sabato 14 febbraio 2009

Card. Bertone: "Le linee portanti del Magistero di Benedetto XVI"


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DISCORSO DEL CARD. TARCISIO BERTONE, SEGRETARIO DI STATO DEL SANTO PADRE

Palazzo diaconale di Santa Maria in Cosmedin
Mercoledì, 28 gennaio 2009


LE LINEE PORTANTI DEL MAGISTERO DI PAPA BENEDETTO XVI

Eminenze Reverendissime,
Eccellenze Reverendissime,
cari amici del Circolo di Roma
!

Grazie innanzitutto per l’invito che mi avete rivolto a intervenire a questo vostro significativo incontro. Grazie in primo luogo a Sua Eminenza il Card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo e al prof. Agostino Borromeo, Presidente di questo Circolo, che si sono fatti gentili tramite del vostro invito. Grazie per le cortesi e benevoli parole di saluto e di benvenuto che mi sono state indirizzate. Grazie anche perché, in questa gradita circostanza, mi offrite la possibilità di ricordare il grande pontefice Paolo VI, potremmo dire a conclusione delle celebrazioni per il 30° anniversario della sua morte, avvenuta il 6 agosto del 1978 a Castel Gandolfo. Fu lui, Mons. Giovanni Battista Montini, proprio 60 anni fa – e questo vogliamo ricordare con l’odierna commemorazione – a fondare il Circolo di Roma – era il 1949 – quando era Sostituto alla Segreteria di Stato. Mentre saluto con affetto tutti voi qui presenti, ho la gioia di trasmettervi l’affettuoso pensiero del Santo Padre, che di cuore invia a voi e alle persone a voi care la sua benedizione.
Sono lieto perché l’incontro di questa sera mi offre l’opportunità di conoscere meglio la vostra Associazione, la quale ha principalmente lo scopo di favorire la reciproca conoscenza e la migliore cooperazione di intenti fra personalità che svolgono una attività qualificata nella vita e nella cultura internazionale, ispirandola ad un’aperta testimonianza cattolica. Mi felicito con voi perché il vostro Circolo si propone, tra l’altro, di approfondire temi di attualità, di assumere iniziative che mirino al riavvicinamento tra cristiani in spirito ecumenico, ed organizza riunioni tra persone di diverse nazionalità per discutere di questioni o proposte nate da una concezione spirituale della vita. Ho visto con piacere che in questi sessant’anni di ininterrotta attività, innumerevoli sono state le personalità, italiane e non, che hanno preso la parola nelle riunioni del Circolo di Roma. Penso ai membri del Collegio Cardinalizio che mi hanno preceduto con loro conferenze: i Cardinali Francis Arinze, Edward Cassidy, Roger Etchegaray, Julian Herranz, Andrea di Montezemolo, Ignace Moussa I Daoud, Attilio Nicora, Crescenzio Sepe, Achille Silvestrini, Paul Poupard, ed Angelo Sodano, allora Segretario di Stato di Sua Santità. Ci sono pure alcuni Porporati defunti come Francesco M. Pompedda, Alfonso Lòpez Trujillo, Jan Peter Scotte, e il compianto Pio Laghi, recentemente scomparso. Ho notato che, in passato, hanno qui tenuto conferenze Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Robert Schuman e, in tempi recenti, Giulio Andreotti, Cornelio Sommaruga, Andrea Monorchio, Giovanni Maria Flick, Chiara Lubich, Andrea Riccardi, il Senatore Emilio Colombo. Anche per tutto questo mi sento particolarmente onorato di essere qui tra voi questa sera.

