisti nella interpretazione del Vaticano II come qualcosa che toglieva a loro la dimensione ecclesiale della loro fede cattolica. Questa visione del Concilio come rivoluzione ha avuto sede in molte parti della Chiesa. E in Italia opera la scuola di Bologna, fondata da don Giuseppe Dossetti, che si fonda come idea fondamentale sul concetto che Paolo VI ha deformato e svuotato l’idea di riforma ecclesiale della Chiesa iniziata da Giovanni XXIII e che vi è una contraddizione vivente tra il fondatore Giovanni e il deformatore Paolo.
Giuseppe Alberigo nella sua storia del Vaticano II ha costruito l’informazione sul Concilio alla luce della grande rottura tra Giovanni e Paolo ed è quindi l’espressione dell’odio teologico nei confronti dell’opera di Benedetto di interpretare il Concilio come un Concilio che ha riespresso alcuni ripensamenti del linguaggio, ma ha mantenuto il pieno valore della struttura dogmatica e dottrinale della Chiesa cattolica dei due millenni. La scuola di Bologna, potenziata dalla forma teologica del san Raffaele di Milano, è il cuore di questo sentimento di rigetto anche in Italia e nell’Episcopato italiano. Nei mezzi di informazione come nella Chiesa. Ciò opera soprattutto nelle edizioni paoline. La sua realtà ha avuto dimensioni anche politiche ma proprio in politica è stata battuta. Ma anche in politica ha portato quel carisma dell’odio che la contraddistingue.

© Copyright Il Giornale, 17 marzo 2009 consultabile online anche qui.

13 commenti:

Anonimo ha detto...

Su questo articolo non firmato, *si badi bene il non firmato*, ci sarebbe un oceano di questioni da definire. Ma francamente non ne ho voglia. Per questo ne prendo una sola. Scrivere quello che è stato scritto di don Dossetti in relazione a Paolo VI, cari e care mie, è pura malafede e il fatto che ne "Il Giornale" di Mario Giordano questo articolo non sia firmato è fatto alquanto suspicioso. Ma qui mi fermo, perchè certe asserzioni fanno male solo a pronunciarle, quindi le lascio cadere e scivolare fino che non abbiano raggiunto la fogna.

Anonimo ha detto...

Vedo solo ora che lo scrivente dell'articolo sul Giornale è siglato nella seconda pagina, dove non era andato in quanto non mi ero accorto che esistesse una seconda pagina. Beh, allora è tutto spiegato. Si tratta di don Baget Bozzo che avete riportato voi in grande. Ritiro tutto e capisco e scusate l'inciampo. Il sapore acre di quella penna l'avrei dovuto cogliere al volo.

Scusate ancora, sempre Matteo.

Anonimo ha detto...

Il male che la teoria della rottura della scuola di Bologna ha fatto alla Chiesa è incalcolabile.

anonimo del pollaio ha detto...

La scuola di Bologna crede di essere l'unica retta interprete dell'ermeneutica conciliare.
Purtroppo la debolezza di Paolo VI e il laissez-faire,per conformismo e opportunismo mediatico,di Giovanni Paolo II hanno prodotto i risultati che vediamo:chiese vuote,sacchi di Roma e seminari con lunghi corridoi deserti.
Dio protegga sempre Benedetto XVI.

Anonimo ha detto...

Ciao, Raffa
Don Gianni oggi ha scritto un altro interessante articolo su La Stampa: Se questo è un Papa debole.
Mi è piaciuto A.M Valli su Europa "Il Papa Missionario".
Ti risparmio le cretinate che ho letto sui preti in tonaca e le recensioni su libri che parlano di peccati della chiesa. Intuisci senz'altro al fonte.
Alessia

Raffaella ha detto...

Grazie Alessia :-))
Ho letto i due articoli e constato che la soluzione proposta per la soluzione della carenza di preti e' sempre quella: abolizione del celibato a sacerdozio delle donne.
Che noia!
Si capisce come mai qualcuno veda come fumo negli occhi il rientro dei Lefebvriani :-)
R.

brustef1 ha detto...

Baget Bozzo è sostanzialmente un politologo e smaschera con coraggio il "fare politica" in senso secolare di finte accademie teologiche come la scuola di Bologna, che ha soprattutto fini politici, tant'è vero che ha espresso non preti o teologi, ma politici di centrosinistra. Il superamento di questa politica sessantottina e retriva è l'interpretazione, veramente teologica, che del Concilio dà Benedetto XVI. E' ora di finirla di mescolare politica e teologia: per grazia di Dio abbiamo, ora, un papa-teologo.

gianni ha detto...

Hai proprio ragione Brustef1!!!!!

Anonimo ha detto...

Hai proprio torto Brustef1, a mio avviso, s'intende. Non sapevo neanche dell'esistenza della "scuola di Bologna" e francamente è un orpello di cui non ne sentivo affatto la mancanza. Solo un etichetta o convenzione di linguaggio per rinforzare le proprie idee e mettere sotto luce sporca il proprio interlocutore, atteggiamento intellettuale e non solo, questo, molto sgradevole mio car*. Quel che mi pare di capire della cosiddetta nonchè presunta "scuola bolognese" (mi viene da ridere al sol pensarci) è che loro sono veramente politici e non personaggi che abitano le mura d'oltre Tevere. Indi per cui, chi è fuori luogo è proprio "l'amato" Baget Bozzo, in quanto "politologo". Come dire, te la canti, te la scrivi e te la suoni. Di questo passo non arriverai mai da nessuna parte, se non nell'arroccamento concentrico ulteriore dei tuoi pregiudizi che incastrano la Verità. Ahi, ahi, ahi!

Saluti, Matteo.

brustef1 ha detto...

Scusi, ma se lei ignora l'esistenza della scuola di Bologna (che è negare una ben nota realtà, mica me la sono inventata io, vada a chiedere a Prodi, per esempio), come fa a esprimere tutte le considerazioni successive sulla stessa? Dovrebbe inoltre sapere che i pregiudizi si basano sulla non-conoscenza, quindi sono tutti suoi. Distinti saluti

brustef1 ha detto...

PS Consulti un buon vocabolario alle voci "politico" e "politologo", vedrà che c'è una certa differenza

Anonimo ha detto...

E lei pensa di essersela cavata con così poco? Ma per favore... Io non ignoro l'esistenza di nulla, è che non mi aggrada il suo modo di argomentare le questioni così pieno di luoghi comuni che lascia intuire l'assenza di un pensiero proprio, seppur sfitto e scarico di originalità..
L'avverto che il sottoscritto non risponderà più ad ogni sua rerplica su questo argomento. Mi stia bene, e sappia che la ricorderò nelle preghiere al nostro Signore Gesù.

Matteo.

brustef1 ha detto...

Anch'io non risponderò più alle sue profonde osservazioni: non ho abbastanza dottrina per confutare uno che "non ignora l'esistenza di nulla". Beato lei.
PS E come diceva un mio benemerito professore di filosofia: basta così, la mia intelligenza è limitata, la presunzione e stupidità umane sono infinite