sabato 14 febbraio 2009

La comune condanna della Shoah rafforza le relazioni tra ebrei e cattolici (Testa)


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Il dopo Williamson

La comune condanna della Shoah rafforza le relazioni tra ebrei e cattolici

di Mirko Testa

L'udienza concessa questo giovedì da Benedetto XVI ai circa 60 rabbini della Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, è servita sicuramente ad una cosa: a capire cioè che la crisi nei rapporti ebraico-cattolici, apertasi con la recente revoca della scomunica al vescovo negazionista Richard Williamson, è stata in gran parte frutto di esagerazioni mediatiche.

Sì, perché al di là delle notizie allarmanti rimbalzate in maniera frenetica da un quotidiano all'altro, il dialogo tra le due parti non ha mai subito alcuna battuta di arresto. Anche in quest'ultima occasione, il papa è tornato a stigmatizzare nella maniera più assoluta il "crimine orrendo" della Shoah, auspicando che questo possa rafforzare la determinazione comune a "guarire le ferite che da troppo tempo affliggono le relazioni fra cristiani ed ebrei", ed ha rivelato di non aver rinunciato a recarsi in Terra Santa per il maggio di quest'anno, visita messa in forse il mese scorso dalla recrudescenza del conflitto israelo-palestinese.

"L'odio e il disprezzo per uomini, donne e bambini manifestati nella Shoah sono stati un crimine contro Dio e contro l'umanità", ha detto in maniera chiara il vescovo di Roma che è poi tornato a esprimere parole di dura condanna per "qualsiasi negazione o minimizzazione di questo terribile crimine è intollerabile e del tutto inaccettabile". Nel suo discorso il papa ha auspicato inoltre che si possa continuare a seguire il sentiero tracciato dalla dichiarazione conciliare "Nostra Aetate" del 1965 e "che la nostra amicizia divenga sempre più forte affinché l'impegno irrevocabile della Chiesa per relazioni rispettose e armoniose con il popolo dell'Alleanza portino frutti abbondanti".

Forti segnali di distensione nei rapporti bilaterali erano intanto giunti dal rabbino della Park East Synagogue di New York, Arthur Schneier, presidente dell'Appeal of Conscience Foundation, che nel suo indirizzo di saluto a Benedetto XVI all'inizio dell'udienza, aveva riconosciuto che "il nostro rapporto, basato sul solido fondamento del Vaticano II, può sopravvivere a periodiche battute d'arresto. Possiamo emergere ancora più forti per collaborare nell'affrontare le enormi sfide della nostra civiltà".

Mentre dal canto suo Alan Solow, presidente della Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, aveva chiesto al Papa di "continuare a denunciare l'antisemitismo in tutte le sue forme" e di "esortare i responsabili della Chiesa in ogni Paese a farne una priorità", aggiungendo poi che "il popolo e i responsabili di Israele l'attendono con ansia, così come noi".

Immediata e unanime, tuttavia, è stata la reazione positiva anche da parte del resto del mondo ebraico. In particolare, in una nota diramata subito dopo l'incontro, Avner Shalev, presidente dello Yad Vashem, il museo della Shoah d'Israele che Benedetto XVI visiterà nel maggio prossimo, ha evidenziato "l'inequivocabile dichiarazione del Papa che condanna la negazione dell'Olocausto e ogni tentativo di minimizzare la portata della Shoah", aggiungendo poi di "accogliere positivamente" questa "chiara condanna pubblica della Chiesa di ogni tipo di antisemitismo".
A scatenare le proteste da parte del mondo ebraico era stata la revoca, il 21 gennaio scorso, della scomunica comminata ai quattro vescovi della Fraternità sacerdotale di San Pio X ordinati senza mandato pontificio da mons. Marcel Lefebvre nel 1988, tra cui figura il nostro Williamson che in una intervista alla Tv svedese SVT , nel novembre 2008, aveva negato l'esistenza delle camere a gas nei campi di concentramento, e aveva ridotto a 300 mila il numero degli ebrei uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Va detto che i media per lo più hanno trascurato la vicenda nel suo aspetto puramente ecclesiale dato che il gesto del papa non presupponeva la riabilitazione nel ministero dei vescovi lefebvriani e andava inteso come la rimozione di un impedimento al dialogo con questo gruppo scismatico.