Vengo ora al tema che mi è stato affidato e che così sintetizzo: “Le linee portanti del Magistero di Papa Benedetto XVI”.
Un argomento che mi tocca da vicino, specialmente da quando il Santo Padre mi ha chiamato a collaborare strettamente al suo ministero nominandomi suo Segretario di Stato. Difficile poter offrire un quadro esaustivo su questo tema perché è come parlare di un’opera in costruzione. Tre anni e alcuni mesi sono ancora pochi per tracciare un bilancio di un pontificato, anche se possono bastare per intuirne i motivi di fondo e ricorrenti. Proprio questi cercherò di evidenziare, cogliendo gli elementi costitutivi di quello che potremmo chiamare il “leit motiv” del magistero e l’attività di Benedetto XVI.
Partirò da quanto il Papa stesso ebbe a dire il giorno dopo l’elezione, il 20 aprile 2005, al termine della santa Messa con i Cardinali nella Cappella Sistina, in un messaggio idealmente rivolto alla Chiesa universale. Egli così si espresse: “Nell’accingermi al servizio che è proprio del successore di Pietro, voglio affermare con forza la decisa volontà di proseguire nell’impegno di attuazione del Concilio Vaticano II, sulla scia dei miei predecessori e in fedele continuità con la bimillenaria tradizione della Chiesa”.
E ad ulteriore conferma di questo impegno, egli proseguiva dichiarando che la Chiesa di oggi deve ravvivare in se stessa la consapevolezza del compito di riproporre al mondo la voce di Colui che ha detto: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12)”. Precisava inoltre: “Nell’intraprendere il suo ministero, il nuovo Papa sa che suo compito è di fare risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo: non la propria luce, ma quella di Cristo” (Insegnamenti I, 2005, p.13).

Innanzitutto, il Concilio Vaticano II

Per capire il magistero dell’attuale Pontefice è indispensabile partire proprio dal Concilio Vaticano II e dall’interpretazione che di esso si è data e si continua a dare. Parlando alla Curia Romana in occasione del tradizionale incontro prima del Natale 2005, egli spiegò che nel periodo post-conciliare, di questo straordinario evento ecclesiale si sono come cristallizzate due diverse interpretazioni, tra loro contrastanti: due linee, due ermeneutiche contrarie; l’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. La prima è l’interpretazione che il Papa chiama “ermeneutica della discontinuità e della rottura”, che spesso si è avvalsa della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna.
L’altra è l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; “un soggetto – notava il Papa – che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”. L’ermeneutica della discontinuità parla di una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare ed asserisce che i testi del Vaticano II come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio, ma il risultato di compromessi con i quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili.
Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma negli slanci sottesi ai testi. E proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito.
Alcuni – aggiungeva il Papa - ritengono il Concilio una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova, ma questo è assurdo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la vita nel tempo e il tempo stesso. All’ermeneutica “della discontinuità” si oppone l’ermeneutica “della riforma”, come fu presentata da Giovanni XXIII nel suo discorso d’apertura del Concilio l’11 ottobre 1962, e poi da Paolo VI nel discorso di conclusione del 7 dicembre 1965.
È chiaro che questo impegno di esprimere in modo nuovo una determinata verità – precisava il Papa – esige una nuova riflessione su di essa e un nuovo rapporto vitale con essa; è chiaro pure che la nuova parola può maturare soltanto se nasce da una comprensione consapevole della verità espressa e che, d’altra parte, la riflessione sulla fede esige anche che si viva questa fede”.
Potremmo allora dire che non la rottura, ma la fedeltà dinamica è l’orientamento che deve guidare la recezione del Concilio perché porti frutti nuovi di santità e di rinnovamento sociale.

La visione e la missione della Chiesa

Ho indugiato sull’interpretazione del Concilio Vaticano II perché è a partire da quest’ottica che si comprende la realtà vera della Chiesa, popolo di Dio in cammino verso il Regno. Alla Chiesa, il Papa Benedetto XVI ha dedicato varie catechesi, omelie e discorsi, riprendendo integralmente, con profondità di dottrina a saggezza pastorale, quanto il Concilio afferma nei suoi testi e dichiarazioni, soprattutto nelle due Costituzioni sulla Chiesa: l’una dogmatica, Lumen gentium, e l’altra pastorale, Gaudium et spes. Missione della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, è annunciare e testimoniare a tutti Gesù Cristo, rivelazione definitiva del significato e del destino finale della vita. Per tale ragione, una costante del suo magistero è il richiamo alla dimensione soprannaturale e mistica della Chiesa. La sua prima Lettera Enciclica Deus caritas est è particolarmente incisiva da questo punto di vista: la Chiesa, la Chiesa dell’amore, è il popolo di quanti si riconoscono “amati nell’amato”, e mai pertanto può essere ridotta ad agenzia sociale, dove il servizio agli altri sia giustificato da motivazioni di impegno professionale, o di interesse economico, o anche da principi umanitari generici. La Chiesa è la comunità di quanti riconoscono la sorgente della carità, che li spinge ad agire, non in se stessi ma in Dio, rivelatosi in Gesù Cristo.

