venerdì 5 dicembre 2008

L'enciclica sulla dottrina sociale può aspettare. Ma non la scommessa sui paesi poveri (Magister)


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L'enciclica sulla dottrina sociale può aspettare. Ma non la scommessa sui paesi poveri

È ciò che propone Ettore Gotti Tedeschi dalla prima pagina del giornale vaticano. Finanziare consumi e investimenti per due o tre miliardi di persone che attendono solo di migliorare la loro vita. L'esempio del microcredito

di Sandro Magister

ROMA, 5 dicembre 2008 – A intervalli ricorrenti si inseguono le voci su una vicina nuova enciclica di Benedetto XVI, dedicata questa volta alla dottrina sociale della Chiesa.
Sono voci che non mancano di fondamento. L'ultima enciclica socioeconomica – la "Centesimus annus" di Giovanni Paolo II – risale al 1991 ed è considerata da molti, in curia, invecchiata.
Gli uffici vaticani più impegnati sul tema, in particolare il pontificio consiglio della giustizia e della pace presieduto dal cardinale Renato Martino, si sono fatti un punto d'onore di strappare a papa Joseph Ratzinger un documento più al passo con i tempi.
In realtà, più che invecchiata, la "Centesimus annus" non è stata mai seriamente accettata dall'insieme del corpo cattolico e della gerarchia. È stata giudicata troppo amica del sistema capitalista. L'odierno crollo dell'economia mondiale è ritenuto da molti una convalida di quel giudizio negativo.
Sta di fatto che sulla scrivania di Benedetto XVI sono già arrivate tre successive bozze della nuova enciclica sociale. E tre volte il papa le ha rimandate indietro, insoddisfatto.

Da teologo, Ratzinger si è occupato solo marginalmente di dottrina sociale e di questioni economiche. Da papa, ha dedicato la sua prima enciclica alla carità e la seconda alla speranza. Coerentemente, uno si aspetterebbe che dedichi la terza alla fede, piuttosto che alla dottrina sociale.

D'altra parte, alcuni spunti di dottrina sociale si trovano già nella seconda parte della "Deus caritas est", la parte di quell'enciclica che più risente del lavoro degli uffici vaticani.

Integralmente ratzingeriane sono invece la prima parte della "Deus caritas est" e l'intera "Spe salvi". Sembra difficile che Benedetto XVI voglia apporre la sua firma a una terza enciclica che non dica niente di originale e non rechi la sua fortissima impronta personale.

In più, non va trascurato l'effetto sorpresa. La "Spe salvi" nessuno se l'aspettava. Il papa la scrisse in solitudine e la promulgò senza nemmeno farla passare da un "editing" della curia. Niente vieta che anche la prossima sua enciclica sia un fuori programma.
Ma allora non c'è nulla da aspettarsi, tra breve, dalla Santa Sede, su questioni che pure sono al centro degli odierni sconvolgimenti dell'economia mondiale?
Sì e no. Sull'imminente arrivo di un enciclica papale è d'obbligo esser cauti. Ma a livelli inferiori di autorità il Vaticano non è muto.
Lo scorso 22 novembre, ad esempio, il pontificio consiglio della giustizia e della pace ha pubblicato un documento su finanza e sviluppo che ha occupato due pagine intere de "L'osservatore Romano". Il lunghissimo documento – ambiziosamente intitolato "Un nuovo patto per rifondare il sistema finanziario internazionale" – si è proposto come preparatorio alla conferenza promossa dalle Nazioni Unite a Doha dal 29 novembre al 2 dicembre 2008.
Il destino di questi documenti curiali è però quello di non lasciare alcuna traccia di sé. Pochissimi li leggono. E chi li legge deve resistere agli sbadigli.
Più efficace è invece un'altra modalità con cui la Santa Sede si esprime. Da qualche mese "L'Osservatore Romano" ha un columnist di prim'ordine sulle questioni dell'economia mondiale: Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere, presidente in Italia del Banco Santander Central Hispano.
Gotti Tedeschi è cattolico ma non è uomo di curia. Anzi, in curia i più guardano a lui con distacco critico. Scrive sotto la sua personale responsabilità. Ma ciò che scrive fa davvero pensare. È lucido nelle analisi e originale nelle proposte di soluzione. Insomma, le sue DUE brevi colonne incidono molto di più di pagine e pagine di documenti scialbi.
Eccone qui di seguito una prova. È la nota da lui pubblicata giovedì 4 dicembre, sulla prima pagina del giornale del papa:

Sviluppo e crisi finanziaria. La bolla che ci salverà

di Ettore Gotti Tedeschi

Per assorbire la bolla finanziaria che sta minacciando il mondo intero, si pensa negli Stati Uniti di produrne una nuova – legata forse all'energia o al mercato automobilistico – utilizzando l'unica liquidità disponibile, cioè quella cinese. La nuova bolla probabilmente ignorerà ancora di più quella parte del mondo esclusa dal benessere. Si potrebbe invece avviare un processo economico creativo di dimensione planetaria che ristabilisca una crescita più sostenibile. In altre parole, una bolla di solidarietà che coinvolga i paesi poveri. Una bolla umanitaria che corregga l'errore della passata bolla di sviluppo egoistico, frutto della crisi di valori dell'uomo.