La notizia, da subito, aveva trovato terreno fertile a Israele dopo i dissapori suscitati da alcuni dichiarazioni del cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, che in una intervista concessa al "ilsussidiario.net" nei giorni dell'Operazione "Piombo fuso" contro Hamas, aveva paragonato Gaza a "un grande campo di concentramento".
A dare il via al balletto mediatico era stato, infatti, il quotidiano israeliano "Jerusalem Post" che aveva accennato all'intenzione del Rabbinato di Israele di interrompere "indefinitamente" i rapporti ufficiali con il Vaticano e di cancellare inoltre un incontro con la Commissione per le relazioni religiose della Santa Sede, in programma dal 2 a 4 marzo a Roma. In casa nostra, il caso Williamson aveva ulteriormente esacerbato gli animi già provati dalle controversie legate alla riformulazione voluta da Benedetto XVI della preghiera del Venerdì Santo presente nel Messale preconciliare del 1962 e suggerita per le comunità legate alla liturgia tradizionale come la Fraternità del vescovo Williamson. Allora, la Conferenza Rabbinica Italiana era arrivata a disertare per la prima volta la "Giornata dell'ebraismo" del 17 gennaio.
A gettare acqua sul fuoco, a un certo punto, era stata l'entrata in scena dello stesso cancelliere tedesco Angela Merkel, che aveva chiesto da parte del Vaticano e del papa un chiaro e netto rifiuto della Shoah. Successivamente la frattura era stata ricomposta con una telefonata tra i due nella quale si era chiarita la loro visione concorde sulla Shoah come monito per l'umanità. Successivamente, quando molti cominciavano a puntare il dito sulle inadempienze all'interno della Curia romana per come era stato gestito il caso a livello comunicativo, la Segreteria di Stato della Santa Sede aveva pubblicato una nota in cui spiegava in maniera definitiva che le dichiarazioni negazioniste del Vescovo Williamson erano sconosciute al papa al momento della remissione della scomunica, e che per questo il presule "dovrà prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni" "per una ammissione a funzioni episcopali nella Chiesa".
A chiarire poco dopo l'inconsistenza di certe paure era stata anche una intervista concessa a Sky Tg24 dal direttore generale del Rabbinato d'Israele, Oded Wiener, che con senso di realpolitik aveva affermato: "Non abbiamo interrotto i rapporti con il Vaticano anche perché credo sia qualcosa di fondamentale sia per noi sia per il Vaticano stesso". A ulteriore e definitiva conferma di ciò, il responsabile per il dialogo interreligioso in seno al Grande Rabbinato, il rabbino David Rosen, in una intervista rilasciata pochi giorni fa al quotidiano La Croix, ha dichiarato che "la presentazione fatta da certi media, secondo cui 'si sono rotti i rapporti', è falsa", e che il dialogo non si è mai fermato, né per il Comitato internazionale ebraico per le consultazioni interreligiose né per il Grande Rabbinato di Israele.
Nel frattempo, il vescovo Williamson è stato messo a tacere sulla questione dell'Olocausto e sollevato dai suoi doveri di direttore del seminario della Fraternità San Pio X in Argentina. Chiuse quindi le polemiche e archiviato il file. Ora si attende il viaggio del papa in Terra Santa - la terza di un successore di Pietro in queste terre, dopo quella di Paolo VI nel 1964 e quella di Giovanni Paolo II nel 2000 - , che da cardinale aveva messo piede a Israele l'ultima volta nel 1994. Diverse infatti, al di là della portata pastorale di un simile viaggio apostolico, le questioni all'ordine del giorno: come l'Accordo fondamentale tra Santa Sede e Israele del 1993 sui principi regolatori delle relazioni tra la Chiesa e lo Stato, la cui applicazione è stata rimandata a dopo la firma di una serie di accordi complementari come l'Accordo economico che tuttavia non ha ancora visto la luce. L'Accordo economico dovrebbe infatti toccare soprattutto la questione delle proprietà della Chiesa espropriate o sottoposte a servitù e la riconferma delle storiche esenzioni fiscali, che la Chiesa già possedeva al momento della nascita dello Stato di Israele nel 1948.
Mentre finora i negoziati hanno prodotto solo un Accordo giuridico di valore internazionale, non ancora trasformato in legge statale, firmato nel 1997 e che riconosce il riconoscimento civile della personalità giuridica della Chiesa e degli enti ecclesiastici ("Legal Personality Agreement"). Staremo a vedere.

© Copyright L'Occidentale, 14 febbraio 2009

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Vedo che non compare più il link al blog di Galeazzi.
Svista o non svista?

Antonio

Raffaella ha detto...

Decisione deliberata :-)
R.

gianni ha detto...

Condivido la decisione, anche se mi spiace...