Servitore dell’unità

Questa visione soprannaturale motiva e sostiene anche l’incessante tensione del Pontefice verso la riconciliazione e l’unità all’interno della Chiesa cattolica e l’ecumenismo, il paziente dialogo con le altre Chiese e Comunità ecclesiali. Per comprendere le ragioni di questo anelito, occorre riferirsi all’omelia pronunciata in occasione della solenne inaugurazione del suo Pontificato, quando in Piazza san Pietro Benedetto XVI disse che “esplicito” compito del Pastore è “la chiamata all’unità” e, commentando la parabola evangelica della pesca miracolosa, affermò testualmente: “sebbene fossero così tanti i pesci, la rete non si strappò”. Subito dopo proseguì, quasi in tono supplichevole: “Ahimè, Signore, essa ora si è strappata, vorremmo dire addolorati”. E continuò: “Ma no – non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa che non delude e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l’unità che tu hai promesso…non permettere, Signore, che la tua rete si strappi e aiutaci ad essere servitori dell’unità” .

Ricucire i fili strappati della rete di Cristo, che è la Chiesa: ecco lo scopo che ha motivato vari suoi interventi tendenti alla riconciliazione e all’unità dei cattolici.

Penso qui alla lettera ai Cinesi, che per la prima volta, dopo lunghi anni di forzata lontananza, ha offerto la possibilità al Successore di Pietro di rivolgersi ai pastori e ai fedeli di quella Chiesa, per avviare un cammino di comunione e di nuova evangelizzazione. “Con questa Lettera – scrisse Benedetto XVI – vorrei offrire alcuni orientamenti in merito alla vita della Chiesa e all’opera di evangelizzazione in Cina, per aiutarvi a scoprire ciò che da voi vuole il Signore e Maestro, Gesù Cristo, la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana” (cfr.Introduzione alla Lettera).

Analogo motivo ha spinto Benedetto XVI a pubblicare il Motu proprio Summorum Pontificum con cui viene concessa più larga facoltà di utilizzare la liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970 da Paolo VI.
Nella lettera che l’accompagnava, egli scrisse che oggi dobbiamo fare “tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in questa unità o di ritrovarla nuovamente”.
In questa stessa linea si colloca infine l’ultimo più recente gesto compiuto verso i seguaci di Lefebvre, rimettendo la scomunica ai quattro Vescovi ordinati da lui nel 1988 senza mandato pontificio. “Ho compiuto questo atto di paterna misericordiaha spiegato il Papa proprio oggi durante l’udienza generale - perché ripetutamente questi presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare”. Ed ha aggiunto: “Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II”.

Un costante anelito verso l’unità di tutti i cristiani

L’obiettivo di raggiungere l’unità dei cristiani, che fu già tanto caro al Servo di Dio Giovanni Paolo II, vede Benedetto XVI attento a promuovere gesti di sereno dialogo e di comunione con esponenti delle Chiese ortodosse e delle altre confessioni e comunità ecclesiali. Significativa è stata in tal senso la partecipazione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I alla liturgia della solennità dei Santi Pietro e Paolo il 29 giugno del 2008 nella Basilica Vaticana, in occasione dell’Anno Paolino, quando il Patriarca Ecumenico tenne un’omelia introdotta dal Santo Padre. Salutandolo, Benedetto XVI espresse la sua gioia di avere ancora una volta l’opportunità di scambiare con lui il bacio della pace, nella comune speranza di vedere avvicinarsi il giorno dell’“unitatis redintegratio”, il giorno della piena comunione. Il Patriarca Ecumenico è tornato in Vaticano durante il recente Sinodo dei Vescovi ed ha tenuto un intervento particolarmente rilevante nel corso di un incontro di preghiera nella Cappella Sistina. La Chiesa – sottolinea spesso il Papa –, l’intero popolo cristiano deve accogliere nella loro integrità gli elementi dell’annuncio evangelico e della tradizione cattolica, per poterne manifestare anche nel mondo odierno la forza spirituale rinnovatrice. Ma per riuscire in tale compito non deve mai perdere il centrale riferimento a Cristo.

