lunedì 9 febbraio 2009

L'Angelus di Benedetto XVI: Gli uomini, la sofferenza e la malattia (Sir)


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Gli uomini, la sofferenza e la malattia

Fabio Zavattaro

Di fronte alla sofferenza, al dolore, alla morte, quante volte abbiamo sentito dire che vane sono state le preghiere. L’angoscia e il dubbio lentamente trovano spazio e ci domandiamo: perché Dio ha voluto questo? È davvero questa la sua volontà?
Domande, interrogativi che papa Benedetto mette in evidenza nella sua riflessione domenicale, dedicata alla Giornata mondiale del malato, 11 febbraio. E questo perché nella cultura del nostro tempo, il tema della sofferenza e della morte è praticamente rimosso: se ne parla solo occasionalmente. Gli ultimi giorni dell’esistenza terrena si consumano quasi sempre in ospedale, certo per dare migliori cure alla persona cara. Ma è indubbio che essendo “lontano” da casa il malato, la malattia diventa un qualcosa di “lontano da noi”. E poi la medicina con le sue sempre nuove capacità ci porta a considerare la malattia un incidente di facile soluzione, prospettandoci quasi una sorta di immortalità fisica. Salvo poi accorgerci che non è sempre così. Per questo la civiltà di una società si misura anche dalla sua capacità di salvaguardare, accompagnare e proteggere colui che ha bisogno di cure e di assistenza, soprattutto le persone più deboli e coloro che sono maggiormente in difficoltà.
Nell’Angelus domenicale papa Benedetto ricorda come nei Vangeli ci viene presentata l’esperienza della guarigione di molti malati da parte di Cristo. Ed è proprio attraverso queste guarigioni che Cristo ci invita a riflettere sul senso e sul valore della malattia, in ogni situazione in cui l’essere umano può trovarsi.
“Nonostante che la malattia faccia parte dell’esperienza umana, ad essa non riusciamo ad abituarci, non solo perché a volte diventa veramente pesante e grave, ma essenzialmente perché siamo fatti per la vita, per la vita completa”. Così quando ci troviamo di fronte alla morte o alla sofferenza non troviamo quasi le parole e non ci basta pensare a Dio come pienezza di vita. Ma Gesù non lascia dubbi, dice il Papa: Dio “è il Dio della vita, che ci libera da ogni male. I segni di questa sua potenza d’amore sono le guarigioni che compie: dimostra così che il Regno di Dio è vicino restituendo uomini e donne alla loro piena integrità di spirito e di corpo”. Ma queste guarigioni sono segni da interpretare; segni che ci guidano verso Dio “e ci fanno capire che la vera e più profonda malattia dell’uomo è l’assenza di Dio, della fonte di verità e di amore. E solo la riconciliazione con Dio può donarci la vera guarigione, la vera vita, perché una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita”.
Dietro la sofferenza c’è sempre un volto di uomo e di donna, un volto segnato dal dolore, rigato dalle lacrime; il volto di un padre, di una madre, di un marito, di una moglie, di un figlio, di un amico.
Ma la morte resta, esiste. Tutti gli esseri umani devono morire. “Perché Dio lo vuole?” si chiede il cardinale Carlo Maria Martini nelle sue “Conversazioni notturne a Gerusalemme”. E spiega: “Con la morte di suo figlio avrebbe potuto risparmiare la morte agli altri uomini. Soltanto in seguito un concetto teologico mi è stato di aiuto nel mio travaglio: senza la morte non saremmo in grado di dedicarci completamente a Dio. Terremmo aperte delle uscite di sicurezza, non sarebbe vera dedizione. Nella morte, invece, siamo costretti a riporre la nostra speranza in Dio e a credere in lui. Nella morte spero di riuscire a dire questo sì a Dio”.
La morte, la sofferenza. Le cronache di questi giorni ci portano storie di vite spezzate, violate; ci dicono di uomini che per gioco bruciano un altro uomo; ci raccontano, infine, della lotta silenziosa di una donna che, da 17 anni in coma, continua a dare piccoli segni di vita. Dice il Papa: “Preghiamo per tutti i malati, specialmente per quelli più gravi, che non possono in alcun modo provvedere a se stessi, ma sono totalmente dipendenti dalle cure altrui: possa ciascuno di loro sperimentare, nella sollecitudine di chi gli è accanto, la potenza dell’amore di Dio e la ricchezza della sua grazia che ci salva”.
Angelus, dicevamo, che ricorda la Giornata del malato, e che quest’anno, nel messaggio, il Papa mette in primo i bambini, le creature più deboli e indifese. Piccoli esseri umani malati e sofferenti, “che portano nel corpo le conseguenze di malattie invalidanti” e che lottano con mali ancora inguaribili. Bambini feriti nel corpo e nell’anima “a seguito di conflitti e guerre”, vittime innocenti dell’odio di insensate persone adulte. I ragazzi di strada, “privati del calore di una famiglia e abbandonati a se stessi”; bambini violati nella loro innocenza “da gente abietta”; bambini, ancora, “che muoiono a causa della sete, della fame, della carenza di assistenza sanitaria, come pure i piccoli esuli e profughi dalla propria terra”.
Se Dio è il Dio della vita che ci libera da ogni male, questo significa che non abbandona mai i suoi figli nella prova, “ma sempre li rifornisce di mirabili risorse di cuore e di intelligenza per essere in grado di fronteggiare adeguatamente le difficoltà della vita”. Allora è importante affermare con forza “l’assoluta e suprema dignità di ogni vita umana”.
Di qui, infine, la preghiera del Papa, all’Angelus, per “tutti i malati, specialmente per quelli più gravi, che non possono in alcun modo provvedere a se stessi, ma sono totalmente dipendenti dalle cure altrui: possa ciascuno di loro sperimentare, nella sollecitudine di chi gli è accanto, la potenza dell’amore di Dio e la ricchezza della sua grazia che salva”.

© Copyright Sir

1 commento:

Anonimo ha detto...

Cara Raffaella e cari amici del blog, , che bell'articolo di Ferrara sul "foglio on line" di oggi ("Che branco di mascalzoni questi gentiluomini che si dicono laici") forte, dai toni arrabbiati, pieno anche di invettive, ma sincero e disperato, un grido affinchè Eluana sia sottratta a quell'orribile destino di morte. Questo articolo è un chiarissimo esempio da cui si evince che i valori pro-life non sono monopolio della Chiesa cattolica, la quale, per dirla con il padre di Eluana, li vorrebbe "imporre" a tutti.