I fenomeni economici attualmente più preoccupanti, oltre alla crisi di liquidità, sono: la difficoltà di accedere al credito a causa delle prospettive di recessione; l'andamento negativo delle borse; il crollo della domanda e dei consumi; la conseguente sovracapacità produttiva inutilizzata e la crescita dei costi fissi non assorbiti; lo spettro della disoccupazione. Come si potrebbe ristabilire l'equilibrio tra produttività, occupazione e conseguente potere di acquisto, sostenendo l'attività delle imprese quotate in borsa?

Una risposta coraggiosa e non a breve termine c'è: valorizzando la domanda potenziale dei paesi poveri, mettendoli in condizione di partecipare al piano di risanamento globale grazie alla loro domanda inespressa, una domanda totalmente da sorreggere e finanziare. Si tratta, appunto, di un progetto di bolla umanitaria. Resta però il problema di come finanziarla.

La bolla finanziaria sostenuta fino a poco tempo fa negli Stati Uniti – quella dei mutui "subprime" – si fondava sulla speranza di crescita del reddito e sulla crescita del valore immobiliare, sottovalutandone però il rischio. La bolla umanitaria si potrebbe analogamente fondare sulla speranza di crescita del reddito e del valore degli investimenti in paesi popolati da persone desiderose di migliorare e piene di dignità. L'Asia ha liquidità, gli Stati Uniti hanno tecnologia, l'Europa cuore, idee e iniziative imprenditoriali medio-piccole. I paesi poveri hanno due o tre miliardi di candidati al progresso economico su cui investire in un'ottica a lungo termine.

Perché, quindi, invece di un'altra bolla correttiva, egoistica e a breve termine, non si pensa a una bolla solidale a lungo termine, che generi la crescita di produzioni e manodopera, finanziando i consumi e gli investimenti nei paesi poveri? Che permetta in alcuni anni a circa tre miliardi di persone di partecipare alla crescita dell'intero sistema economico? Persone che però sono pronte, da subito, a esprimere una domanda essenziale per l'occidente, nonché a esser coinvolte in progetti infrastrutturali e produttivi, in progetti di formazione al lavoro e di conoscenza scientifica.

Si tratta di un progetto che deve essere finanziato a lungo termine e a tassi bassissimi e questo rappresenta l'impegno maggiore dei governi, ma i governi stessi che hanno garantito i mutui "subprime" potranno facilmente garantire opere infrastrutturali; potranno, con un po' di sforzo, garantire imprese produttive da insediare in joint venture nei paesi poveri e in settori-chiave come quello alimentare. Un esempio di successo è costituito dalla Grameen-Danone Food in Bangladesh. Si potrebbero progettare e realizzare scuole e banche in joint venture. Si potrebbe investire soprattutto nella rete e nella compravendita per posta elettronica, per aiutare quelle popolazioni a entrare direttamente nel circuito commerciale con i loro prodotti, controllabili qualitativamente.

Proprio ora che stiamo diventando più poveri, sostenere i veri paesi poveri avrà un costo relativo, ma renderà enormemente. Quanto è costata la bolla dei mutui "subprime" solo negli Stati Uniti? Dieci trilioni di dollari? Quanto è stato invece investito nei paesi poveri negli ultimi dieci anni per farli partecipare alla crescita economica? Oggi siamo felici che la ricca Cina – aiutata dall'Occidente a svilupparsi economicamente – partecipi alla soluzione della crisi globale, ma si può immaginare un futuro con una ricca Africa, un ricco sud-est asiatico o una ricca America latina.

Alle obiezioni circa la mancanza di fondi e ai rischi eccessivi si può rispondere con le esperienze sul microcredito del premio Nobel per la pace, Muhammad Yunus: il rischio è scarso nei popoli poveri. Essi danno a garanzia un bene superiore: la loro stessa vita. Le bolle vere, quelle negative, si producono quando si falsano i prezzi e le condizioni di mercato, non quando si sostiene l'ingresso progressivo di miliardi di persone nel ciclo economico. Esse per noi costituirebbero una ricchezza, anche sul piano morale. Una bolla solidale quindi, una bolla umanitaria, che non sarà per nulla rischiosa, ma che anzi potrebbe salvarci.

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