Gesù Cristo

In questa nostra epoca, su Gesù Cristo sono uscite e ancora compaiono molte pubblicazioni, con visioni contrastanti; alcune poi riprendono antiche teorie esoteriche. Si capisce, anche per questo, perché sia insistente l’invito di Benedetto XVI a conoscere Gesù nella sua verità storica per poterlo incontrare nel suo mistero di salvezza. A questo mira il libro Gesù di Nazaret pubblicato nel maggio 2007 – un volume di oltre 400 pagine e dieci capitoli che vanno dal Battesimo di Gesù alla Trasfigurazione –del quale si attende il preannunciato seguito. Quest’opera dice tutta la passione che nutre per Gesù Cristo Papa Benedetto. Per lui, il Gesù dei Vangeli è figura storicamente affidabile e convincente per ogni uomo di qualsiasi cultura che si avvicini ai racconti evangelici senza pregiudizi. Un certo tipo di ricerche su Cristo lo ha ridotto ad una figura dai contorni sempre meno definiti, con la conseguenza di allontanarlo sempre più da noi e di rendere drammaticamente incerta la base della stessa fede. Benedetto XVI ha avvertito l’urgenza di riaffermare con forza che Gesù, il Figlio di Dio fattosi uomo per la nostra salvezza, di cui ci parlano i Vangeli, non è un personaggio uscito dalle pie riflessioni degli Evangelisti; è realtà storicamente verificabile, persona con cui ogni uomo è chiamato a confrontarsi. Tutta la nostra fede cristiana, egli ripete spesso, poggia su Cristo morto e risorto. Egli è vivo come ieri anche oggi. Sempre! E chi segue Gesù Cristo, dunque, non abbraccia in primo luogo una dottrina, non segue un’ideologia, ma incontra una Persona.

Fede e ragione

Occorre che questa nostra fede sia solida per dialogare con la modernità; essa non può essere ridotta, come alcuni vorrebbero, ad un mero sentimento privato, sganciandola dalla storia sia individuale che collettiva. Si comprende perciò l’importanza che nel magistero di Papa Benedetto riveste il fondamento razionale della fede ed il rapporto che esiste tra la fede e la ragione. C’è una sfida nei tempi moderni che va ben evidenziata; egli l’aveva già indicata nell’omelia della celebrazione eucaristica immediatamente prima dell’apertura del Conclave, quando denunciò la “dittatura del relativismo”.
Per uscire dal relativismo culturale, etico e dottrinale, nel quale Papa Benedetto individua la radice degli errori che minacciano l’umanità contemporanea, è indispensabile confrontarsi con il fatto religioso e aprirsi al messaggio di salvezza rivelato da Cristo. Come non fare riferimento alla magistrale lezione tenuta il 12 settembre 2006 a Regensburg, dove un tempo egli aveva insegnato teologia, lezione che è stata distorta da una falsa interpretazione dovuta a una superficiale e strumentale lettura? Indicativo già il titolo: “Fede, ragione e Università”. Il Papa affronta coraggiosamente una tematica tanto importante quanto poco seriamente approfondita e ricorda che Dio è Logos, la stessa Ragione creatrice. E nota, tra l’altro, che ogni forma di fondamentalismo religioso è incoerente con la razionalità intrinseca di Dio stesso. Fede e ragione, secondo Papa Benedetto, hanno bisogno l’una dell’altra; la ragione presuppone la fede e la fede richiede il supporto della ragione; entrambe insieme aiutano l’uomo a raggiungere la verità. Il suo invito è quindi a un dialogo costruttivo e fecondo, a un incontro tra fede e ragione, tra scienza e fede. Ed in questo incontro il cristiano non ha niente da nascondere e niente da temere: la fede in Cristo, infatti, non toglie nulla alle ricche potenzialità della ricerca della ragione umana.
Nella catechesi del 14 gennaio scorso, commentando gli scritti dell’apostolo Paolo nel contesto dell’Anno Paolino, ha affermato che “Cristo non teme nessun eventuale concorrente, perché è superiore a qualsivoglia forma di potere che presumesse di umiliare l’uomo”. Ed ha aggiunto che “anche nel nostro mondo, con le sue tante paure, dobbiamo imparare che è Lui, Cristo, sopra ogni dominazione, il Salvatore del mondo”. Questa chiarezza e fermezza nel proporre la fede in Cristo è certamente un elemento essenziale nel magistero del Papa. Per dialogare con le culture, per l’inculturazione della fede è indispensabile sapere da dove nasce la nostra fede; in che consiste la nostra fede; è indispensabile fare costantemente ritorno a Cristo, che ci ha rivelato con il suo sacrificio il volto vero dell’Amore, l’autentico volto di Dio che è Amore.

L’enciclica Deus caritas est

Poiché questo – l’affermazione che Cristo ci ha rivelato il volto di Dio Amore – costituisce uno dei punti centrali attorno ai quali ruota tutto il patrimonio di fede e di dottrina del cristianesimo, non sorprende il fatto che la prima Enciclica, Deus caritas est, abbia trattato proprio il tema dell’Amore. Ed è notevole l’impatto che essa ha avuto ed ha tuttora con la pubblica opinione, e non solo presso i cattolici. Abbiamo creduto all’amore di Dio, esordisce il Papa, e a partire da questa esperienza vitale, il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. Specificando poi: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. “E’ mio desiderio – egli spiega ancora – insistere su alcuni elementi fondamentali, così da suscitare nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana all’amore divino” (n. 1). Mi rendo conto che questi argomenti richiederebbero ben altri approfondimenti, ma il tempo limitato mi obbliga ad andare veloce: ecco perché ora accennerò solo brevemente ad altre tematiche emergenti nel magistero di Benedetto XVI.

L’Eucaristia mistero da credere, da celebrare, da vivere

Rispondendo alle domande dei giornalisti che viaggiavano con lui in occasione di uno dei primi pellegrinaggi apostolici, il Papa ebbe a dire: “Il cristianesimo non è una collezione di divieti: è una scelta in positivo. Ed è molto importante che ci ricordiamo questo, perché si tratta di un’idea che oggi è stata quasi completamente abbandonata”. Come dire: essere cristiani domanda il coraggio di una scelta, che è risposta a una vocazione. Vocazione esigente e scelta responsabile, che domanda coerenza nel viverla ogni giorno. In questo modo si è “lievito” evangelico, “sale” e “luce” della terra come Gesù chiede ai suoi discepoli di tutti i tempi; solo così non si cade in quel conformismo che scende a compromessi con il mondo, che si “inginocchia davanti al mondo”, come ebbe a scrivere Jacques Maritain. Per questa coerenza nella testimonianza cristiana è indispensabile l’esperienza personale di Cristo, incontrarlo specialmente nel mistero eucaristico. Memorabile resta l’omelia conclusiva che egli tenne a Colonia, in Germania, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù nell’agosto 2005, quando, parlando dell’Eucaristia, il dono che Cristo ha fatto di se stesso sotto le specie del pane e del vino, e descrivendo le conseguenze di questo dono al milione di giovani che lo ascoltavano, usò la metafora della “fissione nucleare nel più intimo dell’essere”.
Anche l’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, che contiene le conclusioni del Sinodo dei Vescovi sull’Eucarestia, tenutosi in Vaticano nell’ottobre del 2005, presenta la più articolata riflessione del Papa sull’Eucaristia, che è mistero da credere, da celebrare, da vivere, da annunciare, da testimoniare e da offrire al mondo.

Proclamare e vivere la speranza

Il cristiano non può mai essere pessimista, anche dinanzi alle situazioni più complesse e difficili in cui si trova a vivere e operare: sua missione è annunciare la speranza. La speranza! Quanto ce n’è bisogno oggi! Con sollecitudine profetica Benedetto XVI, nel 2007, ha fatto dono alla Chiesa e al mondo della sua seconda Enciclica dedicata proprio a questo tema: la Spe salvi. Il presente, anche quello faticoso, afferma il Pontefice, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta, e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se essa è così grande da giustificare la fatica del cammino (n. 1). Noi cristiani, ci ricorda il Papa, abbiamo una speranza affidabile: Dio. Il suo amore, resosi tangibile in Cristo, giunge fin nell’aldilà, e va oltre il confine della morte. Questa è stata una convinzione fondamentale della cristianità attraverso tutti i secoli e resta anche oggi una confortante esperienza. Ecco perché la nostra speranza, commenta il Papa, è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri (n. 48). Animato da questa speranza, il cristiano la veicola con la sua esistenza dappertutto: in famiglia, nella società, nell’impegno per la giustizia, nella lotta alle povertà materiali e spirituali, nello sforzo per costruire la pace. Tutti questi temi riemergono nei discorsi del Papa ai vescovi, ai politici, alle varie categorie sociali, nei suoi “appelli” all’Angelus domenicale, nei Messaggi per la Giornata della Pace del 1° gennaio di ogni anno, ecc. ecc..

Il dialogo interculturale e interreligioso

Nel magistero di Benedetto XVI affiorano altri temi di carattere etico e sociale sui quali mi piacerebbe soffermarmi: ad esempio la dignità umana, la difesa della vita, la tutela della famiglia fondata sul matrimonio. Il concetto della dignità della persona umana, creatura di Dio, sta alla base di ogni dialogo sui valori della civiltà e sui rapporti interculturali. Si è tenuto nel dicembre scorso in Vaticano un convegno di studio su “Culture e religioni in dialogo”. Nel suo messaggio ai convegnisti il Papa osserva che “nel contesto odierno, in cui sempre più spesso i nostri contemporanei si pongono le domande essenziali sul senso della vita e sul suo valore, è importante riflettere sulle antiche radici, perciò il tema del dialogo interculturale e interreligioso emerge come una priorità, specialmente per l’Unione Europea”. “Per essere autentico, continua il Papa, tale dialogo deve evitare cedimenti al relativismo e al sincretismo ed essere animato da sincero rispetto per gli altri e da generoso spirito di riconciliazione e di fraternità”. Occorre insieme impegnarsi a ricercare vie nuove per affrontare in modo adeguato le grandi sfide che contrassegnano l’epoca post-moderna. E tra queste, nota il Papa, la difesa della vita dell’uomo in ogni sua fase, la tutela di tutti i diritti della persona e della famiglia, la costruzione di un mondo giusto e solidale, il rispetto del creato, il dialogo interculturale e interreligioso. La sua attenzione al dialogo con le religioni manifesta una particolare sensibilità nei confronti dell’ebraismo, e questo fin dall’inizio del suo Pontificato, quando, incontrando la delegazione dell’International Jewish Committee on interreligious consultations, espresse la sua volontà di continuare a migliorare i rapporti con il popolo ebraico (Insegnamenti, I [2005], p. 217). Desiderio di dialogo ha più volte manifestato – si pensi ad esempio al viaggio pastorale in Turchia – anche con l’islam e con altre religioni.

I viaggi apostolici: strategia e geografia

E con quest’accenno al viaggio apostolico in Turchia, che era stato preceduto da tanta preoccupazione e incertezze, mi avvio a toccare un ultimo aspetto dell’attività di Benedetto XVI.

Mentre ci incamminiamo verso i quattro anni di pontificato, lo stupore prende il sopravvento scoprendo che Benedetto XVI non si è risparmiato da quando è alla guida di tutta la Chiesa, e con coraggio ha fatto sentire la sua voce in numerose occasioni, specie nei viaggi pastorali, consapevole che se anche talora potrebbe sembrare una “voce che grida nel deserto”, in realtà egli è profeta ascoltato e accolto da milioni di persone non come una “star” del momento, bensì come l’umile lavoratore posto a capo della vigna del Signore.

Egli è persuaso di dover parlare a tutti in nome di Cristo. Come non ricordare perciò il memorabile viaggio per la GMG a Colonia nel 2005 e l’anno scorso a Sydney, per incontrare i giovani ed esortarli ad accogliere l’invito del Maestro che li chiama ad essere suoi testimoni fino agli estremi confini della terra. Ai giovani ha parlato come un padre e un saggio educatore, senza temere di apparire scomodo nel proclamare verità esigenti che oggi quasi nessuno osa proporre alla gioventù. Ma Benedetto XVI ha un’unica preoccupazione: confidare alle nuove generazioni il segreto duraturo della felicità che è Cristo, mettendoli in guardia dalle insidie del nichilismo e delle mode passeggere della società edonista.

Con i grandi della terra, come è accaduto nei viaggi negli Stati Uniti d’America, all’ONU, in Turchia, in Francia si rapporta con l’attitudine semplice e cordiale di chi è portavoce d’un messaggio di speranza che è per tutti. Pellegrino a Lourdes e ancor prima al Santuario di Mariazell egli ha invitato l’umanità, che sembra smarrita di fronte agli eventi del momento, a ricorrere al sostegno di Maria, nostra madre premurosa e vigile. In Brasile ha sperimentato il calore dell’accoglienza dei popoli latinoamericani ed ha meglio conosciuto le speranze e le attese di quelle Chiese prendendo parte ai lavori della Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano; mentre a Valencia, nell’incontro mondiale delle Famiglie, ha ribadito che “la famiglia è l’ambito privilegiato dove ogni persona impara a dare e ricevere amore”. Che dire poi del suo legame affettivo con Giovanni Paolo II? Lo ha commemorato in più circostanze e particolarmente quando si è recato in visita pastorale in Polonia. Gratitudine, riconoscenza, amore, sono le parole che legano, in un ideale filo d’oro, i pellegrinaggi internazionali di Papa Benedetto: sentimenti che egli, nei suoi vari interventi, esprime a Gesù innanzitutto, poi alla Vergine, agli uomini e alle donne che si sono spesi per portare a tutti l’annuncio di pace e salvezza del Redentore. Questa è anche la cifra, il significato che possiamo scorgere quale motivazione delle visite pastorali compiute fino ad oggi nelle parrocchie di Roma e in Italia: Bari, Manoppello, Verona, Vigevano e Pavia, Assisi, Loreto, Velletri, Napoli, Savona e Genova, Santa Maria di Leuca e Brindisi, Cagliari e Pompei. A Verona, nel 2006, incontrando la Chiesa italiana riunita in convegno, ha invitato a porre al centro della vita del cristiano la risurrezione di Cristo, come “il salto decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui, anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo: per questo – il Santo Padre continuava – la risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana, dall’inizio e fino alla fine dei tempi”.

Con la forza di queste parole egli si è reso sempre più fedele interprete e audace testimone delle responsabilità che Cristo ha affidato a ciascuno di noi, secondo la grande fantasia dello Spirito, per continuare a diffondere il Vangelo di salvezza come lieta notizia agli uomini e alle donne di oggi e di domani.

Conclusione

Riconosco che questo è solo uno sguardo sommario e me ne scuso. Altri aspetti andrebbero evidenziati nell’attività del Santo Padre, oggi quanto mai necessaria per educare, illuminare e guidare tutti noi a rispondere con una coraggiosa testimonianza di vita alle numerose sfide dell’epoca post-moderna. Non posso però terminare senza accennare alla profonda spiritualità che anima questo pontificato, ai richiami costanti al primato dello spirito, della preghiera, della Parola di Dio nei suoi incontri con sacerdoti e laici. E poi il suo amore per la Madonna: nei suoi pellegrinaggi in Italia sembra privilegiare proprio località dove la presenza di Maria è venerata ed amata. A Lei, la celeste Madre della Chiesa, affidiamo il ministero di Benedetto XVI: sia Lei a sostenerlo e guidarlo sempre nel delicato e gravoso compito di Vescovo di Roma e di Pastore Universale.
Grazie ancora a tutti voi, cari amici, per avermi pazientemente seguito. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie e sostenga la vostra attività. Possa il vostro Circolo di Roma trarre, dalle celebrazione del suo 60° anniversario, rinnovato entusiasmo per continuare il suo cammino prospero e fecondo.

http://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/card-bertone/2009/documents/rc_seg-st_20090128_circolo-roma_it.html

1 commento:

sam ha detto...

Bellissimo e monumentale.
Lo dico da persona che nelle scorse settimane aveva anche usato - a questo punto impropriamente - delle parole di delusione nei riguardi del Card.Bertone.
Mi sbaglio o nessuno aveva rilanciato e dato adeguato risalto (anche a livello vaticano) a questo intervento?
Esso rappresentava molto più di una difesa.
Piuttosto rendeva ragione, in tutta la sua grandezza, santità e coerenza, all'azione del nostro straordinario Pontefice, al di là di ogni faziosa, strumentale e spaventata reazione dei poteri oscuri e dei media che se ne fanno portavoci.